La burocrazia sommerge la didattica! Lettera

di redazione
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inviato da Simone Finotti (insegnante e giornalista) – Ci sono cose di cui si parla in continuazione solo quando si percepisce che stanno per sparire. Prendi il caso della didattica. Tanto sbandierata nei testi di leggi, leggine e decreti ma poi, nella realtà dei fatti, sommersa da milioni di pastoie e arzigogoli burocratici che al confronto i bizantini erano poco più che dilettanti. Lo dico subito: dal nuovo Governo, se mai ce ne sarà uno, vorrei che si ricominciasse non a parlare di, ma a fare vera didattica. Magari con un po’ meno enfasi e molti meno fronzoli.

Buoni insegnanti o cattivi burocrati?

Ho sempre pensato che il valore aggiunto di un buon insegnante (“aggiunto” rispetto, che so, a quello che saprebbe fare anche un automa nemmeno troppo evoluto) sia prima di tutto quello di facilitare, anche con l’aiuto delle nuove tecnologie, l’accesso degli allievi a un patrimonio culturale spesso di non facile decifrazione, fruizione e “tesaurizzazione”: sia esso la lingua di Dante o una teoria economica, un principio filosofico o un teorema matematico. Insomma entrare in classe e seguire i ragazzi nel loro percorso di formazione, e magari prepararsi anche un po’ prima, aggiornarsi per non spiegare l’Inferno come facevano i nostri nonni col Sapegno sottobraccio.

Mi sbagliavo

Ebbene, mi sbagliavo. Il sospetto l’ho sempre avuto, ma stamattina, davanti all’ennesimo cassetto inondato di pile di carte di varia natura -roba da vigna di Renzo di manzoniana memoria- ho alzato bandiera bianca.

L’ultima settimana

E ho iniziato a pensare all’ultima settimana, tra documenti per l’Alternanza Scuola-Lavoro, contatti con le aziende e i referenti di progetto, inserimento dei dati nelle piattaforme, relazioni e resoconti, calcolo delle ore, controllo delle autorizzazioni per le gite, redazione di verbali, adozione dei libri di testo con ricerca dei codici Isbn e dei prezzi aggiornati e giustificazione dettagliata per le nuove adozioni che manco nel Codice degli appalti (e sarebbe ancora didattica) e rimedi per lo sforamento del tetto di spesa (e qui, mi spiace, non lo è più), corsi di formazione per la sicurezza con test e attestati vari, acquisizione dell’identità Spid (e non vi dico…), raccolta soldi, prenotazione alberghi, controllo dei piani di evacuazione e dello stato di manutenzione delle strutture che ospiteranno le classi in viaggio d’istruzione, verifica delle buone condizioni dei mezzi di trasporto e della sobrietà del conducente del pullman per evitare di incorrere in guai per colpa grave. Finito? Ma va’: acquisizione e inserimento dei dati sulla documentazione dei crediti formativi, acquisizione delle certificazioni ex lege 170/2010 e compilazione entro 30 giorni dei relativi Pdp (“Piano didattico personalizzato” ma diciamolo, confrontare emergenze diagnostiche con l’osservazione in classe non è didattica e non sarebbe nemmeno competenza di un laureato in lettere), calcolo delle ore da assegnare a sé e ai colleghi che hanno collaborato in Asl o Ifs. Come i Fiumi di Ungaretti, ogni faldone che aprivo mi ricordava un pezzo di quest’anno scolastico che sta per finire e qualche adempimento burocratico ancora colpevolmente inevaso.

C’è ancora spazio per la scuola scuolata?

Per farla breve: quanto tempo ho potuto dedicare, nell’ultima settimana, a quella che mi piace chiamare “scuola scuolata”, cioè banalmente prepararmi per entrare in classe e fare il lavoro più ovvio per cui ho studiato e sono anche pagato (dalla collettività)? Se non avessi un grande amore per il mio lavoro e un rispetto ancor maggiore per gli studenti che ogni giorno mi stanno ad ascoltare, la tentazione forte sarebbe quella di dire: “Beh, adesso Dante fatevelo da soli, tanto non è niente di che. Io non scappo, neh: sono qui al pc a inserire i codici Isbn dei libri. No, non i vostri: quelli della 3C dell’anno prossimo”.

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