Insegnanti e didattica a distanza: lo stress amplificato dal COVID-19. Tre esperienze, invia la tua

di Vittorio Lodolo D'Oria

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Per gli insegnanti non c’è davvero tregua. Al burnout, non ancora riconosciuto ufficialmente in termini di malattia professionale, prevenzione e indennizzo, si somma lo stress da Covid-19 che assume nella scuola l’acronimo di “DAD”, che sta per didattica a distanza.

Sono stato sollecitato più volte a occuparmene, su istanza di docenti, sindacalisti e associazioni di categoria, ma mi sono finora rifiutato non ritenendomi uomo per tutte le stagioni. Tuttavia, le richieste si sono moltiplicata ed ho dovuto cedere, ma a una condizione: non intendo ammannire consigli fondati sul nulla prima di aver studiato da vicino il fenomeno attraverso la lettura delle testimonianze dei protagonisti. Pertanto, primum audere! Non possiedo infatti bacchette magiche ma, con i docenti, possiamo ipotizzare soluzioni adattive adeguate per far fronte a una nuova sfida che assorbe energie ma costituisce al contempo occasione di riflessione e di crescita.

Con questo articolo comincerà l’analisi delle testimonianze (ciascuno può inviarmi la propria a [email protected]) su cui riflettere. Assolutamente fondamentale sottolineare il fatto che la riflessione scaturisce dalla volontà di condividere le esperienze per non sentirsi soli, come in effetti non siamo, a meno di volersi isolare, escludendosi dal mondo. Il mio invito pertanto consiste nel leggere i racconti dei colleghi, nel non sentirsi soli e men che mai disperati, ma soprattutto desiderosi di condividere tutto: dal nuovo al vecchio. La costrizione a una relazione virtuale può ci aiuta a superare quelle barriere che, de visu, ci appaiono insormontabili.

I testimonianza

Mi fa piacere rispondere finalmente ad una valida iniziativa, poiché, da quando siamo entrati in questo limbo, noi docenti ci sentiamo estremamente soli, con un carico di lavoro immane e psicologicamente a terra. Sì, sono a terra perché, oltre ad essere una docente di sostegno sono mamma di due bambini (10 e 8 anni) la cui didattica a distanza mi coinvolge giornalmente e non nego che la mattina, quando iniziamo le nostre 3 videolezioni, mi sale un’ansia indescrivibile.

Sì, perché non sono una e trina, ma sono semplicemente una mamma che con il pigiama addosso nella parte inferiore, una maglietta presa al volo dall’armadio e i segni di una nottata passata male, deve dispiegare energie ormai quasi esaurite per arrivare a fine lezioni indenne.

Si comincia con loro (i miei figli) alle 9.30, con me e la mia classe fortunatamente prima, dunque ho un attimo di tempo per salutare i miei cari alunni e correre avanti e indietro per recuperare collegamenti che si aprono e poi, ahimè, si perdono. A quel punto assisto in “live” a pianti, urla e grida della più piccola che non capisce perché la maestra continui a chiamarla…. perché lei c’è (virtualmente).

Ma nel frattempo ci sono loro, i miei amati ragazzi, che rigorosamente con telecamera off, cercano di seguire ciò che il collega spiega, peccato che io mi perda gran parte della lezione, con continuo andirivieni che non fanno altro che innalzare il picco di ansia.

Il mio compito ovviamente non finisce qui, perché, da buona docente di sostegno, ho il dovere di ricevere un feedback in primis dalla mia alunna, con la quale, finite le video lezioni disciplinari, dovrei ritagliarmi del tempo aggiuntivo per spiegare in maniera semplificata ciò che è stato detto. Non nego che molto spesso ciò non accade, poiché, a parte un piccolo momento di pausa pranzo, preparato in primissima mattina o all’ultimo secondo, inizia il tour de force pomeridiano alla volta dei compiti da semplificare per la mia alunna (rigorosamente creati dalla sottoscritta e calibrati per le sue necessità), della ricerca di materiale via web che possa essere un ulteriore aiuto e lo svolgimento dei compiti dei miei figli.

L’ansia con la quale ho affrontato tutta la prima mattina, lascia il posto a nervosismi vari, figli psicologicamente stanchi e apatici vorrebbero passare il resto del pomeriggio a modo loro (lascio libera immaginazione per capire come…). Io che mi sento impotente di fronte a tutto questo, perché sono fisicamente a casa, ma mentalmente non libera, neanche libera di riesumare qualche vecchia passione, un po’ atrofizzata nel tempo, il pianoforte.

Non riesco, non ce la faccio, ho il timore di non poter rispettare i “tempi di consegna per la mia alunna”. Già la mia alunna, con la quale, se tutto va bene, mi sarò sentita già 3 o 4 volte, ma mai per una materia: loro vogliono parlarti di sé, vogliono condividere la torta che hanno appena sfornato, il ciclo che finalmente è arrivato, la loro preoccupazione e le loro ansie…. le conosco bene quelle ansie, perché, anche se dall’altra parte, sono le stesse mie.

In definitiva mi sento a pezzi. E mercoledì ho gli scrutini da coordinatrice…. Con i miei figli sono una sfinge, ma non credo serva a tanto, perché tanto loro capiscono tutto.

