La carica dei 600. Lettera

Sono passati solo quattro giorni dalla lettera dei 600 docenti universitari al governo, e i giornali, cartacei e online hanno tutti rilanciato la notizia, così come i Tg nazionali, mentre i social traboccano di commenti, così come i blog, più o meno “autorevoli”, per non parlare dei politici.

Io non sono nessuno, ma vivo la scuola in prima persona da 24 anni e ne scrivo da quattro, e quello che ho letto ovunque mi ha lasciato esterrefatto.

Premesso che in questo Paese tutti parlano di scuola, e che la lettera semplifica eccessivamente, mi chiedo dove vivano quelle persone che si sono meravigliate leggendola. Quelli che insegnano, o hanno amici docenti sanno da anni quanto il livello medio si sia notevolmente abbassato e che avrebbero potuto scriverla docenti di qualsiasi ordine; d’altra parte, se l’esempio che arriva ai ragazzi è quello di alcuni politici, o giornalisti, o docenti, come non scusarli?

A questo punto è partita la “sagra della coda di paglia”, che ha portato al rimbalzo di responsabilità, tipicamente italiano, tra i vari ordini di scuole con conseguente attacco ai docenti dell’ordine di scuola precedente (un po’ come fanno gli studenti quando arriva un nuovo insegnante), o ai “parrucconi universitari” come li ha definiti un signore troppo preso dall’andare “contro il potere” per prendere atto di una realtà sconfortante. Siamo poi passati alla responsabilità dei governi (che “ci sta sempre bene”), per arrivare a consigli di ogni genere per risolvere la situazione, compresi quelli della Ministra Fedeli, le cui affermazioni risultano difficilmente credibili anche per il più sprovveduto.

Infine sono partite le affermazioni autoassolutorie del tipo: “Ci avete obbligato a passare tutti, a pretendere di meno” e adesso ve la prendete con noi docenti?”. Quasi commovente.
Credo che gli unici a non avere colpa siano gli studenti, e per il resto dividiamoci le responsabilità.
Quelle dell’Aprea e delle sue portavoce Moratti, Gelmini, Giannini sono enormi, e la richiesta da parte di Roberto Speranza di minore arroganza e maggiore ascolto, frutto probabilmente della “resa dei conti nel PD”, sarebbe un buon inizio, purché ci togliamo di dosso la zavorra di quei colleghi che affermano che dobbiamo adattarci noi agli studenti e non viceversa; quegli stessi che all’interno di ciascun Consiglio di Classe non hanno il coraggio di opporsi al “consiglio” di un preside che pretende la promozione anche in casi indifendibili, per non perdere “utenza”, non rischiare ricorsi, non dover discutere con genitori che non sanno fare il loro “mestiere” e pretendono di fare quello degli altri.

Nessuno ha mai obbligato i docenti ad essere “buonisti”, a cambiare un 4 in 6, a non dare insufficienze, a non lavorare in classe. Abbiamo “tirato su” generazioni di “analfabeti”, anche matematici, non scordiamocelo, e diamo la colpa a chiunque, meno che assumerci responsabilità. “Pretendere di più”, essere onesti nelle valutazioni, far rispettare le regole è “faticoso”, meglio vivere tirando a campare, senza problemi, con tanti like su facebook da parte dei propri alunni. Ma lo sanno che questi ultimi, dopo, si ricordano dei proff coerenti e seri?

Smettiamola di piangerci addosso o di incolpare chiunque altro. E magari diamo il buon esempio anche nello scrivere e nel parlare: non dobbiamo per forza “abbassare il nostro livello” per sembrare più “moderni”. Ma li sentite i temi durante gli Esami di Stato? E i colloqui? E i 27 – 30 che “volano” all’orale, chi li dà?
Ritrovare un po’ di serietà e riappropriarsi della giusta autonomia professionale, non significa un ritorno al passato, ad una scuola classista presessantottina, anche perché la scuola che sta creando veri divari sociali è proprio quella attuale.
Mi sembrerebbe il momento di opporsi seriamente, ad esempio, ad una riforma dell’esame come prevista dalla Fedeli (Aprea, Moratti, Gelmini, Giannini). O non è ancora abbastanza svilente?!?

Stefano Alterini

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