La “buona scuola”: umiliante dequalificazione personale. Lettera

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Gent.mo Presidente Renzi, onorevole Ministro Giannini,

ho deciso di rendere pubblica la mia storia, non perché io mi ritenga una persona particolarmente importante, degna di chissà quale attenzione, ma perché spero in questo modo di essere la voce di tanti altri colleghi che, probabilmente, si trovano nella mia stessa situazione e, dunque, vivono con altrettanto disagio la loro condizione di insegnanti.

Forse ciò che sto per raccontare vi lascerà assolutamente indifferenti; ma io mi auguro invece che possa smuovere qualcosa dentro di voi ed essere occasione per riflettere sulla situazione che, tanti insegnanti come me, stanno attraversando. Perché vedete, gent.mo Presidente e On. Ministro, fare l’insegnante è il mestiere più bello del mondo: però, se vengono a mancare le condizioni necessarie per svolgere con serenità e impegno il proprio lavoro, può diventare un inferno.

Mi presento: mi chiamo Andrea, ho 38 anni e sono un insegnante di filosofia e storia (o, almeno, fino a qualche tempo fa credevo di esserlo).  Non c’è bisogno che io ricordi  che questa riforma cosiddetta della “buona scuola” ha già presentato un elevato numero di criticità; la maggior parte delle critiche che già sono giunte fino a voi riguarda  – giustamente- l’esodo di massa di molti insegnanti, soprattutto del Sud, costretti a lasciare le loro famiglie per trasferirsi nelle regioni settentrionali. Questo problema, tuttavia, è stato parzialmente risolto con le assegnazioni provvisorie.

La situazione in cui mi trovo io, invece, non ha a che fare con la mobilità bensì, a parer mio, con una cosa molto più grave: la dequalificazione professionale. Dopo aver partecipato alla mobilità, infatti, nonostante abbia avuto la fortuna di ottenere l’ambito che avevo richiesto, una serie di circostanze più o meno sfortunate ha fatto sì che io venissi assegnato d’ufficio ad una scuola in cui le mie discipline non sono oggetto di insegnamento. Già questa circostanza dovrebbe far sorgere un primo dubbio: se la legge 107 stabilisce che tutti i docenti fanno parte dell’organico dell’autonomia (non essendovi distinzione alcuna tra organico tradizionale e organico potenziato), come posso io collocarmi allo stesso livello degli altri, dal momento che in ogni caso non mi è possibile essere titolare di cattedra? Fatta questa considerazione, tutte le altre sono conseguenti: non si tratta, innanzitutto, di una forma di discriminazione?

Ma la questione non  finisce qui. Il preside dell’istituto, non potendo (o non volendo…non so) impiegarmi su insegnamento curriculare, perché di fatto la mia classe di concorso non è presente nella scuola, ha deciso di utilizzarmi per l’attività alternativa all’insegnamento della religione cattolica. Ebbene, il punto della questione ritengo sia esattamente questo! Quando, nel 2005, mi sono iscritto alla SSIS (la scuola di specializzazione che abilitava all’insegnamento), pagando fior di quattrini e impegnando altri due anni della mia vita (oltre a quelli dell’università) a sgobbare sui libri e a formarmi professionalmente, il mio desiderio era quello di essere un insegnante di filosofia e storia. Gli esami dati, i corsi seguiti, le scelte esistenziali fatte da quel momento hanno avuto come obiettivo, come progetto di vita e di senso, quello di insegnare queste discipline. E lo Stato, da me ben pagato attraverso le tasse di iscrizione alla scuola di specializzazione, mi ha formato per essere questo: un insegnante di filosofia e storia. Infatti, già dal 2006 ho iniziato a esercitare questa professione. E non importa se ho dovuto trasferirmi lontano dalla mia città e dai miei affetti: ero consapevole che per realizzare il mio desiderio avrei dovuto farlo; ero contento, perché finalmente facevo ciò per cui avevo studiato. Non importa se sono stato un precario e se ho dovuto lavorare per quasi dieci anni in una scuola paritaria (dove, come si sa, l’orario è più cospicuo e più misera la paga): ero contento, perché facevo ciò che mi piaceva. Anzi, vi posso giurare che, nonostante tutte le difficoltà, mi sentivo fortunato e credevo che le cose non potessero che migliorare, in un futuro, con l’immissione in ruolo (che, prima o poi, sarebbe arrivata).  Ma poi…è arrivata la “buona scuola” che ha portato con sé prima la speranza, poi la delusione.