Riflessioni

La ricchezza di questa testimonianza risiede nell’aver messo in luce la duplice ansia della madre-docente che, alla stregua di una wonder-woman, adempie a tutte le incombenze in modalità multitasking. Sempre per ricorrere ai termini inglesi, lo smart-working, non potrebbe essere altrimenti, si affianca all’house-keeping e al baby-sitting. Non può che risultarne amplificato il cosiddetto work related stress (stress lavoro correlato). Un errore sarebbe pensare di essere gli unici ad affrontare una siffatta situazione, mentre diviene fondamentale difendere coi denti quei piccoli spazi di sfogo come, in questo caso, la pratica del pianoforte. Individuare un collega col quale poter condividere momenti di sfogo ma anche di ilarità per tutti i simpatici inconvenienti che hanno luogo in circostanze così particolari. Insomma, un buon esercizio per rifuggire dalle nostre ossessioni nelle quali ci siamo pigramente sclerotizzati. Ne verremo fuori migliori; scommettiamo?

II testimonianza

Appena visto il suo video su GildaTV ho pensato di scriverle. Sono prof. precaria di Inglese. Quest’anno ho una supplenza di 12 ore in quanto assisto mio padre per il quale ho la L. 104. Ho una cefalea cronica quotidiana da anni e dalla fine del mese di luglio una lombosciatalgia. Mi sarei dovuta operare di ernia al disco la settimana in cui sono saltati tutti gli interventi chirurgici. Purtroppo, sto continuando con dolori tremendi e cure abbastanza invasive. Non riesco a stare seduta a preparare lezioni o partecipare a meet etc. Sto facendo il possibile per svolgere un’ora di meet a settimana e preparo lezioni a volte stando distesa. Mi chiedo anche se vale la pena perché gli studenti ridacchiano fra loro! Mi trovo molto indecisa sul fatto di chiedere al medico di base di essere esonerata da tutto questo. Ho subito un peggioramento dei dolori per la postura e lo stato ansioso dato da Circolari della scuola che secondo me non corrispondono ad una libertà di metodo di insegnamento in un momento di sospensione didattica. Vedo dei lampeggiamenti oltre a soffrire di insonnia (per dolori/farmaci ma anche PC). Scusi se sono entrata nel dettaglio su sintomatologia della quale parlo con mio medico ma non si sa come comportarsi in questo periodo in cui molti sono senza stipendio e almeno noi lo abbiamo. Cordiali saluti

Riflessioni

Questa è una delle classiche circostanze in cui vale la pena ricorrere alla malattia, previo consenso del medico di famiglia. A nulla giovano inutili eroismi in una situazione ulteriormente complicata da fattori straordinari quali l’attuale pandemia. Lavorare in siffatte condizioni è oltremodo controproducente e i ragazzi stessi sembrano avvedersene.

III testimonianza

Gentile dottore, devo dire che sento l’esigenza di scriverle perché nella mia scuola stiamo toccando un punto di esasperazione. Sono un insegnante di scuola secondaria di secondo grado dove le cose sembrano sfuggite di mano o meglio la dirigenza sembra non considerare la situazione esterna. Alla normale ansia e al comprensibile stress della situazione Covid19, nella mia scuola pare che non ci sia un’emergenza sanitaria. La Dirigente fa vero e proprio stalking. Pubblica circolari di 47 pagine, mi ha chiamato a casa per chiedermi le ragioni del fatto che non facessi Videolezioni. Tengo a precisare che ho subito fatto Didattica a Distanza caricando materiali e ed esercizi e ho mantenuto, via mail, relazione con i miei studenti. Inoltre, voglio informarla anche del fatto che il dominio di posta istituzionale che abbiamo e pieno di mail su consigli su valutazioni online e su altro. Insomma, io e alcuni colleghi ci sentiamo bombardati. Mai, però, che la Dirigenza si sia informata sulle nostre condizioni di salute o su le nostre famiglie. Credo che sia una forma di controllo oppressiva e che vada a ledere la libertà di insegnamento. I colleghi che poi seguono la linea dirigenziale organizzano consigli di classe online che non sono obbligatori e nemmeno ufficiali. Devo dire che oltre al senso di inadeguatezza che emerge in me mi sento all’interno di una competizione che non voglio fare, in questo momento. È prioritario altro, ora. La dirigente non lo capisce. Grazie per l’ascolto.

Riflessioni

Questa storia riporta all’attualità l’eterno incontro-scontro docente dirigente. Siamo di fronte a una pandemia che sconvolge il mondo e quindi anche la scuola coi suoi tempi, i suoi ritmi e la sua gestione. Non possono che risultarne docenti irrequieti e dirigenti destabilizzati, ambedue in preda all’ansia. La tentazione di ciascun attore è quella di scaricare il problema sul vicino o sul subordinato, nell’insulso tentativo di sfuggire a ruolo e responsabilità. Questa strategia, in realtà, non fa altro che esacerbare conflitti mai sopiti. La soluzione al problema non consiste nel burocratizzare la questione moltiplicando circolari, ma condividendo le iniziative da intraprendere facendo maturare il consenso e la condivisione intorno ad esse. Il comportamento descritto nella testimonianza non produce altro che incertezza e attriti tra vertice e docenti. Ci sarà da aspettarsi un buon risultato?

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