La Buona Scuola e la fabbrica del falso. Lettera

di Nino Sabella
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Negli ultimi giorni, sotto i nostri sempre più sconcertati occhi, abbiamo visto rimettersi attivamente in moto un’alacre ed indomita macchina del fango. Essa, grazie all’ausilio di consapevoli ed inconsapevoli collaboratori, è riuscita a sciorinare una serie consistente di mezze verità, interpretazioni ardite, fandonie, giudizi moralistici del tutto fuorvianti. Nel nutrito gruppo dei commentatori dall’indignazione facile, i primi a spiccare sono stati alcuni tra i docenti rimasti in GAE. Non riescono a capacitarsi di una semplice questione, ovvero che avere accettato di aderire ad un piano assunzionale, per diventare, dopo decenni di precariato, docenti a tempo indeterminato, non poteva significare, non significa, e non significherà mai, che non si possa poi lottare per voler modificare e cambiare le storture della legge che ha normato tale piano. Non c’è bisogno di chissà quale logica per comprendere che tra le due cose non c’è nessuna obbligata correlazione.

Poi è venuto il turno delle interpretazioni giornalistiche; anche in questo caso la sproporzione tra la realtà e la sua rappresentazione è stata enorme. Si è arrivati addirittura alla riesumazione di un vecchio arnese, il latente e
mai sopito antimeridionalismo, per corroborare alcune singolari tesi. Innanzitutto vi è stato il ritorno di un abusato espediente retorico, secondo cui la norma è di per sé settentrionale, laddove l’anomalia è sempre ovviamente meridionale. Ci ha molto stupito la superficialità con cui Gian Antonio Stella, a proposito dei trasferimenti di docenti dal sud al nord, ha commentato che fino a pochi decenni fa “era considerato normale raggiungere la sede di destinazione ovunque essa fosse”. E come esempio ha portato quello di Giovanni Pascoli che iniziò a Matera la sua carriera d’insegnante. Solo che poi Stella ha omesso di aggiungere che il cantore del glorioso colonialismo civilizzatore da parte della “Grande Proletaria”, aveva all’epoca 27 anni e non era  sposato. Noi invece, nell’Italia del 2016, non solo non possiamo permetterci il lusso di suggerire al paese di
risollevare il suo destino invadendo la Libia, né di scambiare una brutale invasione con “l’umanamento e l’incivilimento di un popolo” ritenuto razzisticamente inferiore, ma rispetto al grande Pascoli abbiamo anche un’età media di oltre 40 anni e figli al seguito. Il nostro stipendio ha inoltre un potere d’acquisto leggermente inferiore che nel 1882. Ma Stella ha preferito smascherare una presunta quanto diabolica “strategia del riavvicinamento” da parte dei docenti meridionali che “freschi di immissione in ruolo su posti prevalentemente al centro-nord tornano verso sud”. Se nella lettura del suo articolo qualcuno si fosse fermato qui, avrebbe avuto chiaro solo un punto: la colpa dello sfascio scolastico è di un’infingarda etnia, costituita di docenti meridionali che non si vogliono rassegnare alle luminose e realistiche evidenze della statistica presa per buona da Stella.

Quest’etnia predatrice dell’interesse generale della scuola, è risultata renitente a specchiarsi nel fulgido esempio di uno dei nobili padri della patria che si era invece ben accontentato di trasferirsi fresco di laurea dall’Emilia Romagna a Matera per iniziare subito ad insegnare (il che, ad ogni modo, non era proprio andare da un posto meno caro ad uno più caro, come invece nel nostro caso, ma questi si sa, sono dettagli). Davvero questa sembra a Stella un’analisi veritiera e che tenga conto della reale complessità dei fatti? Davvero ritiene possibile scaricare gli effetti nefasti di una riforma imposta con la forza e senza nessuna forma di dialogo con le parti coinvolte, sul corpo docente del centrosud? Certo è che la sua analisi, giusta o meno che sia, ha fatto breccia nel cuore di Zaia, il quale ha iniziato a sciorinare una serie di farraginose considerazioni, su una realtà che mostra di non conoscere affatto, per arrivare alla stupefacente tesi che “in Sicilia 4600 professori si godono lo stipendio senza far nulla perché in sovrannumero, mentre in Veneto ci sono 7.000 posti di docenti liberi”. A detta di Zaia “non esistono ore di lezione da svolgere tali da giustificare lo stipendio fisso che ricevono; il risultato è che al nord i posti devono essere coperti con supplenze, mentre al sud e al centro le scuole sono sovraffollate di docenti”. Peccato che alla sicurezza delle sue affermazioni non corrisponda la profondità della verità. Zaia mostra di non avere la più pallida idea di quanti docenti di latino, greco, filosofia, diritto, etc. sono
finiti a 600 km di distanza dalla loro abituale sede di lavoro, assegnati d’ufficio ad istituti tecnico-professionali che non li avevano neppure richiesti, sostanzialmente per non fare più gli insegnanti (visto che la loro materia
lì non è oggetto d’insegnamento) e per trasformarsi dopo anni di qualificato lavoro in occasionali e transitori tappabuchi privi di qualsiasi scopo didattico (meglio noti al pubblico come docenti di potenziamento).

