Investire nel capitale umano. Lettera

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Inviata da Michela Giangualano – Se c’è la reale possibilità che nei prossimi anni vengano convogliate più risorse economiche nel mondo scolastico, bisognerebbe ragionare su quali possano essere i miglioramenti auspicabili.

Vorrei porre qui di seguito alcune questioni all’attenzione di chi legge.

Centralità dello studente.

La prima questione riguarda l’obiettivo che ci poniamo rispetto al profilo d’uscita degli studenti.

Credo che gli attuali traguardi di sviluppo e di competenza proposti a livello ministeriale e contestualizzati nelle varie realtà scolastiche italiane siano adeguati. I riferimenti li troviamo nelle Indicazioni nazionali e nelle Linee guida, nonché nelle competenze chiave che ci arrivano da considerazioni a livello europeo.

L’obiettivo generale è tracciato ed è chiaro: lo studente che esce dal sistema scolastico dovrà avere acquisito quelle competenze che gli serviranno ad integrarsi nella società in evoluzione, dando un proprio contributo significativo al cambiamento in atto, in maniera tale che la società stessa si possa conservare e risulti inclusiva rispetto a tutte le diversità, producendo il maggiore benessere possibile per ognuno.

Da ciò che è detto sopra si arguisce che la centralità dello studente non è fine a se stessa, ma è un po’ una scommessa sul futuro, sulla sostenibilità del nostro modo di vivere e di essere, nella consapevolezza che ogni individuo è parte di una complessa rete, entro cui può muoversi e interagire, alla ricerca di un modo consapevole di esistere, che non turbi in modo eccessivo l’equilibrio del sistema stesso.

Centralità dell’Istituzione scolastica.

La centralità dell’Istituzione scolastica è un derivato della centralità dello studente, che altro non è che il cittadino del mondo del futuro. E’ un derivato perché costituisce una modalità operativa, la messa in atto di una strategia per arrivare a un fine. Il concetto di scuola non precede quello di studente. Ci possono essere “studenti” senza scuola, individui che si formano in ambiti diversi da quello scolastico (vedi la scuola familiare).

La nostra società giustamente non può rinunciare al concetto di individuo in formazione o studente, perché la formazione e lo sviluppo in base alle nostre esperienze è quello che ci rende umani. Nella società della conoscenza gli individui non possono che essere immersi in uno studio costante, consapevole o non consapevole (vedi i concetti di apprendimento formale, informale e non formale): ma ciò che rende lo studio più proficuo è la consapevolezza degli obiettivi che via via ci si pone, che si declina nel progetto, nella sua realizzazione, nella sua osservazione e riproposizione a seguito di un costante monitoraggio e valutazione.

Ogni singola Istituzione scolastica dovrebbe essere in grado di proporre ai propri studenti un percorso di lavoro su di sé: dovrebbe prendere per mano gli studenti e accompagnarli a chiedersi chi sono, cosa vogliono, cosa sperano per sé e per gli altri e come possano realizzare i loro obiettivi, in modo tale che gli obiettivi degli uni siano compatibili con quelli degli altri e che gli obiettivi di tutti contribuiscano a formare un mondo migliore o comunque un mondo con un adeguato livello di benessere per tutti.

Lo strumento messo a disposizione di ogni Istituto scolastico in Italia per raggiungere gli obiettivi di formazione degli studenti è l’autonomia.

Dalla fine degli anni ‘90 non c’è legge sulla scuola che non si richiami in qualche modo a questo concetto. Veramente sarebbe possibile realizzare all’interno delle singole scuole cose che voi umani non potreste neppure immaginare… Ma tutto si scontra con le possibilità finanziarie dei singoli istituti e con gli investimenti sull’istruzione che derivano da accordi di tipo politico.

Ora si dice che che forse dei fondi in più saranno investiti sulla scuola.

Mi permetto di suggerire dei punti e delle questioni su cui riflettere.

Organico della scuola versus numero di studenti.

Siamo in una fase di decrescita delle nascite.

Paradossalmente ciò potrebbe costituire la grande occasione per un rilancio della scuola.

Perché non pensare ad aumentare l’organico, causa emergenza, ma a mantenerlo anche in seguito a disposizione delle scuole?

Basterebbe avviare il prossimo anno classi con un numero più ridotto di studenti e fissare una soglia massima inderogabile di alunni per classe, a cui attenersi anche per il futuro: per esempio 22 alunni, ma per ogni ordine e grado di scuola.

E vado oltre, in nome dell’autonomia: perché continuare a fare conteggi sul numero di classi e perché continuare a pensare in termini di classe? Non sarebbe meglio pensare solo in termini di gruppi di lavoro e lasciare all’autonomia dei singoli istituti la determinazione di come debbano esser formati e ricostituiti, a seconda delle esigenze, i gruppi di lavoro scolastici? Non sarebbe quindi meglio assegnare l’organico solo pensando al numero complessivo di studenti di una scuola, corretto dal livello di problematicità socio-economica dell’area geografica in cui è collocata la scuola stessa?

Differenze retributive all’interno dell’organico scolastico.

E’ mai possibile che nel mondo della scuola si pensi ancora che un insegnante della scuola secondaria di secondo o di primo grado “valga” di più di un insegnante della scuola dell’infanzia o della scuola primaria?

Perché il numero di ore di lavoro in presenza del personale formativo della scuola dell’infanzia e della scuola primaria deve essere più alto di quello del personale formativo della scuola secondaria?

Perché c’è ancora differenza nella retribuzione oraria?

Se pur ci sono ragioni storiche e di opportunità che hanno portato a queste differenziazioni, a fronte del fatto che il titolo di accesso attuale alla docenza in tutti gli ordini e gradi di scuola è la laurea magistrale, non è forse giunto il momento di dare un segnale forte e uniformare il numero di ore di lavoro e la retribuzione oraria per tutti?