Dopo essere stato, per quasi dieci anni, un insegnante di filosofia e storia, mi ritrovo a non esserlo più! Mi ritrovo a svolgere una mansione che non è la mia, un compito per il quale non sono stato formato e, cosa più grave, per il quale non avrei certamente fatto tanti sacrifici e preso scelte che hanno condizionato in modo importante la mia esistenza.

Vorrei essere chiaro. Non ho nulla, ovviamente, contro l’attività alternativa all’insegnamento della religione cattolica che, sono convinto, dovrebbe essere proposta in tutte le scuole. Non la considero una attività poco importante o di scarso interesse formativo, tutt’altro! Ma il punto non è questo: ciò che qui è in gioco è la dignità professionale di noi insegnanti, utilizzati per riempire vuoti lasciati da una cattiva amministrazione dell’istituzione scolastica. Mi sento deluso, umiliato, amareggiato. Come me, credo, tanti altri colleghi. E non mi si venga a dire, lo chiedo per favore e per il senso di rispetto che si dovrebbe avere nei confronti della mia professione, che “comunque ora finalmente sono di ruolo e ho lo stipendio assicurato tutti i mesi”! Chi ragiona così non ha capito niente della nostra professione, della missione che noi insegnanti siamo chiamati a compiere! E se fosse un insegnante a ragionare così…beh dovrebbe trovarsi un altro mestiere! Perché, vedete, non è certamente per soldi che si sceglie di fare questo lavoro!

La psicologia e la pedagogia hanno ben dimostrato che alla base di una solida formazione degli studenti c’è sempre il lavoro appassionato di qualche bravo insegnante. In-segnare, cioè: segnare dentro, lasciare il segno. Ogni docente è tenuto a farlo: ma ciò è possibile solo se anche il docente è motivato, stimolato, gratificato. E come possiamo esserlo se ci è negata la possibilità di fare ciò che sappiamo fare? Nel mio caso….di insegnare le discipline che con tanta passione ho coltivato e altrettanta passione ho tentato di trasmettere in questi anni? In un mondo come quello attuale, in cui insegnare è diventato sempre più difficile (per via dell’atteggiamento spesso antagonistico delle famiglie, della dispersione scolastica, della società che fatica a esprimere valori condivisi) io chiedo a gran voce che lo Stato non ci abbandoni a noi stessi, accogliendo le nostre perplessità e le nostre obiezioni. Come possiamo adempiere al nostro dovere, se non riceviamo rispetto per la nostra professionalità?

Per questo motivo sig. Presidente e on. Ministro, dateci ascolto! La mia storia è come quella di tanti altri insegnanti delusi e amareggiati come me. Se è vero che siete pronti a modificare e a migliorare questa riforma, fate in modo che situazioni simili non si vengano più a creare. E questa situazione che vi ho presentato deriva dall’aver fatto sì che molti docenti fossero assegnati presso istituti in cui la loro materia non si insegna: so infatti di non essere, ovviamente, l’unico caso! Vogliamo parlare di insegnanti di latino e greco assegnati a un istituto per geometri e di insegnanti di fotografia mandati al liceo classico? Come può tutto questo non apparire prima di tutto assurdo oltre che degradante e umiliante??? In un contesto di lavoro aziendale, tutto ciò avrebbe un nome ben preciso: dequalificazione oppure demansionamento. E’ un reato, tra l’alto molto simile al mobbing, se non peggiore.

Dunque, se veramente la Scuola deve essere “buona”, allora vi prego di accogliere le richieste e le (a volte anche vibranti) proteste che vi vengono rivolte. Ci vogliono umiltà e capacità di ascoltare: da parte di tutti.

Prof. Andrea Damiani

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