La continuità didattica intesa come blocco nel medesimo istituto scolastico lede i diritti dei docenti. Lettera

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Inviata da Maria Paola Cimadamore – Sono un’insegnante di scuola primaria, abilitata sul sostegno, immessa in ruolo lo scorso settembre e dunque vincolata.

Maestra un po’ per caso e un po’ per scelta, dopo aver conseguito una laurea magistrale in filosofia, ho iniziato a lavorare come educatrice in un centro di aiuto allo studio pomeridiano e nel contempo, al mattino, insegnavo discipline umanistiche in una scuola secondaria privata ad indirizzo tecnico.

Ho sempre amato la scuola, in ogni sua forma, la ritengo il mio habitat naturale e, possedendo un diploma magistrale abilitante, nel 2015 ho deciso di inserirmi nella seconda fascia delle graduatorie di istituto. Da lì ho abbandonato gli altri lavori e mi sono dedicata anima e corpo alla scuola primaria: mi sono formata e informata, da supplente ho accettato ogni tipo di incarico , ho studiato per i concorsi e sono tornata all’università per conseguire l’abilitazione al sostegno attraverso un tirocinio formativo attivo durato quasi un anno, in cui frequentavo obbligatoriamente le lezioni nei fine settimana e nei giorni festivi, e insegnavo matematica in una classe quinta durante la settimana.

Da abilitata, ho potuto lavorare stabilmente su posto di sostegno con incarico annuale per due anni nella scuola del mio paese di residenza, garantendo la continuità didattica ai miei alunni e creando una rete di relazioni lavorative stabili, proficue e serene. Ad agosto 2020 vengo convocata dalle graduatorie del concorso straordinario e, come migliaia di altri docenti in tutta Italia, a causa della procedura telematica con convocazione virtuale, non ho potuto scegliere la destinazione e mi sono ritrovata in una città che non conosco, in una scuola che dista circa 60 chilometri da casa mia. Ho dovuto ricominciare da capo: affrontare i lunghi viaggi in macchina ogni giorno per nove mesi, vivere in una realtà scolastica completamente diversa da quella alla quale ero abituata, scoprire un ambiente tutt’altro che accogliente.

Prima dell’entrata in vigore della legge 159, avrei potuto fare domanda di trasferimento e invece mi trovo, come moltissimi colleghi, illogicamente vincolata su sede senza possibilità di richiedere nemmeno la mobilità annuale, bloccata in una scuola non scelta da una norma imposta retroattivamente. Tutto ciò rappresenta una palese violazione dei principi di uguaglianza e di non discriminazione: di fatto noi docenti neoassunti subiamo una simile disparità di trattamento per la data di immissione in ruolo che però non è un elemento di sostanziale differenziazione rispetto ai docenti precedentemente assunti, anche dalla stessa graduatoria.

La continuità didattica intesa come blocco nel medesimo istituto scolastico lede i diritti dei docenti, sanciti costituzionalmente, alla promozione della propria condizione di lavoro e alla salvaguardia della propria famiglia. La stessa continuità didattica in nome della quale è stata imposta la legge 159 non è garantita dal momento che la gestione delle risorse del personale docente spetta unicamente ai dirigenti scolastici che possono liberamente modificare la classe inizialmente attribuita all’insegnante e, nel sostegno, decidere di coprire i casi più gravi spostando l’insegnante laddove ritiene necessario. Ecco perché i vincoli, oltre a danneggiare gli insegnanti, non apportano alcun tipo di beneficio all’istituzione scolastica ma creano disservizi e malcontenti.

La continuità didattica non si garantisce creando obblighi di permanenza su sedi non gradite ma, paradossalmente, si garantisce solo dando la possibilità agli insegnanti di chiedere la mobilità e scegliere una sede su organici effettivi di diritto perché un insegnante che si trova bene nella propria scuola non si muove mentre un docente lontano dalla propria vita, dalla propria casa e dai propri affetti farà di tutto per poterli raggiungere.

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