“Irosa aggressività verbale”, nessuna forma di violenza può farsi rientrare tra i mezzi di correzione. Sentenza

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Purtroppo nella scuola la casistica di sentenze che trattano questioni delicate che sfociano in ambito penale non mancano. Sono sempre di più quelle di condanna verso alcuni precettori per reati di maltrattamenti o abuso di mezzi di correzione, spesso le due fattispecie si mescolano, ma in realtà sono distinte come emerge nella sentenza ora in commento.

In Fatto

Una docente ricorreva tramite il proprio difensore per cassazione avverso la sentenza della Corte di appello che ne ha confermato la condanna per i delitti di maltrattamenti e di violenza privata, che ella avrebbe commesso ai danni dei suoi alunni, nella sua qualità di insegnante di scuola materna, nel corso degli anni scolastici di cui al processo. Si pronuncerà la Cass. pen. Sez. VI, Sent., (ud. 03-03-2020) 06-05-2020, n. 13709 che rideterminerà la pena iniziale di condanna.

Per il reato di maltrattamenti assume rilevanza ogni comportamento prevaricatore e vessatorio

La ricorrente contestava la natura abituale della propria condotta, sostenendo, anzitutto, che i comportamenti maltrattanti da lei tenuti siano stati soltanto tre per ciascuno dei due anni scolastici considerati nell’imputazione. Il rilievo per i giudici è errato, poiché si limita a prendere in considerazione soltanto le condotte espressive di violenza fisica nei confronti degli alunni, mentre, ai fini dell’integrazione del reato di cui all’art 572 c.p. assume rilevanza ogni comportamento prevaricatore e vessatorio, quali possono essere anche la grave ingiuria, l’umiliazione, la minaccia, le manifestazioni d’irosa aggressività verbale: e, di simili contegni, reiteratamente tenuti dall’imputata nel corso della sua attività d’insegnamento all’indirizzo dei suoi alunni, in entrambi gli anni scolastici oggetto d’interesse, risulta essere stata raggiunta adeguata dimostrazione, attraverso le concordi dichiarazioni di vari genitori ma anche di alcuni colleghi insegnanti, dettagliatamente indicate nella sentenza impugnata e sostanzialmente incontroverse nei loro contenuti.

Nessuna forma di violenza può farsi rientrare tra i mezzi di correzione

Nessuna forma di violenza può farsi rientrare tra i mezzi correttivi legittimi. A conferma di tale assunto, basti pensare che la modalità più tenue di violenza fisica, costituita dalle percosse, incontra la più severa tipologia di sanzione prevista dal nostro ordinamento, ovvero quella penale (art. 581 c.p.); e che altrettanto dicasi per la violenza psicologica, laddove si concretizzi nella credibile rappresentazione di un serio pericolo (art. 612 c.p.). Non è, dunque, possibile sostenere che l’impiego di violenza, di ambedue i generi, seppur in forme blande, sia annoverabile tra gli strumenti educativi o correttivi di cui l’insegnante od altre figure analoghe possano legittimamente avvalersi, incorrendo essi nella sanzione penale soltanto laddove ne facciano “abuso”. Del resto, la giurisprudenza di questa Corte è pressoché costante nel ritenere che l’uso sistematico della violenza, quale ordinario trattamento del minore affidato, anche quando sia sostenuto da animus corrigendi, non possa rientrare nella fattispecie di abuso dei mezzi di correzione, ma concretizzi, sotto il profilo oggettivo e soggettivo, gli estremi del più grave delitto di maltrattamenti (Sez. 3, n. 17810 del 06/11/2018, B., Rv. 275701; Sez. 6, n. 11956 del 15/02/2017, B., Rv. 269654; Sez. 6, n. 53425 del 22/10/2014, B., Rv. 262336; Sez. 6, n. 36564 del 10/05/2012, C., Rv. 253463).

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