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Insegnare matematica, logica e grammatica all’aperto si può: la didattica “green”. INTERVISTA

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Sono ancora sporadiche nella nostra lingua le pubblicazioni e i corsi di formazione relativi alla didattica all’aperto, ma le contingenze del momento rendono quanto mai necessario il reperimento di cornici teoriche e soprattutto idee pratiche per compiere sperimentazioni ben organizzate e coerenti con i programmi disciplinari.

Sono ancora sporadiche nella nostra lingua le pubblicazioni e i corsi di formazione relativi alla didattica all’aperto, ma le contingenze del momento rendono quanto mai necessario il reperimento di cornici teoriche e soprattutto idee pratiche per compiere sperimentazioni ben organizzate e coerenti con i programmi disciplinari. La pedagogista Lidia Tavani ci aveva già illustrato alcune linee programmatiche del suo intervento all’interno dell’Istituto Marymount di Roma; l’abbiamo ricontattata per conoscere il prosieguo di questa esperienza, dopo che l’emergenza sanitaria in corso l’ha resa ancora più centrale all’interno dell’offerta formativa della scuola, e per provare ad adattarla anche ad altri istituti desiderosi di una svolta ‘green’.

 Dottoressa Tavani, lei scrive che “nell’ambiente naturale troviamo le nozioni fondamentali del sapere umano, tuttavia queste si presentano in forma grezza e non organizzata. Spetta a ciascuno di noi scoprirle e riorganizzarle in base al proprio vissuto, ai propri interessi, le proprie abilità, i propri sogni”. Un libro di testo che ciascun insegnante può scrivere da sè, insomma?

Esatto! Sono favorevole ad un approccio di co-costruzione dei saperi piuttosto che di assimilazione e, da questo punto di vista, l’ambiente naturale costituisce un setting ideale. Il gioco sta nel pensare l’ambiente naturale come un ambiente di apprendimento. Spesso siamo abituati ad associare l’apprendimento a scuola con l’immagine della classe, ma personalmente credo che l’ambiente di apprendimento esuli da una forma prestabilita di spazio per costituirsi innanzitutto come uno specifico sistema di relazioni.

Ciò che personalmente mi entusiasma dell’ambiente naturale è che riesci a riconoscerne il valore didattico solo se ci entri in relazione. La costruzione della relazione è una competenza che ognuno di noi possiede, la esercitiamo tutti i giorni con le persone, occorre solo attivarla nei confronti dell’ambiente ognuno con la propria esperienza, la propria storia, i propri bisogni ed interessi. Questo per me è il “meraviglioso” di cui parla Aristotele a proposito della natura: in essa troviamo ogni cosa, più aumenta la relazione e l’interazione di tipo riflessivo e più aumentano le possibilità per costruire saperi sempre nuovi e connessi con la propria realtà.

Quali sono le domande che un docente, o meglio un team di docenti, dovrebbe porsi in fase di progettazione di una esperienza di didattica all’aperto?

Penso che possa essere utile interrogarsi su quattro punti fondamentali: l’ambiente naturale come ambiente di apprendimento; l’organizzazione delle attività didattiche all’insegna delle principali esigenze metodologiche della didattica all’aperto (flessibilità, esperienza libera, creatività); la continuità con gli altri ambienti della scuola; cosa e come valutare.

Nel testo che ho scritto per l’Istituto Marymount i punti vengono argomentati singolarmente suggerendo attività e domande specifiche che possono aiutare la riflessione. In linea generale, la proposta è quella di partire da se stessi, interrogandosi sulla propria relazione didattica con l’ambiente naturale e sui significati del proprio ruolo in quanto veicolo di interazioni didattiche ed educative con l’ambiente. Se pensiamo l’apprendimento alla luce di interazioni che co-costruiscono saperi, il docente non è più un canale di trasmissione di contenuti, ma un facilitatore di relazioni finalizzate alla scoperta.

Immagino debba esserci una continuità in aula…

La continuità, a mio avviso, costituisce uno dei principi cardini dell’azione educativa. Mi riferisco alla continuità dei contenuti e delle esperienze di cui scriveva John Dewey. Da questa prospettiva, la continuità prevede il coinvolgimento di tutti gli ambienti scolastici disponibili, esterni ed interni in base alle risorse di ciascuna scuola. Ogni ambiente, infatti, si caratterizza per la presenza di particolari strumenti, materiali e spazi che offrono opportunità specifiche di continuità. Alcune suggestioni di apprendimento che emergono durante un’esperienza all’aperto possono essere meglio sviluppate, per esempio, in un ambiente di FabLab, piuttosto che nella propria aula o in un laboratorio di informatica, o persino in palestra sperimentando la fisica di alcuni movimenti del nostro corpo! Quello che sicuramente mi sembra importante è andare oltre l’immagine dell’aula come spazio privilegiato della scuola per aprirsi, invece, ad una pluralità di ambienti in cui l’apprendimento è determinato da uno specifico setting relazionale e non da uno spazio fisico. In questo senso l’ambiente all’aperto costituisce uno degli ambienti che dovrebbe entrare a far parte della prassi didattica comune.

