Insegnanti a rischio stress. Quali i “fardelli” più pesanti?

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Quali sono i ‘fardelli’ più pesanti per gli insegnanti italiani, oggi? Quali fattori condizionano negativamente il loro benessere psicologico, l’efficacia del loro lavoro e non da ultima anche la loro salute? Torniamo a parlare di rischio patologie psichiatriche nei docenti con Silvia Gianelli, docente di scuola secondaria di secondo grado e formatrice ADI (Associazione Docenti e Dirigenti Italiani).

Quali sono i ‘fardelli’ più pesanti per gli insegnanti italiani, oggi? Quali fattori condizionano negativamente il loro benessere psicologico, l’efficacia del loro lavoro e non da ultima anche la loro salute? Torniamo a parlare di rischio patologie psichiatriche nei docenti con Silvia Gianelli, docente di scuola secondaria di secondo grado e formatrice ADI (Associazione Docenti e Dirigenti Italiani).

I luoghi comuni sugli insegnanti sono spesso impietosi (lavorano mezza giornata, hanno tre mesi di ferie…) e sono in pochi a percepire la difficoltà, il disagio di questa categoria professionale. Dalla sua esperienza, quali pensa che siano le sorgenti di maggiore stress nel lavoro docente?

“Tanto cominciare, sono convinta che uno dei maggiori elementi di frustrazione degli insegnanti sia il mancato riconoscimento del fatto che l'insegnamento è un lavoro estremamente faticoso. L'unica voce dissonante rispetto agli stereotipi degli insegnanti fannulloni è quella di Vittorio Lodoli D'Oria, uno psichiatra, il quale ha studiato a lungo il burn-out dei docenti rilevando che sono la categoria professionale più esposta al rischio di patologia psichiatrica.

Per rispondere alla sua domanda, mi sembra interessante riportare i “fardelli” emersi nel corso di un incontro di formazione che ho tenuto un paio di anni fa con un gruppo di insegnanti elementari:

  • disorganizzazione della scuola
  • burocrazia, imposizioni dall'alto, tempi
  • cattive relazioni con i colleghi, i DS, i genitori
  • scarsità di sussidi e di mezzi
  • precarietà di ruolo e di pensione
  • comportamento bambini
  • carichi di lavoro
  • ripetitività, monotonia
  • scarsa efficacia delle riunioni
  • scarso riconoscimento professionale
  • prolungata esposizione al rumore
  • contatto prolungato con patologie
  • scarsa coesione del gruppo di lavoro
  • insufficiente condivisione
  • mancanza di meritocrazia

Credo che nell'indagare le fonti di stress degli insegnanti si debbano distinguere diversi piani.

Innanzitutto c'è un piano strutturale, di organizzazione burocratica del settore scuola che è decisamente inefficace e inefficiente. La scuola è sommersa, soffocata da leggi, leggine, circolari, direttive che formano una giungla in cui pochi coraggiosi osano avventurarsi!

Sono convinta che l'apparato amministrativo dovrebbe costituire le retrovie delle scuole, che sono in prima linea, e suo compito dovrebbe essere quello di individuare i problemi che emergono, trovare e implementare soluzioni per garantire una formazione equa e di alto livello. La mia percezione d'insegnante invece è che nella galassia ministeriale ogni ufficio, direzione vada per i fatti propri e produca regolamenti, circolari ecc. che piovono sulla testa degli ignari insegnanti, generalmente imponendo attività senza fornirne i mezzi (vedi CLIL). E non voglio neanche toccare il discorso della gestione del personale… Penso anche che una seria riforma della scuola dovrebbe partire da un riassetto e da una semplificazione normativa”.

Quanto incide secondo lei la tradizionale sottovalutazione dell’importanza di un bagaglio pedagogico? La formazione iniziale degli insegnanti sopperisce a questo bisogno?

“Vede, nella visione del lavoro dell'insegnante a mio parere manca un elemento chiave: insegnare è fondamentalmente un lavoro di relazione. Per insegnare occorrono, come dice Altet, i saperi da insegnare (i saperi disciplinari) e i saperi per insegnare (pedagogia, didattica, psicologia, comunicazione ecc.).

Purtroppo i docenti italiani non hanno ricevuto una formazione specifica, e quindi ognuno cerca di venirne fuori a suo modo, ma è un processo non facile e soprattutto faticoso. I lavori basati sulle relazioni sono estremamente coinvolgenti, usuranti, richiedono una continua presenza e un grande equilibrio.

Gran parte delle difficoltà evidenziate dalle “mie” maestre sono legate a problemi relazionali. Ad esempio molto spesso le riunioni collegiali sono inefficienti, si perde un sacco di tempo senza concludere granché, quando non diventano caotiche – basterebbe formare i DS alla conduzione efficace di riunioni, di gruppi di lavoro (su cui nel settore privato si investe molto).

Non ho mai capito perché la SSIS sia stata così frettolosamente abolita. Sono convinta che la gran parte dei problemi degli insegnanti derivi dalla mancanza di formazione, che riguarda non solo le competenze relazionali, ma anche quelle didattiche. Non c'è un solo modo di insegnare, ce ne sono tanti. E i nostri alunni sono diventati totalmente refrattari a stare in una posizione passiva, hanno bisogno di essere attivi, hanno bisogno di un'attività didattica interattiva e coinvolgente. Purtroppo la maggioranza degli insegnanti italiani non è stata formata per questo. Vede, penso che cominciare un nuovo anno scolastico possa essere molto più stimolante (a proposito di ripetitività, monotonia) se lo si concepisce come un percorso di apprendimento da costruire insieme ai propri studenti, piuttosto che come l'usato programma da svolgere”.