Per esempio si potrebbe pensare a 18 ore di lavoro in presenza con gli alunni per tutti e a 4 ore alla settimana di lavoro all’interno degli organi collegiali, sempre per tutti.

Questo anche in considerazione dell’aumento dell’età anagrafica delle insegnanti della primaria e dell’infanzia e come riconoscimento della difficoltà per il personale che opera con i bambini più piccoli a gestire classi di alunni sempre più vivaci e con sempre più problematiche comportamentali.

Le attività di lavoro collegiali alla secondaria esistono già: si tratta semplicemente di dare una legittimazione formale a ciò che già si fa in modo più informale. Del resto, se esiste una progettazione per competenze, come è possibile che gli insegnanti della secondaria non abbiano ore formali a disposizione per accordarsi sul curricolo orizzontale e verticale e per il monitoraggio delle attività messe in atto?

Per valorizzare l’attività progettuale delle scuole è necessario che venga riconosciuto anche il lavoro di raccordo tra gli insegnanti, che deve divenire sempre più diffuso, strutturale e non essere retribuito a parte con fondi speciali o bonus premiali.

Presenza degli insegnanti di sostegno nelle scuole.

Gli insegnanti di sostegno nelle scuole sono tanti: spesso non sono specializzati, spesso non sono in organico di diritto, spesso sono sottoutilizzati rispetto alle loro competenze. Andrebbe riconsiderata la loro collocazione didattica all’interno delle classi.

Se l’insegnante di sostegno specializzato è un esperto di insegnamento rispetto ai bisogni speciali di alunni in difficoltà, dovrebbe svolgere reale attività didattica come qualsiasi altro insegnante di classe e dovrebbero essergli affidate normali ore di lezione nelle classi in cui sono presenti alunni in difficoltà, in base alla classe di concorso di abilitazione.

E’ ora di dire basta alla ghettizzazione degli alunni disabili con i relativi insegnanti di sostegno. La maggior parte degli alunni diagnosticati delle nostre scuole ha bisogno di attività didattica inclusiva vera, che li integri nelle normali attività di classe, non di assistenti ad personam che li affianchino da vicino in aule apposite, lontane da quelle in cui sono presenti i compagni.

Ci sono senz’altro eccezioni, studenti che hanno bisogno di luoghi appositamente predisposti per loro e di spazi di tranquillità, o di personale a loro dedicato in via esclusiva, ma devono essere solo eccezioni, che andrebbero considerate in sede di predisposizione dei piani educativi individualizzati.

Presenza degli educatori nelle scuole.

Gli educatori che lavorano nelle scuole sono tanti: hanno studiato, sono preparati, sono necessari per la presa in carico e la tutela di molti studenti con bisogni educativi speciali. Di fatto, agli occhi degli studenti, non sono distinguibili dagli insegnanti di sostegno. Sono però persone che arrancano economicamente perché non sufficientemente tutelate a livello lavorativo.

Al servizio di cooperative, saltellano da una scuola all’altra, spesso non riescono a garantire continuità agli studenti in difficoltà, non hanno la responsabilità sulle classi in cui operano, quando gli studenti che seguono sono assenti devono restare a casa, quando si ammalano essi stessi perdono ore di lavoro, con la conseguente retribuzione.

La figura dell’educatore nella scuola italiana esiste solo nei Convitti. Perchè? Perché non conferire maggiore dignità a queste figure professionali, già operanti nelle scuole, assumendole in organico?

Personale su potenziamento.

Non ultimo per importanza il discorso sul personale di potenziamento, introdotto con la riforma del 2015. La distinzione tra il personale di potenziamento e il personale su posto curricolare o di sostegno è una questione priva di senso. Si tratta di personale o di ore di personale jolly, che dovrebbero servire su progetti, su posizioni organizzative, in aiuto a classi difficili, per fare suppplenze brevi, ma… non sostituibili in caso di assenza.

Che si dia pari dignità a questo tipo di personale e di impiego, restituendolo ai posti comuni e curricolari. Una tipologia di personale di tipo ibrido, senza un ruolo specifico riconosciuto, non serve alla scuola.

Un progetto scolastico non è qualcosa che si avvia e si manda avanti per caso o per fortuna e che si può interrompere una settimana sì e due no, a seconda che i colleghi della scuola siano o meno malati… Tutto ciò non è serio.

Per concludere.

La valorizzazione del percorso formativo di ogni alunno e l’efficacia dell’autonomia scolastica che dovrebbe servire ad agevolarlo partono dalla considerazione che la politica e l’amministrazione scolastica hanno degli studenti e della classe insegnante.

Se si vuole che gli studenti siano i veri protagonisti del loro percorso di formazione, si deve mettere la classe insegnante nelle condizioni di operare in situazioni di benessere ed equità, in funzione del benessere di tutti e di ognuno.

Va soprattutto ristabilito un criterio di equità socio-economica nel lavoro di chi ogni giorno è a contatto con gli studenti.

Non devono esserci gerarchie tra persone e ruoli all’interno della scuola.

Le collocazioni delle persone vanno pensate in funzione del potenziale di miglioramento dell’istituzione, in modo dinamico, senza caste, senza esclusioni, senza marginalizzazioni.

Se nelle Istituzioni scolastiche stesse opera personale di serie A e personale di serie B, che messaggio di giustizia sociale può dare la scuola? A cosa serve parlare di scuola inclusiva?

La scuola realmente inclusiva e che offre reali possibilità di crescita e miglioramento individuale e collettivo si dimostra con i fatti, investendo dove serve, ovvero nel capitale umano.

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