Invalsi e qualche dubbio da un prof di Scampia. Lettera

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Inviata da Prof. Gennaro De Crescenzo – Gentile direttore, nell’articolo nel quale si riporta l’intervista della responsabile dell’Invalsi, la prof.ssa Anna Maria Ajello, ritrovo alcuni spunti forse interessanti per qualche osservazione come docente di italiano e storia a Scampia.
Partiamo, allora, da quelle parole legate ai risultati di quest’anno (“alcuni giovani faticano a capire un testo, soprattutto al Sud: la formazione dei docenti è lacunosa”).

Non vogliamo entrare nel merito dei criteri di valutazione delle prove Invalsi e ci affidiamo alle tesi del grande e compianto prof. Giorgio Israel, scienziato di fama internazionale: “un’autentica valutazione è qualcosa di infinitamente più complesso della misurazione della superficie di un appartamento e coinvolge una grande quantità di aspetti qualitativi, spesso non quantificabili ma che possono essere analizzati e giudicati seriamente senza numeri e tra essi ha un posto centrale il contenuto della disciplina in oggetto”. Tanti gli studi di Israel sui rischi della “invalsizzazione” della scuola e “la sostituzione dell’insegnamento ordinario con un’attività di addestramento al superamento dei test”. Tanti i dubbi legati proprio alla valutazione (“come può verificarsi la capacità argomentativa di un alunno di fronte a un problema matematico [o ad un testo] che non sia estremamente banale e meccanico? Anche il più semplice problema matematico [o un testo] si presta a una grande molteplicità di soluzioni [e letture]”).

Qui nessuno “vuole nascondere la testa sotto la sabbia” (secondo le parole usate da Ajello) ma, senza attaccare solo gli insegnanti e la loro “formazione lacunosa”, forse potrebbe essere il caso, dopo circa un ventennio, di ripensare all’Invalsi senza quella sorta di sacralità acritica (che ne accompagna spesso le attività) con qualche domanda: è proprio sicuro che i docenti “non conoscono il concetto di valutazione”? A meno che non pensiamo di essere di fronte a degli ignoranti ottusi e pigri, se “ogni volta dobbiamo rispiegarlo”, non è possibile che quei docenti conoscano metodi di valutazione diversi da quelli dell’Invalsi? E se da circa vent’anni i risultati sono più o meno gli stessi (soprattutto al Sud), non è arrivato forse il momento di fare qualcosa di diverso magari evitando di “criminalizzare” sistematicamente e semplicisticamente docenti e allievi e contribuendo, tra l’altro, a rafforzare antichi e pesanti luoghi comuni a danno dei meridionali?
Qui, poi, a proposito di Sud, si aprono altri scenari che sono al centro delle mie attività extra-scolastiche come archivista, giornalista e saggista appassionato della storia meridionale.

Da docente delle scuole superiori di Scampia, ancora innamorato del suo lavoro dopo 30 anni, in aggiornamento continuo e tra ragazzi meravigliosi che, pure tra mille difficoltà, hanno raggiunto risultati eccellenti anche agli esami di Stato e sono stati tra i primi ad utilizzare la Dad in Italia grazie al lavoro di colleghi e dirigente, è proprio sicuro che il problema sia “la formazione dei docenti del Sud”? Non sarebbe forse il caso di dare finalmente un occhio a quei contesti per i quali non sono previsti test e crocette? Non sarebbe il caso di dare un occhio ai dati relativi alle connessioni internet e agli abbonamenti attivati con relative e abissali differenze tra Sud e Nord? Invece di sparare nel mucchio dei soliti meridionali “bruttisporchiecattivi” (insegnanti e allievi inclusi, nel silenzio grave di media, intellettuali e politici), non si dovrebbe iniziare a dare un occhio alle differenze di redditi medi e di occupazione e tirare delle logiche somme per quanto riguarda le possibilità che ha un ragazzo al Sud rispetto a quelle che ha un ragazzo al Nord con relativi smartphone, libri, riviste, vacanze o viaggi a sua disposizione? Non si dovrebbe iniziare a dare un occhio anche ai clamorosi tagli nella scuola in questi anni ed in particolare al Sud? Del resto non riusciamo a capire come sia possibile scientificamente e senza pensare a problemi legati al clima, all’aria o all’acqua, ipotizzare che gli stessi insegnanti meridionali siano “impreparati” al Sud e diventino “preparati” al Nord, viste le percentuali altissime di insegnanti del Sud emigranti ed emigrati al Nord.

Altro che accuse ai docenti, allora: qualcuno avrebbe dovuto solo ringraziare questi insegnanti per il loro lavoro e i loro risultati nonostante tutto quello che succede in Italia da circa un secolo e mezzo ed in particolare in questi mesi così difficili per tutti.

Alla luce di tutto questo, un dubbio amaro resta: e se fossero i responsabili dell’Invalsi e dei ministeri di turno e non i docenti a “nascondere la testa sotto la sabbia”?

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