In Italia si va verso i licei di 4 anni, negli Usa si sperimentano quelli da 6. Nascono i P-Tech, modello integrato di scuola, università e azienda

di Lalla
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di Eleonora Fortunato – Sono anche dette ‘hollege’, dalla fusione tra high school e college, le nuove scuole superiori pubbliche americane che, con alle spalle sponsor come IBM, promettono una formazione spendibile e un buon successo lavorativo anche senza fare l’università.

di Eleonora Fortunato – Sono anche dette ‘hollege’, dalla fusione tra high school e college, le nuove scuole superiori pubbliche americane che, con alle spalle sponsor come IBM, promettono una formazione spendibile e un buon successo lavorativo anche senza fare l’università.

La prima P-Tech ha visto la luce nel 2011 a New York, ma ne stanno già per nascere altre 29. Un modello interessante che promuove la saldatura tra formazione professionale e istruzione secondaria di cui tanto si parla anche in Italia, ma che richiede anche non indifferenti investimenti economici, già stanziati in circa 730 milioni di euro dal Presidente Obama in persona.

La svolta dovrebbe stare nell’associate’s degree, il titolo di studio che ottiene chi frequenta un P-Tech (Pathways in Technology Early College High School), garanzia di un percorso che ha testato non solo la preparazione teorica degli studenti sulle discipline più richieste nel mondo del lavoro, ma anche la loro capacità di stare in azienda dopo aver ricevuto il mentoring professionale di un manager.

A parte la durata, che è di sei anni a fronte dei tradizionali quattro, è qui che, infatti, risiede la differenza tangibile tra un P-Tech e le altre scuole: in questi istituti di nuova generazione le realtà produttive giocano un ruolo fondamentale perché, come nel caso della IBM a New York, mettono a disposizione loro risorse interne che diventano ‘tutor’ degli studenti.

Non si deve però pensare che l’unica mission sia quella di sfornare buoni lavoratori per le aziende sponsor e che, quindi, la maggior parte del tempo si trascorra in azienda: le materie di studio ci sono eccome e si concentrano in particolare su scienza, ingegneria, tecnologia e medicina (l’acronimo in inglese è Stem, da cui Stem School, come vengono anche più familiarmente chiamati i P-Tech), con un occhio di riguardo all’Information Technology. Una parte significativa del curriculum ha, infatti, lo scopo di preparare i ragazzi anche alla frequenza del college, qualora volessero intraprenderlo, e per agevolarli è loro consentita la frequenza delle lezioni del New York City College of Technology.

L’obiettivo è portare i giovanissimi studenti neodiplomati a salari che si aggirino attorno ai 40.000 dollari all’anno con lavori da specialisti di software o di esperti che rispondono alle domande dei clienti commerciali o degli utenti di PC, assicurando però loro anche concrete opportunità di carriera.

Insomma, sicuramente un passo interessante nel percorso di riforma dell’istruzione secondaria e post-secondaria che riguarda gli Usa come tutti i Paesi alle prese con la grande rivoluzione degli ultimi anni, ma non si può non notare che il modello pedagogico alla base di queste scuole così innovative è completamente capovolto rispetto a quello standard. Stanley S. Litow, presidente della Fondazione Internazionale di IBM , braccio filantropico della società, intervistato dal New York Times ha detto che il curriculum P -Tech è stato elaborato mappando all’indietro quello standard di un dipendente IBM: così sono venute fuori le abilità e le conoscenze che servono maggiormente all’azienda.

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