Insegnanti sempre più anziani, Anief: entro dieci anni la metà andrà in pensione, concorsi non bastano

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Anief – I docenti italiani hanno un’età media di 49 anni, contro i 44 anni della media nei Paesi OCSE: lo scrive l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, a seguito dell’indagine internazionale sull’insegnamento e l’apprendimento TALIS (Teaching and Learning International Survey) per il 2018 pubblicata in queste ore.

Il risultato non sorprende, perché non fa altro che confermare il  Conto annuale pubblicato dal Mef, pubblicato in primavera, dal quale è risultato che i nostri insegnanti hanno l’età più avanzata in Europa.

Il docente italiano è fortemente collaborativo, quasi sempre frequenta corsi di formazione e aggiornamento almeno una volta l’anno, nella maggior parte dei casi “riferisce di aver spesso calmato studenti problematici” e “valuta abitualmente i progressi dei propri studenti osservandoli e fornendo un feedback immediato”. Inoltre, “l’uso delle TIC per l’insegnamento” è stato incluso nella formazione o istruzione formale” e per due insegnanti su tre quella dell’insegnamento “è stata la prima scelta professionale”.

IL COMMENTO DEL PRESIDENTE ANIEF

“Ciò che esce fuori dallo studio Ocse – commenta Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – è un profilo di un insegnante italiano attaccato alla professione, che si forma in modo continuo, efficace nell’azione formativa e con un rapporto positivo con i propri alunni. Anche il grado di competenza tecnologica è diventato adeguato alla professione. Un grave problema irrisolto rimane invece quello del ricambio inadeguato di personale. Tanto da detenere la palma del Paese con docenti più avanti negli anni rispetto agli altri Paesi. E non saranno certo i concorsi lumaca a risolvere la situazione”.

“L’assunzione graduale dei precari inseriti nelle GaE e nella seconda fascia d’istituto – dice il sindacalista autonomo – non è solo un diritto da espletare, verso lavoratori che permettono da anni e anni di portare a termine il regolare servizio scolastico; è anche un’esigenza impellente, che se non si esaudirà andrà a determinare un altissimo numero di posti vacanti, assegnati ogni anno quasi sempre ad un docente diverso. Già questa estate vivremo il record di supplenze annuali: se non vogliamo diventare la ‘barzelletta’ dell’Ocse, dove dominano le cattedre di precari”.

“Sull’età media che rimane altissima, infine, la soluzione non è quella di respingere i precari storici, che rappresentano delle preziose risorse da non farsi certo scappare via. La strada da intraprendere è sempre e solo quella di allargare a tutto l’insegnamento, non fermandosi ai maestri della scuola dell’infanzia, tra le professioni più stressanti e gravose, quindi inserite in quelle meritevoli dell’Ape Social. Non è una concessione, ma una normale conseguenza, ravvisata anche dall’OMS, dell’alto stress e burnout collegato all’insegnamento, con ripercussioni sulla spesa sociale per via dell’insorgenza di patologie e malattie invalidanti e dell’assistenza medica e specialistica: ci sono Paesi come la Germania e la Francia che l’hanno capito da tempo, mandando in pensione i loro docenti attorno ai 60 anni o con meno di 30 anni di contributi, senza particolari decurtazioni. Noi, invece – conclude Pacifico – ci teniamo stretti i nostri record sempre più di cui vergognarci”.

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