Nelle loro precedenti sedi residenziali e di lavoro guarda caso invece le cattedre delle proprie materie invece ci sono (tanto che sono potuti tornare tramite assegnazione provvisoria), ma a causa di un approccio asimmetrico da parte del governo, a nord è stato stabilizzato perfino il superfluo, mentre a sud è rimasto precario il più che necessario per l’ordinario funzionamento scolastico, con il risultato che la discontinuità didattica che fa gridare
allo scandalo al nord, al sud è invece una regola scientemente voluta, con cattedre assegnate a docenti precari,  ogni anno diversi, alla faccia appunto della continuità didattica e del pensare prima agli studenti. Che, è notorio, sono aspetti la cui importanza varia a seconda della latitudine in cui si trova chi li osserva. Ma per Stella, Zaia e last but not least Michele Porro, è più semplice credere all’ipotesi che le responsabilità del disastro chiamato Buona Scuola sono tutte degli insegnanti del sud e della loro sorda ostinazione o, Porro dixit, della loro “vergognosa mentalità”. Quest’ultimo poi, descrivendo una sorta di mercato delle vacche, mostrandosi del
tutto inconsapevole del fatto che il nostro diritto al lavoro e alla stabilizzazione non avesse proprio niente a che fare con ipotetiche e “generose concessioni del capo”, è giunto ad affermare che non avremmo dovuto,
senza l’intenzione di trasferirci ovunque, “accettare l’offerta fatta da Renzi”. Se si fosse preso la briga di leggere un pochino la legge 107 o le successive sentenze della Consulta, Porro avrebbe magari scoperto, che
si trattava di una di quelle famose “offerte che proprio non si potevano rifiutare”, pena la sicura morte lavorativa (vedi comma 131/l.107). Ma cosa volete che conti la realtà o la verità di fronte all’efficacia di una
narrazione ben congegnata e facile da propinare a chi non è addentro le intricate vicende scolastiche? Per cui, tra lo sbigottimento e la rabbia, ci tocca assistere impotenti allo spettacolo di chi urla più forte allo scandalo,
di chi ci invita a farcene una ragione, di chi ci invita a vergognarci, di chi c’insulta pubblicamente per aver osato usufruire dell’assegnazione provvisoria per ricongiungimento familiare. In attesa che vengano pertanto
definitivamente abrogati gli articoli 3, 30, 31, 33, 36 della Costituzione Italiana, ci dichiariamo pertanto effettivamente colpevoli di aver pensato di attenerci ad essi, e chiediamo umilmente scusa al laborioso nord, come al solito minato dall’irresponsabile comportamento dei docenti meridionali. In attesa di sapere in quale piazza verremo bruciati, invitiamo i commentatori dall’indignazione facile a provare almeno di vedere, anche
solo per un attimo, le cose dal punto di vista del Sud. Magari si aprirebbe una differente, ma certo non meno reale prospettiva rispetto a quella che si vede stando affacciati solo ed esclusivamente “alle finestre del palazzo
del Principe”. Chissà, forse scoprirebbero che le cattedre libere tali restano, ovunque esse si trovino, siano esse di fatto o di diritto, curricolari o di sostegno. Magari arriverebbero addirittura a pensare che in fondo non è
così eretico pensare che docenti di una zona, che lavorano e risiedono lì da anni, che proprio lì hanno acceso mutui, hanno figli e genitori anziani, lì è meglio che restino, essendocene l’opportunità lavorativa, a svolgere
la loro preziosa funzione sociale, dando finalmente concretezza anche alle latitudini meridionali, a quella bella espressione, da alcuni di loro tanto utilizzata, chiamata continuità didattica. Che, per inciso, dagli studenti che vivono da Ancona in giù, è meglio conosciuta come chimera.

Ma tutto questo loro, come Alice, non lo sanno. O forse fanno finta di non saperlo. Beh, adesso almeno lo sanno.

Maria Casolino
Pasquale Spina
Docenti ex precari colpevoli del passaggio in ruolo

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