La Buona Scuola e la logica usa-e-getta: i precari non servono più dopo 36 mesi di servizio, avanti un altro. Lettera

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prof.ssa Anna Maria Mezzolla – La Sentenza della Corte di Giustizia Europea, col divieto di protrarre oltre i 36 mesi il rapporto di lavoro a tempo determinato, ha posto un freno allo sfruttamento legato alla supplentite acuta nella Scuola.

Ma, a tal proposito, nuovi ingiusti scenari sono all’orizzonte per i precari: in ottemperanza a tale sentenza, la Buona Scuola prevede il divieto di accettare supplenze oltre i 36 mesi di servizio. Nel dettaglio: il MIUR assume per uno, due, tre anni un lavoratore/lavoratrice a tempo determinato. Questi presta servizio, si professionalizza, frequenta i corsi di formazione organizzati dalla scuola… Poi??

Vade retro, si assumeranno altri supplenti. Questi, a loro volta, presteranno servizio per uno, due, tre anni, professionalizzandosi, poi scatta il divieto. E’ questa la logica perversa che la Buona Scuola prevede? Il vincolo dei 36 mesi previsto dalla direttiva europea n.70/99 e recepito col Dlgs 368/2001 è da interpretarsi a discapito del lavoratore, per cui scatta il divieto, o piuttosto chiama in causa la responsabilità dello Stato datore di lavoro nei confronti di questo lavoratore/servitore dello Stato?

Come uscire da questo colpevole circolo vizioso dello sfruttamento dei precari della scuola, che tra l’altro necessita di energie nuove? Si faccia chiarezza sulla cosiddetta “fase transitoria” nel passaggio alle nuove norme sul reclutamento: questa deve essere rispettosa della professionalità acquisita sul campo, uscire dalla logica usa-e-getta, ingiustamente punitiva nei confronti di una generazione che nel percorso formativo ha subìto sulla propria pelle una colpevole disattenzione da parte della politica, legata ad una congiuntura economica tra le più pesanti del secondo dopoguerra.

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