La DAD ci ha fatto scoprire quegli alunni fragili che in classe non trovano il coraggio. Lettera

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di Donatella D’Acapito – È vero: non è bello fare scuola in questo modo, non poter guardare in faccia i ragazzi, non lasciare loro lo spazio delle relazioni all’interno del gruppo classe. Quasi tutti gli alunni hanno scoperto (“inusitata maraviglia” , direbbe il Poeta) di avere nostalgia della scuola. Q

Questa pandemia sta privando gli studenti del meccanismo necessario per la sedimentazione del sapere. Insegnare non è solo trasferire contenuti: è aiutare i giovani nel loro percorso di crescita, nel loro aprirsi al mondo esterno. È accompagnarli e seguirli con lo sguardo, non solo vederli in aula. È infiammarli con la passione di una discussione sulla letteratura. Quelli bravi, allora, mordono il freno perché la didattica a distanza li limita.
Certo, ci sono pure i furbetti che, alla luce delle promozioni facili di giugno, vivono questi mesi come una coda di vacanza. C’è chi ha improvvisi problemi di connessione e deve usare l’hot spot del bar e ci sono quelli che, come da tradizione e incuranti della tragedia mondiale che si sta vivendo, fanno finire in ospedale nonni, zii e parenti affini.
Tutto vero.
Ma c’è una cosa che non ci possiamo dire. E non ce la possiamo dire perché dovremmo ammettere intanto che noi adulti, il corpo docente e la scuola tutta, non riesce sempre a tutelare i più deboli.
Sono una giornalista prestata alla formazione professionale da qualche anno e ho scoperto in questi mesi di DAD che alcuni alunni, spesso proprio i più fragili, riescono meglio nello studio se protetti da questa distanza che li sottrae alle dinamiche inevitabili per cui, in ogni classe, ci sono vittime e carnefici.
Che poi spesso i carnefici siano a loro volta vittime di qualcun altro (e in primis delle loro debolezze) è un altro paio di maniche. Ma così è.
Ecco, allora, che il sistema scuola purtroppo non può ammettere che ci sono ragazzi che temono il ritorno sui banchi. Dietro allo schermo, questi studenti hanno trovato il coraggio e il modo di fare le domande che in aula erano loro inibite; usciti dalle  etichette (anche dolorose) che accettano di farsi cucire addosso pur di far parte del gruppo classe, sono riusciti a trovare un posto più confortevole per stare in “aula” . Pensate al terrore – sì, terrore – di chi ogni mattina veniva vessato da qualche compagno. Pensate anche all’obiettiva difficoltà di quegli insegnanti che avrebbero voluto proteggere questi ragazzi e non sempre son riusciti a farlo, magari perché le vittime tacevano i fatti.
Bullismo è un termine ormai abusato e anche un po’ depotenziato.
Senza parlare di questo mi chiedo: il nostro sistema educativo e formativo è fatto solo per chi ha meno problemi?
La DAD mi ha regalato storie che forse non avrei mai conosciuto. Ho visto ragazzi taciturni che si sono scoperti bravi, anche grazie al lavoro instancabile degli assistenti specialistici. Ho saputo di alunni che lavorano, che si sentono già destinati a una vita mediocre e che ti dicono con dolore della loro rassegnazione. E ho visto ragazzi con tante difficoltà non certificate, ma palesi, che si sono alzati per fare lezione e si sono “fermati” dopo, nelle stanze virtuali, per chiedere di poter provare insieme a fare gli esercizi.
Tutto questo resterà? Non lo so.
So che torneremo in classe e riprenderemo a lamentarci come sempre, noi insegnanti e loro alunni. Forse sarà una fatica in più, ma sforziamoci di non recidere quel filo che ci ha legato a chi aveva più bisogno di noi.

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