Le griglie di valutazione di quali aspetti specifici terranno conto?

Così come in ogni esperienza didattica, anche in quelle all’aperto è importante riflettere sui criteri di valutazione. Nella didattica all’aperto è fondamentale pensare ad una valutazione non solo degli apprendimenti, ma anche della qualità dell’esperienza didattica. Creare, cioè, delle rubriche o griglie di osservazione che consentano al docente, con l’aiuto dei bambini, di elaborare una riflessione sull’organizzazione delle attività didattiche. Ad esempio, alcuni interrogativi che ho proposto nel testo sono:

Cosa ha favorito/sfavorito l’interazione con l’ambiente e in che maniera? Che tipo di legami

relazionali con l’ambiente hanno prodotto tali interazioni?

Cosa ho ottenuto all’aperto che altrimenti non avrei potuto ottenere in classe?

Quali vantaggi educativi e didattici hanno vissuto i bambini all’aperto?

Questi sono solo alcuni spunti, l’obiettivo principale è definire quali elementi rendono “efficace” un’esperienza didattica all’aperto.

Parliamo di come un intervento all’aperto possa strutturarsi su una lezione di analisi logico-matematica.

Un esempio potrebbe essere tratto dal paragrafo “Le frazioni”. Molti bambini, soprattutto quanti hanno un disturbo di apprendimento, mostrano alcune difficoltà nell’apprendimento del concetto di frazione poiché richiede la visualizzazione mentale di tre tipi di informazioni diverse che devono essere messe in relazione in un unico atto operativo: l’informazione sull’intero, l’informazione sulla suddivisione dell’intero in N parti, l’informazione su N parti dell’intero che vengono prese.

L’ambiente all’aperto rappresenta un luogo ideale per affrontare questo argomento poiché offre una rappresentazione concreta del concetto di intero. I bambini hanno la possibilità di vedere e manipolare direttamente le tre informazioni, concentrando l’attenzione esclusivamente sul significato della frazione e, successivamente, sui relativi procedimenti operativi.

All’aperto le frazioni si trovano ovunque: in un frutto che può essere tagliato e diviso in N parti, nei rami caduti per terra che contengono altri rametti, nei petali di un fiore, nelle vetrate delle finestre, nelle pietre che delimitano le aiuole, nelle foglie attaccate ad un ramo o ad una pianta, nei gradini di una scala.

Una prima attività, dunque, potrebbe essere quella di sfidare i bambini, andando alla scoperta di elementi che rappresentano un intero e che, di conseguenza, possono essere usati per elaborare frazioni. Ogni volta che se ne trova uno, si contano le parti che lo compongono e se ne prendono N parti formulando la frazione corrispondente. Una foglia di palma, per esempio, rappresenta un intero scomponibile in una frazione. Lo stesso potrebbe dirsi dei ciuffetti foglie aghiformi tipici delle Gimnosperme, oppure dei petali di un fiore. Quando i bambini mostrano una padronanza del concetto è possibile organizzare una “caccia di frazioni”. Si divide la classe in gruppi e ad ognuno si assegna un foglio con le frazioni da cercare (ad esempio: “Raccogli 3⁄4 di foglie che sono sulla panchina”; “Cerca un elemento che si compone di 8 parti e raccogline 2”; …). Le frazioni trovate possono essere documentate con foto, video, disegni o trascrizioni di vario tipo.

Un ulteriore upgrade dell’attività è quella di dividere la classe in coppie e assegnare a ciascuna di esse un numero prestabilito di oggetti (ogni coppia può scegliere e andare alla ricerca degli oggetti che preferisce: legnetti, sassolini, foglie…). Il gioco consiste nel comporre una forma utilizzando la quantità di oggetti corrispondente ad una frazione data, in un tempo predefinito (ad esempio: “Comporre la forma di un aereo utilizzando 3⁄4 dei vostri oggetti in 3 minuti”). Più le forme saranno bizzarre, più il gioco sarà divertente! L’attività può continuare in classe o nel FabLab.

Persino l’analisi grammaticale e logica potrebbero diventare un’attività ludica da svolgersi all’aperto.

Certo! In questi giorni, per esempio, con le classi II stiamo riprendendo alcune regole fondamentali della grammatica: le sillabe, le doppie e le parole con le lettere ponte. Abbiamo lanciato una sfida ai bambini: utilizzare gli elementi che trovano nel giardino per comporre di volta in volta, in un tempo prestabilito, una parola con una specifica regola grammaticale. Ad esempio: “Avete 5 minuti per comporre una parola con 2 sillabe!”. I bambini si divertono tantissimo e trovano soluzioni creative davvero sorprendenti. Ogni singola sfida si conclude con la richiesta di una rappresentazione grafica accurata della parola composta all’interno di un foglio suddiviso in riquadri. Tale foglio costituisce un aggancio per sviluppare continuità poiché al rientro in classe ogni riquadro potrà essere ritagliato e incollato sul quaderno riorganizzando le informazioni nella modalità ritenuta più opportuna, in base alle osservazioni fatte sui, dai e con i bambini.

