Insegnanti e uso di psicofarmaci, tra casi di abuso

di Vittorio Lodolo D'Oria
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Nel 1979 la Cisl-Sinascel fece una ricerca con la cattedra di statistica dell’Università di Pavia. Oggetto dello studio era la salute degli insegnanti e i risultati furono davvero sorprendenti: il 30% del campione (2.000 docenti di Milano e Provincia) facevano uso di psicofarmaci.

Il dato è ancora più eclatante se si pensa che in quegli anni non era ancora stato lanciato sul mercato il rivoluzionario Prozac (antidepressivo maneggevole di nuova generazione) con tutti i suoi derivati, mentre gli altri antidepressivi erano farmaci con evidenti effetti collaterali come i triciclici, gli IMAO, le benzodiazepine e altri ancora. Allora la prescrizione spettava esclusivamente agli specialisti del Paese (5.000 neuropsichiatri) mentre oggi è anche appannaggio dei medici di famiglia (60.000 mutualisti). Da queste considerazioni nascono tre domande che ne sottendono una quarta:

  1. Quanti docenti fanno oggi ricorso a psicofarmaci se nel 1979 lo faceva il 30%?
  2. Viene fatto buon uso o abuso di psicofarmaci dai docenti?
  3. I medici sono a conoscenza delle malattie professionali degli insegnanti?
  4. Sono in grado i dirigenti scolastici di tutelare la salute dei docenti a fronte della nessuna formazione istituzionale in materia?

Attraverso brevi ma significative testimonianze, estratte da recenti lettere di alcuni docenti, proveremo a rispondere in modo empirico ai suddetti quesiti.

I testimonianza

Alcuni anni fa ho cominciato ad avere problemi di insonnia trattati con farmaci. Successivamente, qualche anno dopo, un amico psichiatra mi ha detto che la mia insonnia nascondeva una forma depressiva e mi ha consigliato un farmaco che effettivamente mi ha aiutato a superare la crisi. Cinque anni fa sospendo il trattamento con il farmaco perché a me sembrava di stare bene. Dopo un anno ho una ricaduta che mi costringe a stare per due settimane a casa da scuola. Riprendo l’uso del farmaco e concludo l’anno scolastico abbastanza bene.

Nel gennaio scorso succede la stessa cosa, mi sento bene, sospendo l’uso del farmaco ma, senza rendermene conto, faccio sempre più fatica a fare le cose di ogni giorno.

Passo l’estate in uno stato depressivo fortissimo, riprendo l’uso del farmaco che questa volta non fa effetto. Non riesco più a dormire nemmeno con sonniferi. Ad agosto mi rivolgo ad un altro psichiatra che mi cambia la cura e aumenta la dose di farmaci.

L’imminente inizio della scuola mi crea ansia a livelli altissimi. La testa non funziona più, non ho memoria e non sono capace di alcuna concentrazione. Perdo una decina di chili di peso. Tutti mi dicono che devo solo aspettare che i farmaci facciano il loro effetto. Sono chiuso in casa e non riesco a combinare nulla. Non ho voglia di fare niente ed ho perso qualsiasi interesse. Non vedo una via di uscita.

Sono a casa in malattia, non mi sento in grado di riprendere. Mi chiedo: è possibile perdere tutto così? Cosa è l’accertamento medico in CMV?

Considerazioni

  1. Nella terapia farmacologica non è possibile ricorrere al fai-da-te, sospendendo e riprendendo l’assunzione dei farmaci in base alle proprie passeggere sensazioni di malessere o di benessere. Tanto meno è possibile affidarsi allo psichiatra-amico perché il rapporto deve essere esclusivamente di tipo professionale. Una terapia antidepressiva può dare i suoi effetti anche dopo un mese di terapia, mentre deve protrarsi per un tempo minimo di sei mesi. La sospensione eventuale deve essere decisa dal medico e avviene a scalare nel tempo sotto stretto controllo del curante. La farmacoterapia deve insomma avvenire sotto rigorosa osservanza dello specialista.
  2. La domanda finale (“Cosa è l’accertamento medico in CMV?”) pone la questione della formazione dei diritti/doveri del docente da parte del dirigente scolastico. L’art. 37 del DL 81/08 prevede la formazione obbligatoria, in materia di tutela della salute dei lavoratori, che nessun istituto scolastico attua a dispetto della normativa in vigore. Ne consegue un evidente danno per i lavoratori.

II testimonianza

Ho 65 anni, sono una docente di Italiano e Storia alle scuole medie. Da diversi anni sopravvivo con ansia e attacchi di panico. Il mio medico insiste che è depressione, mi manda dallo psichiatra che conferma e mi cura appunto per depressione. Da 2 anni sono in cura continua e sto sempre peggio.

A scuola mi sento continuamente svenire, non riesco a concentrarmi, ho frequenti vuoti di memoria. Ho grosse difficoltà nel fare lezione e anche maggiori nella sorveglianza. Dopo pochi giorni di scuola sono crollata.

