Ius Scholae, riflessione di una prof. Lettera

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Inviato da Arianna Angeli – Ho imparato dal mio lavoro di insegnante che, quando si parla di diritti e quando le questioni sul diritto all’istruzione dividono la politica, come nel caso dello ius scholae, le voci da sentire non sono tanto quelle dei politici, per cui per diritti come questi sono 30 anni che “non è il momento”.

Da quando cioè la legge 91 del 1992 ha concesso la cittadinanza ai diciottenni nati in Italia da genitori stranieri, il dibattito sugli immigrati di seconda generazione non ancora maggiorenni (oltre un milione stando all’Istat) si è arenato, relegando questi “diversamente italiani” in un Limbo che non permette loro una effettiva integrazione.

Avendo la fortuna di vivere in classe con questa generazione di nuovi italiani, io parto da loro, dai loro bisogni e dalle loro necessità più che dai discorsi dei politici di ogni schieramento, ammantati di ideologia spesso lontana dalla realtà dei fatti.

E allora mi torna in mente Mohamed, nato e cresciuto in Italia da genitori marocchini (che ha perso il padre operaio per un incidente sul lavoro), a cui chiesi, durante una lezione di Storia in cui si parlava di ius solis e ius sanguinis, se a lui importava o meno avere la cittadinanza italiana e lui, coerentemente al suo carattere molto pragmatico, mi disse: “No, non mi importa perché io adesso ho il patentino del motorino!”.

Da quella risposta, che anche simpaticamente si scontrava con il mio idealismo, ho capito che molti di questi ragazzi alla fine finiscono con l’adattarsi a questo ruolo di “cittadini panchinari”, a rinunciare ai propri diritti e spesso rinunciano anche a fare il Liceo, come nel caso di Mohamed. Altri ragazzi e altre ragazze, soprattutto quelli Albanesi e Macedoni, coltivano il loro sogno di fare Medicina con grande determinazione. Li ho sempre ammirati quando li sentivo fare una parafrasi perfetta della Divina Commedia, una traduzione in Italiano da 9 dal Greco o dal Latino pur provenendo da famiglie straniere poco scolarizzate, mentre molti dei nostri figli, cresciuti negli agi di famiglie acculturate, spesso questa stessa tenacia non ce l’hanno così forte.

Oggi i vari Admir, Blenarta e Kledi sono riusciti a diventare bravi medici e bravi cittadini molto più facilmente di quanto abbiano avuto la cittadinanza italiana (perché anche la legge 91/92 non è un automatismo al compimento dei 18 anni). A volte la classe diventa un piccolo Parlamento, le posizioni spesso si contrappongono soprattutto per il fatto che viviamo per lo più in realtà scolastiche ancora non multietniche. Ma è giusto che comunque a scuola se ne parli, senza rimandare come fa la politica, perché il momento giusto non ci sarà mai e perché la scuola per eccellenza è il luogo dell’inclusione e un laboratorio di cittadinanza attiva. È bene che gli studenti e le studentesse italiane sentano dalle voci dei loro stessi compagni stranieri di seconda generazione i loro bisogni e accettino, quando protestano perché ritengono che comunque in Italia si concede troppo agli stranieri (questo è uno stereotipo duro a morire), una risposta come quella di Marwa, di origine marocchina, per cui la questione è semplice perché: “Il mondo è di tutti”.

Oggi, in occasione della Giornata Mondiale del rifugiato, anche a me il mondo sembra di tutti, peccato che politica sia sorda a frasi come questa che vengono da nostri studenti che, con progetti di intercultura mirata, potrebbero essere di esempio ed arricchimento per i nostri italianissimi figli.

Progetti di intercultura come quello portato avanti dal Dirigente del Liceo Scientifico di Arezzo il prof. Adelmo Grotti ci fanno capire che la scuola e la società a volte sono più avanti della politica: questo Dirigente, quasi 10 anni fa, in collaborazione con la Comunità di S. Egidio, ha riempito un charter con una folta rappresentanza di suoi studenti e li ha portati a Lampedusa, la porta del Mediterraneo dove gli immigrati arrivano e a volte muoiono, dove è stato possibile visitare il centro accoglienza ed ascoltare le storie di questa gente.

Perché, se è vero come dice Marwa che il mondo è di tutti, siamo tutti cittadini del mondo e perché il voler negare la cittadinanza a chi spesso parafrasa Dante meglio di noi è anacronistico e ridicolo

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