Per quanto riguarda lo studio della storia, della geografia e delle scienze naturali, al Marymount fate laboratori di archeologia, orto etc, ma non dovrebbe essere difficile strutturare delle attività anche a fronte di più modici investimenti economici.

Il Marymount sicuramente parte in vantaggio perché gode di ampi spazi esterni e di disponibilità economica, ma il risultato di oggi è il frutto di un lavoro fatto nel tempo, anno dopo anno, per ripensare lo spazio esterno in modo da favorire lo studio e l’apprendimento. Ciò che intendo dire è che le risorse economiche ovviamente facilitano, ma il passo più importante è di tipo intellettivo e culturale: ampliare l’immaginario comune degli ambienti scolastici e pensare la scuola in termini di un sistema di relazioni di apprendimento. Quando si guarda agli spazi in quest’ottica -siano essi interni o esterni- emergono sempre possibilità interessanti. Quest’estate, per esempio, al Marymount è stata realizzata un’altra aula all’aperto, disegnata dall’architetto Giovanni Fumagalli, dai costi contenuti: semplici sgabelli fissati nel terreno con una lavagna accanto ad un albero. È un progetto semplice, ma che richiama una riflessione ben precisa sul concetto di aula che hanno colto anche i bambini. Proprio un bimbo, di soli 7 anni, riferendosi a come era quello stesso spazio prima del progetto dell’aula all’aperto, ha commentato: “Ma io mi chiedo che ce la tenevamo a fare uno spazio così bello senza poterlo usare! Ora è meglio, gli abbiamo dato una funzione!”.

La scuola secondaria sembra per ora esclusa dalla sua progettazione, ma credo non dalla sua riflessione…

La didattica all’aperto per la scuola secondaria è il mio prossimo obiettivo. Sto lavorando per strutturare un’organizzazione che mi consenta di effettuare lunghi periodi di osservazione con classi di diverso grado. La mia metodologia di lavoro si fonda sulla tecnica di osservazione propria dell’epistemologia antropologica, richiede un po’ di tempo ma consente di immergersi nel contesto, cogliere molti aspetti e riflettere su come riorganizzarli in senso critico. Durante l’osservazione il mio interesse principale sono i processi di apprendimento, tanto quelli degli studenti quanto quelli dei docenti. Vivere questa esperienza al Marymount per me è una grande opportunità perché lavorando lì da molti anni posso osservare l’evoluzione dei processi di apprendimento degli studenti durante le diverse fasi del loro sviluppo.

Se dovessimo fare una sintesi del suo lavoro, potremmo dire che si lega da un lato agli ambiti specifici delle materie di studio, con le loro epistemologie e i loro obiettivi disciplinari, dall’altro promuove un approccio culturale più olistico, orientato alla sostenibilità ambientale e alla promozione dei diritti, una grande priorità dell’educazione in questo momento.

Mi fa piacere che si siano notati entrambi gli aspetti perché uno dei miei sforzi principali è stato quello di formulare una proposta che fosse fortemente ancorata alla realtà delle scuole italiane. Tale realtà oggi ci parla da un lato di materie, obiettivi disciplinari specifici, classi statiche, valutazioni quantitative e per questo motivo ho organizzato le proposte didattiche in paragrafi di macro argomenti, a loro volta suddivisi in capitoli di “riferimenti disciplinari”. Quest’ultima espressione si aggancia all’altro lato della realtà, ossia quello che ci parla di autonomia e spazi per la sperimentazione didattica. Attraverso di essa ho voluto sottolineare la possibilità di ragionare in modo interdisciplinare, guardando ai confini disciplinari come ponti e non limiti di apprendimento. Il termine “riferimento” evoca un legame di pertinenza, di riferimento per l’appunto, da cui partire per muoversi lungo percorsi che interrogano la realtà di tutti i giorni. Come spiegato in precedenza, quando parliamo di didattica all’aperto parliamo di processi di costruzione di una relazione con lo spazio abitato. In questo senso una diretta conseguenza della didattica all’aperto è lo sviluppo di forme di cittadinanza attiva che possono trovare attuazione nelle diverse dimensioni del sociale.

Con alcune classi della primaria, per esempio, sulla base di alcuni suggerimenti presenti nel testo abbiamo avviato un progetto di educazione civica sui meravigliosi alberi che popolano il giardino del Marymount. Tale progetto ci porterà non solo a conoscere l’ambiente naturale che ci circonda, ma anche a pensare proposte concrete di sostenibilità ambientale da realizzare nella nostra scuola e….chissà, speriamo anche fuori! I bambini spesso hanno idee molto utili e la didattica all’aperto costituisce un valido strumento per farle emergere e soprattutto realizzarle!

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