Tra i fattori di stress che ci ha evidenziato prima compare anche la mancanza di meritocrazia, un tema che vorrebbe essere al centro dell’azione politica del Governo…

“E' un dato di fatto che esistono insegnanti bravi, discreti, mediocri, nullafacenti. Ma tutti siamo trattati allo stesso modo. E questo mi porta al grande tabù della scuola italiana: la carriera degli insegnanti. Tutte la categorie professionali hanno una carriera, all'estero ci sono validi esempi di percorsi di carriera per gli insegnanti. In Italia ogni tanto questo argomento fa timidamente capolino per essere bruscamente tacitato.

Infine, vorrei aggiungere un'ultima fonte di stress, rappresentata da una scansione dell'anno scolastico a mio parere poco funzionale. Non siamo più una società agricola, il nostro tradizionale anno scolastico ha troppe vacanze estive (che mettono a dura prova le organizzazioni familiari!) e troppi pochi momenti di pausa durante l'anno, per di più distribuiti in base alle festività religiose e civili e non a un criterio di “igiene mentale”. Bisognerebbe introdurre una pausa ogni 7-8 settimane, come saggiamente fanno in Francia e in Germania – anche perché tutti sanno che i ragazzi più sono stanchi più sono agitati”.

Ad aumentare l’insoddisfazione interviene anche il rapporto con i genitori, spesso sprezzanti nei confronti degli insegnanti dei loro figli. Sulla base della sua esperienza, una simile affermazione le sembra veritiera? Secondo lei in che modo si potrebbe ‘riparare’ questo rapporto interrotto?

"Nella mia trentennale esperienza di insegnamento, mi è capitato raramente di entrare in conflitto con i genitori. Credo che questo sia dovuto al fatto che sentono che io sto dalla parte dei loro figli, anche se do loro voti insufficienti o evidenzio le loro mancanze. Sono profondamente convinta che il nostro lavoro di insegnanti sia quello di valorizzare i talenti di ognuno e di lavorare insieme agli studenti e alle loro famiglie per affrontare e superare le difficoltà che i ragazzi incontrano nel loro percorso scolastico. Credo che se un insegnante riesce a mostrarsi giusto, accogliente e incoraggiante con tutti gli studenti, soprattutto con quelli in difficoltà, i rapporti con le famiglie diventano molto più sereni”.

A volte però lo scontro con i genitori sembra purtroppo inevitabile. Secondo lei meglio cedere oppure non bisogna mai rinunciare alla propria autorevolezza?
“Mi riesce difficile rispondere a questa domanda, perché non mi sono mai trovata in queste situazioni. Credo si debba capire se dietro a tanta aggressività dei genitori ci sia solo una grande preoccupazione per l'andamento scolastico dei figli, preoccupazione che va accolta e sulla quale si può costruire un'alleanza, un nostro errore, e allora intelligenza vuole che lo si corregga, oppure un'invadenza, una prevaricazione dei genitori che va fermata”.

In quali tipologie di scuole i docenti appaiono più stressati? Quali sono le materie più a rischio?

“Non ho dati su cui appoggiarmi e opero solo nella scuola superiore. In questo segmento di scuola penso che gli insegnanti più provati siano senz'altro quelli degli istituti professionali, e in particolare quelli delle materie di base: italiano, storia, matematica ecc.

La riforma Gelmini ha peggiorato enormemente i problemi strutturali dei professionali, e sono convinta che questi istituti debbano godere di una maggiore autonomia per poter veramente garantire il successo scolastico dei loro problematici studenti, successo che adesso è ben lontano dal realizzarsi”.

Si ha talvolta l’impressione che si chieda ai docenti di improvvisarsi medici, psicologi, sociologi o psichiatri. E’ così secondo lei, un docente deve maturare competenze così eterogenee?

“Senz'altro la figura di insegnante richiesta nella società della conoscenza, in una società globalizzata, tecnologica, multietnica e multiculturale in rapido cambiamento è molto più complessa rispetto al passato, è una figura a più dimensioni. Essenzialmente mi sembra che oggi un insegnante debba sviluppare competenze in quattro aree chiave: apprendimento (i già citati saperi da insegnare e saperi per insegnare), relazione (cioè la capacità di mettersi in relazione con singoli e di lavorare e collaborare in gruppi), valutazione (sia degli apprendimenti che autovalutazione) e infine quella che mi sembra essere fondamentale per sviluppare le competenze professionali degli insegnanti: la riflessione in azione, la capacità di apprendere nella e dalla pratica, attraverso la riflessione e l'analisi. Vede, il fatto è che gli insegnanti queste cose le fanno già – come testimoniano le mie maestre. Sarebbe auspicabile che venissero supportati in questo non facile compito.

Quanto secondo lei incide il fattore economico nella percezione a volte mortificante che gli insegnanti hanno del loro lavoro e del loro ruolo nella società?

Credo che il vero elemento mortificante non sia tanto il livello degli stipendi, che è quello del pubblico impiego, quanto il discuterne pubblicamente.

Credo che uno dei modi più subdoli e vigliacchi di svilire, di delegittimare gli insegnanti sia dire “ma cosa vuoi da loro, guadagnano così poco…

I quotidiani hanno una visione unidimensionale della scuola: colpa di tutti i mali sono la scarsità di risorse e i bassi stipendi degli insegnanti. Penso sia ora di ampliare l'orizzonte e di inserire nuovi elementi di riflessione”.

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