La Carta del docente spetta anche ai docenti precari e non solo ai loro colleghi di ruolo, scenari dopo sentenza Consiglio di Stato

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La Carta del docente spetta anche ai docenti precari e non solo ai loro colleghi di ruolo. Dopo la sentenza con la quale il Consiglio di Stato su ricorso del sindacato Snadir ha appena sancito il diritto di ottenere il bonus annuale di 500 euro anche in favore degli insegnanti di religione cattolica incaricati annuali, si fa sempre più concreta l’eventualità che anche gli insegnanti precari delle altre discipline possano ottenere il beneficio. E pure arretrati che potrebbero arrivare a 2500 euro complessivi e anche più, qualora gli interessati avessero in passato inviato una diffida all’amministrazione, capace di interrompere la prescrizione quinquennale del diritto.

La decisione 1842/2022 del Consiglio di Stato conferma una precedente sentenza del Tar del Lazio emessa su ricorso dello Snadir, il sindacato dei docenti di religione. Docenti di religione che proprio di recente – come abbiamo riferito nei giorni scorsi – avevano assaporato un’altra storica vittoria grazie a una professoressa precaria che facendo ricorso con l’Anief per mancata assunzione è stata poi beneficata da una sentenza del giudice di Modena che ha condannato il Miur a risarcirla con con dieci stipendi. Ma “anche per gli strumenti, le risorse e le opportunità che garantiscono la formazione in servizio, non vi può essere una disparità di trattamento tra personale di ruolo e non di ruolo – commenta lo Snadir – Principio tutelato, in via primaria dall’art. 3 Cost. in materia di tutela del diritto di uguaglianza e non discriminazione, dall’art. 35, Costituzione, in materia di tutela della formazione ed elevazione professionale dei lavoratori e dell’art. 97, Costituzione, in materia di imparzialità e buon andamento amministrativo. Pertanto, la lacuna del comma 121 della L. 107/2015, che aveva previsto per il solo personale di ruolo la Carta docente, deve essere colmata da un’interpretazione costituzionalmente orientata che rispetti i citati parametri costituzionali”. Peraltro, aggiunge lo Snadir , “non vi può essere una formazione a doppia trazione, tra docenti di ruolo e non di ruolo, poiché la qualità dell’insegnamento è basata, appunto, sulle pari opportunità formative e di miglioramento professionale garantite anche dalla Carta del docente”.

Il Principio comunitario di Non discriminazione tra lavoratori che svolgono le stesse mansioni sembra confliggere con decisioni come quella di attribuire la carta del docente solo agli insenanti con contratto a tempo indeterminato. E proprio sulla normativa e sulla giurisprudenza comunitarie aveva puntato il sindacato Anief che di recente aveva ottenuto dal Tribunale di Vercelli la remissione alla Corte di Giustizia Europea che ora deve vagliare se sussistono valide ragioni per la disapplicazione della norma che concede la Carta del docente solo al personale di ruolo nella scuola per contrasto – appunto – con la clausola 4 dell’accordo quadro del 18.3.99 sul lavoro a tempo determinato, recepito dalla direttiva 1999/70/CE e violazione dell’art. 14 della CDFUE, dell’art. 10 della carta sociale europea e della clausola 6 dell’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, recepito dalla direttiva 1999/70. Una disapplicazione che secondo l’Anief “cristallizzerebbe il diritto di migliaia di precari a poter rivendicare 500 euro per ogni anno scolastico dal 2015/16 in poi in cui hanno stipulato contratti a tempo determinato al 30 giugno o al 31 agosto. Un masso che cadrebbe sul MEF e sul Governo Draghi, perché le somme sono davvero importanti. Noi mettiamo disposizione il modello gratuito di diffida ai propri iscritti per interrompere la prescrizione e richiedere l’erogazione dell’assegno per gli ultimi cinque anni. Se accolto, lo Stato dovrebbe versare da 500 a 800 milioni di arretrati”.

