L’Italia fuori legge ha prodotto mezzo milione di precari nella scuola e nella sanità

di redazione
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ANIEF – Pacifico (Anief-Confedir): i dati contenuti nel rapporto sul `Rapporto sui diritti globali 2013´, edito da Ediesse, confermano l’anomalia tutta italiana. Dove si deroga alla direttiva 1999/70/CE, recepita anche da una norma nazionale, in base alla quale tutti coloro che operano da oltre 36 mesi dovrebbero essere assunti in ruolo.

ANIEF – Pacifico (Anief-Confedir): i dati contenuti nel rapporto sul `Rapporto sui diritti globali 2013´, edito da Ediesse, confermano l’anomalia tutta italiana. Dove si deroga alla direttiva 1999/70/CE, recepita anche da una norma nazionale, in base alla quale tutti coloro che operano da oltre 36 mesi dovrebbero essere assunti in ruolo.

Cresce inesorabilmente il numero di precari alle dipendenze dello Stato: secondo il `Rapporto sui diritti globali 2013´, edito da Ediesse e curato dall’Associazione Società Informazione Onlus, a fronte di 3.315.580 lavoratori precari italiani complessivi, oltre 1.110.000 appartengono pubblico impiego e tra questi quasi la metà, oltre mezzo milione, opera nei comparti della scuola e della sanità. Ma non è un caso, perché si tratta dei due settori dove in maniera più marcata si disattende la direttiva 1999/70/CE, recepita in Italia attraverso l’art. 5, comma 4 bis del decreto legislativo 368/01, che indica ai datori di lavoro, quindi anche allo Stato, di stabilizzare i precari di vecchio corso.

La linea di tendenza è stata ribadita di recente dal Governo Letta, il cui Consiglio dei Ministri il 17 maggio scorso ha approvato un decreto ad hoc che proroga al 31 dicembre prossimo i contratti di lavoro subordinato a tempo determinato di circa 100mila dipendenti pubblici, altrimenti in scadenza nel corso dell’estate. Escludendo però proprio i lavoratori dei due ambiti professionali che conterrebbero maggiore precariato. Ora, è vero che i supplenti che operano nella scuola e nella sanità comportano una selezione e delle esigenze particolari, ma è altrettanto vero che non si può continuare ad escluderli da quei progetti che, seppure gradualmente, porteranno alla loro stabilizzazione.

È evidente – spiega Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir per la scuola e i per quadri – che in Italia stiamo assistendo ad una procedura fuori dalla legge: mentre le direttive comunitarie ci chiedono di immettere in ruolo tutti i lavoratori che operano, anche non continuativamente, da oltre 36 mesi, nel nostro Paese ci siamo arrogati il diritto di introdurre delle deroghe nazionali. Ed ora ci ritroviamo con oltre mezzo milione di preziose figure professionali – come gli insegnanti, i medici, gli infermieri, i tecnici e tanti altri specializzati – che anziché essere immessi in ruolo si ritrovano a vivere nell’incertezza”.

Alla luce di questa discriminazione di trattamento, Anief ha avviato da diversi mesi un contenzioso per la loro assunzione: l’obiettivo è vedere la “luce”, attraverso la loro assunzione in ruolo stabilita dal tribunale di giustizia europeo, situato in Lussemburgo, dove dei giudici sovranazionali stanno valutando proprio la compatibilità delle norme derogatorie italiane. Un’espressione di cui potranno giovarsi, tra l’altro, non solo i docenti a tempo determinato della scuola e del settore sanitario, ma anche tutti gli altri lavoratori precari del pubblico impiego.

Anief e Confedir – spiega ancora Pacifico – si sono espresse da tempo nelle apposite sedi, anche se la battaglia perseguita non è finalizzata necessariamente contro la reiterazione dei contratti a termine. Ma va a favore della progressiva stabilizzazione di tutto quel personale che ha operato per la pubblica amministrazione per un periodo complessivo, anche non continuativo, superiore al “tetto” indicato quasi 15 anni fa da una precisa direttiva comunitaria”.

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