La chiamano generazione Y

di Lalla
ipsef

Luciano Verdone* – La generazione nata fra gli anni Ottanta ed il Duemila viene ormai definita “generazione Y” per distinguerla da quella “X” che l’ha preceduta. Cosa ha di diverso da quella nata prima? La grande familiarità con la comunicazione mediatica e le tecnologie digitali. Sotto questo punto di vista, si è verificata una “socializzazione alla rovescia”: sono i giovani ad insegnare agli adulti. Pur essendo nati dopo, essi hanno più esperienza. Sono più attrezzati a vivere in questa cultura. E’ così. I giovani della generazione Y prendono presto consapevolezza di questo tipo di superiorità, se ne sentono come inebriati.

Luciano Verdone* – La generazione nata fra gli anni Ottanta ed il Duemila viene ormai definita “generazione Y” per distinguerla da quella “X” che l’ha preceduta. Cosa ha di diverso da quella nata prima? La grande familiarità con la comunicazione mediatica e le tecnologie digitali. Sotto questo punto di vista, si è verificata una “socializzazione alla rovescia”: sono i giovani ad insegnare agli adulti. Pur essendo nati dopo, essi hanno più esperienza. Sono più attrezzati a vivere in questa cultura. E’ così. I giovani della generazione Y prendono presto consapevolezza di questo tipo di superiorità, se ne sentono come inebriati.

Ma c’è di peggio. Non è tanto il fatto che il “giovane y” diventi, anzitempo, il protagonista della società attuale ma che l’adulto non accetti più di essere educatore del giovane. Rovesciando la piramide, egli sceglie il giovane come suo modello. Ne assume i valori, i gusti, gli stili di vita. La conseguenza è dannosa per entrambi. I giovani, da un lato, non hanno più paradigmi di comportamento, gli adulti, dall’altro, rinunciano a trasmettere saggezza.

Sembra che esiste un’unica età anagrafica. Alle dieci di sera, siamo tutti presenti in rete. Chi non è presente, non esiste. Anzi, se sei presente ma non connesso, non esisti lo stesso. Ma questo non è un bene. I social network sono sia un potenziale aiuto alla relazione, sia una minaccia. La relazione umana non è un semplice gioco, basato sui paraverbali e sulle esclamazioni di Facebook (ahahah, condivido, sei grande! …) ma richiede tempi, conoscenza diretta, coinvolgimento. Ed è sempre incompleta se è povera di contenuti concettuali profondi e se non ha un aggancio alla realtà.

Si verifica, allora, che la Rete, chiamata a connettere, finisca, invece, per isolare. “Quando il desiderio di connessione virtuale diventa ossessivo, – scrive Benedetto XVI – la conseguenza è che la persona si isola, interrompendo la reale interazione sociale. Ciò finisce per disturbare anche i modelli di riposo, di silenzio e di riflessione necessari per un sano sviluppo umano”.

“Una volta, ad esempio, essere amici per i giovani – scrive Antonio Spadaro – era possibile solo se si faceva qualcosa insieme, dall’andare a mangiare una pizza al suonare insieme o partecipare a un gruppo. Oggi è possibile essere amici anche semplicemente scrivendo la propria vita su una bacheca elettronica”. I messaggi scritti hanno preso il posto della relazione “incarnata”.

E’ cambiato il concetto di “prossimità”. La “vicinanza”, da spaziale è divenuta elettronica. Rischiamo di essere “lontani” da un nostro amico di scuola o di lavoro, che non è su Facebook, e di sentirci vicini ad una persona mai incontrata, con la quale abbiamo però scambi frequenti in Rete.

La generazione Y ha bisogno di comprendere che il contatto on line non è, per ciò stesso, un incontro. L’incontro, infatti, è un’esperienza molto più impegnativa di relazione e condivisione.

*Docente di Filosofia – Liceo classico “M. Delfico” Teramo

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