E ora, a seguito della clamorosa sentenza del Consiglio di Stato, che ha riconosciuto ai docenti precari annuali di religione cattolica il diritto di vedersi assegnata la carta del docente, il sindacato Anief torna all’attacco, non nascondendo l’ottimismo per la buona riuscita della vertenza, ma anche rivendicando alla propria azione la capacità di essere riuscita a far prendere ai giudici consapevolezza della asserita violazione del principio citato di parità tra lavoratori. “Noi riteniamo che l’imminente decisione della Corte di Giustizia Europea, su ricorso dell’Anief – spiegano ora i legali dell’Anief , Nicola Zampieri, Fabio Ganci e Walter Miceli – e con valore vincolante per tutti i Giudici nazionali, abbia convinto il Consiglio di Stato a cambiare orientamento e a riconoscere il bonus di 500 euro anche per tutti gli incaricati annuali di religione. La decisione del Consiglio di Stato così come la remissione della questione innanzi alla Corte di Giustizia Europea si basano sulla medesima considerazione. E cioè che sia l’art. 282 del decreto legislativo n. 297/94, che i successivi contratti collettivi sanciscono espressamente che la partecipazione alle attività di formazione costituisce un diritto-dovere fondamentale di tutto il personale docente, a prescindere dalla durata del rapporto, poiché strumentale alla piena realizzazione e allo sviluppo delle professionalità. Ne consegue che, a parità di obblighi formativi, non può in alcun modo considerarsi giustificata la remunerazione dell’attività formativa solo in favore del personale assunto a tempo indeterminato. La decisione del Consiglio di Stato, a questo punto, anticipa il verdetto positivo della Corte di Giustizia e spalanca le porte per un’azione di recupero del credito per tutti gli insegnanti precari, i quali a questo punto potranno rivendicare almeno 2.500 euro di arretrati retributivi, oltre agli interessi legali. Ma attenzione alla prescrizione dei crediti non riscossi entro 5 anni. Proprio per questo Anief aveva messo a disposizione dei docenti una diffida per interrompere la prescrizione. Bisogna affrettarsi altrimenti le somme spettanti non saranno più recuperabili”.

Ricordiamo che il buono di 500 euro era stato istituito dal governo Renzi con l’art. 1, comma 121, della Legge n. 107/2015 ed è destinato a finanziare la formazione degli insegnanti attraverso la frequenza di corsi e l’acquisto di libri e di testi, anche in formato digitale, pubblicazioni e di riviste comunque utili all’aggiornamento professionale, per l’iscrizione a corsi per attività di aggiornamento e di qualificazione delle competenze professionali e per altre ulteriori attività culturali e formative.

La carta del docente ha fatto fin da subito storcere il naso all’esercito affollato di insegnanti precari i quali non digeriscono il fatto che lo Stato finanzi la formazione e l’acquisto di dispositivi solo per il personale docente di ruolo, quasi che gli insegnanti utilizzati annualmente a tempo determinato, magari da anni e da decenni, non debbano formarsi come se non più degli altri. D’altra parte, l’uso dei dispositivi a scuola, o da casa, specie a partire da marzo 2020 con l’avvio della didattica a distanza, non è ovviamente un’attività esclusiva dei docenti di ruolo. Peraltro, se si stratta di finanziare la formazione dei docenti non è stata del tutto compresa la scelta di fornire la Carta ai docenti nel loro ultimo anno prima del pensionamento e di non darlo ai docenti più giovani se non di ruolo. Da qui il malcontento, spesso esplicitato sui social con discussioni accese.

Citiamo solo due punti di vista, letti sul gruppo Facebook Professioneinsegnante: “Tanti docenti di ruolo non sanno come spendere il Bonus Docente”, scrive una docente precaria, dando vita a un lungo confronto tra docenti di ruolo e precari – Ma acquistare per esempio pc o tablet per noi precari figli di un Dio minore vi è mai passato per la mente?! Capisco che la beneficenza non è obbligatoria ma forse guardare oltre il proprio orto farebbe bene a tutti”. Al post, con il sapore provocatorio dell’insegnate precaria, rispondono in tantissimi, quasi indignati della richiesta di “beneficenza”, una parola usata più volte per rimarcare una sorta di caduta di stile. “Un post per scatenare una polemica inutile – risponde una sua collega di ruolo – come se fosse colpa di quelli di ruolo se non é previsto il bonus per i precari. Sono stata anche io nella posizione in cui sei ora, ma non ho mai pensato ad una cosa del genere: la ritengo anche io un cosa ingiusta, ma non é “provocando” noi che si ottiene qualcosa. Certe “proteste” sarebbe meglio farle al MIUR e non dal PC di casa, ma con la presenza, come io e tanti colleghi, durante i numerosi scioperi del 2016, ci siamo messi in treno e siamo andati a manifestare a Roma: abbiamo ottenuto poco e nulla, ma almeno non siamo stati zitti!”.

A non stare zitti e buoni sono stati, almeno per ora, i sindacalisti dell’Anief e dello Snadir che non si sono fermati neppure dopo che il Tar del Lazio, come detto, aveva risposto picche a una loro prima istanza.

L’approfondimento

Intervista al legale Nicola Zampieri

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