Considerazioni

  1. La diagnosi di depressione non è sempre accolta di buon grado dal paziente che tende a rifiutarla più o meno inconsapevolmente o a nasconderla al prossimo. Si ricordi a tal proposito che il depresso mette spesso in pratica la dissimulazione, cercando di mostrarsi sempre performante nascondendo il malessere ai colleghi. La dissimulazione accrescerà così l’isolamento della persona che invece dovrebbe ricorrere alla strategia della condivisione dei propri problemi con chi le vive intorno.
  2. Il malessere del docente ricade direttamente sull’utenza. I problemi più evidenti si incontrano nella scuola dell’infanzia o in quella primaria con la piccola utenza, proprio in virtù della mancata capacità di sorveglianza dell’insegnante in crisi.

III testimonianza

Sono un insegnante di sostegno della secondaria superiore da 10 anni e credo di aver raggiunto il colmo della misura.

Non riesco a lavorare con i ragazzi che mi sono affidati in quanto sono preda di continui attacchi d’ansia e di rabbia.

Più volte mi è capitato di dover uscire dall’aula per sfogarmi da solo per evitare di avere comportamenti non opportuni con i ragazzi.

Le predette manifestazioni ora mi colpiscono anche all’esterno della scuola (luoghi affollati come centri commerciali e simili).

Mi capita sempre più spesso di sentire le voci dei ragazzi (mugugni, frasi ripetute all’infinito, digrignare i denti, ecc.) anche quando torno a casa tanto da ritrovarmi ad urlare e prendere a pugni qualsiasi cosa mi capiti a tiro.

Ho avuto un deludente incontro con una psichiatra del centro di salute mentale (“lei lavora solo 18 ore”, “la sta prendendo male”, “aspetti qualche anno e si faccia trasferire su materia”) mentre ho trovato, fortunatamente, un Dirigente Scolastico disponibile e comprensivo il quale mi ha consigliato di contattarla

Considerazioni

  1. Vale la pena ricordare che uno studio nazionale condotto nel 2009 sugli insegnanti di sostegno ha rivelato l’altissima usura psicofisica degli stessi. Coloro che fossero per vari motivi psichicamente labili o avessero un’anamnesi familiare significativa (che deve essere sempre accuratamente indagata), non dovrebbero intraprendere questa attività professionale fortemente a rischio. Finché non saranno riconosciute le malattie professionali dei docenti, continueremo tuttavia ad avere insegnanti inidonei a ricoprire questi ruoli. La tutela della salute del docente, quando finalmente sarà attuata, darà come frutti conseguenti anche la garanzia d’incolumità dell’utenza.
  2. Appare evidente e lapalissiano che anche tra i medici prevalgono gli stereotipi sulla categoria docente piuttosto che la cognizione circa la sua situazione di forte disagio mentale professionale.

Risposte ai quesiti

  1. Gli insegnanti non sanno che le loro malattie professionali sono all’80% di tipo psichiatrico, ma fanno larghissimo uso di psicofarmaci anche se non si conosce la percentuale esatta. Questa, oggi, supera certamente il 30% evidenziato dallo studio Cisl-Sinascel del 1979. A comprovare il drammatico incremento del dato è la percentuale delle inidoneità lavorative con diagnosi psichiatrica passata dal 33% del 1992 all’80% degli ultimi anni.
  2. L’uso degli psicofarmaci è spesso improprio e improntato al fai-da-te con tutte le conseguenze che ciò comporta come la parziale efficacia se non addirittura l’inefficacia della terapia.
  3. Così come gli stessi insegnanti, i medici (generici e specialisti) non conoscono le malattie professionali dei docenti ma restano inchiodati agli stereotipi sulla categoria professionale.
  4. I dirigenti scolastici sono totalmente ignari delle malattie professionali della categoria docente e non hanno la minima idea di come affrontarle e prevenirle. Lo strumento a disposizione (Accertamento medico in Collegio Medico di Verifica) spesso non viene ben utilizzato perché non spiegato in sede di formazione istituzionale. E’ perciò da lodare nella circostanza la scaltrezza del dirigente che, dichiarandosi incompetente, invita il docente a rivolgersi a colui che conosce la materia. Tuttavia questa non può essere la soluzione a un problema che riguarda la salute della più grande categoria professionale (all’83% femminile) del pubblico impiego.

Per tutti questi motivi reputo utile invitare non solo i docenti e i dirigenti scolastici, ma anche i colleghi medici, gli psicologi, i RSPP, i RLS e i RSU a frequentare il corso online appositamente messo a punto che tratta della prevenzione, manifestazioni cliniche, orientamento alla cura per la tutela della salute degli insegnanti. Per informazioni, programma e iscrizione allo stesso scrivere a [email protected] .

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