Insegnamento Religione Cattolica: non è confessionale, ma antropologico culturale. Identità e dialogo nel processo formativo

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La Legge n. 186 del 18 luglio 2003 ha introdotto, per prima volta nella storia della scuola italiana, il docente di religione cattolica tra i docenti assunti a tempo indeterminato previo superamento di pubblico concorso riservato per esami e titoli, così come avviene per tutte le altre discipline.

Il decreto scuola, entrato in vigore il 29 dicembre 2019, insieme agli altri concorsi disciplinari per tutti gli ordini e gradi scolatici, ha previsto anche l’indizione di un concorso per tali docenti previa intesa con il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Ad esso sembra che siano destinati i posti per l’insegnamento di tale disciplina; ma ad oggi rimane oggetto di tante controversie

Il superamento di ciò si può realizzare attraverso una “conversazione riflessiva” tra la pratica didattica e la riflessione teorica nel fantastico mondo della scuola, luogo del dar/si (dare la propria formazione agli altri) ma anche del formar/si (ricevere sapere e forma dagli altri). Il miglioramento della qualità della didattica, infatti, costituisce una delle sfide fondamentali della “professione e formazione docente” in un contesto socio-culturale in continua evoluzione, ed è uno dei principali obiettivi di tutti i sistemi d’istruzione europei cui gli IdR hanno sempre contribuito distinguendosi per “retta dottrina, abilità pedagogica e testimonianza di vita cristiana”, così come previsto dal canone 804 del Diritto Canonico.

L’importanza della relazione educativa in chiave formativa acquisisce in questa disciplina un ruolo particolare, anche rispetto alla possibilità di scelta di detto insegnamento da parte di studenti e famiglie. I percorsi di formazione alla didattica dei futuri IdR hanno da sempre privilegiato iniziative professionali innovative e differenziate, in relazione alle diverse dimensioni professionali legate all’ordine di scuola, ponendo particolare attenzione agli aspetti metodologici di gestione innovativa dell’ambiente di apprendimento e lontani da qualsiasi identità di natura “confessionale”, come molti erroneamente continuano ad affermare, ma solo insegnamento di natura “antropologico culturale” mirato alla formazione integrale della persona.

Nel dibattito attuale si tratta dunque, di dimostrare la legittimità del curricolo dell’IRC nella scuola italiana, non soltanto dal punto di vista normativo ma anche da quello epistemologico, alla luce delle finalità della scuola e dei risultati della ricerca pedagogica contemporanea. A tal proposito occorre precisare che la didattica dell’IRC viene presentata sia come pratica di trasmissione culturale, sia come riflessione sui fenomeni della progettazione e attuazione dell’azione educativa della scuola, in grado di sapere collocare detto insegnamento nel quadro delle finalità della scuola italiana, padroneggiandone gli aspetti costituzionali e legislativi, il cui scopo prioritario rimane anche quello di fornire un’agile e sistematica illustrazione di alcuni concetti chiave che attraversano e definiscono il sapere didattico.

L’IRC viene presentato come punto di equilibrio tra ricerca e azione di insegnamento; sul versante della ricerca didattica vengono approfonditi i rapporti con la documentazione, come condizione necessaria per lo sviluppo della ricerca, e con l’innovazione, come scopo verso cui finalizzare la ricerca stessa. Sul versante dell’azione vengono richiamati i rapporti con la programmazione, come momento che anticipa il processo didattico, e con la valutazione, come momento che definisce il valore del processo didattico e dei suoi risultati. L’azione di insegnamento, inoltre, viene analizzata da tre punti di vista: quello organizzativo, relativo alla predisposizione del setting didattico, quello metodologico, relativo all’esercizio della mediazione didattica, e quello comunicativo, relativo alla gestione della relazione didattica.

Educazione vuol dire attenzione alla persona, alla sua crescita e alla sua specificità, a prescindere dalle dimensioni più particolarmente cognitiva e operativa che, nonostante le continue e sempre più frequenti contaminazioni, possono caratterizzare rispettivamente il mondo della scuola e quello della formazione.

Trasformare il sistema educativo, così come suggeriva Aristotele, vuol dire avere in mente soprattutto l’identità politica, e amministrativa del sistema. Tale dimensione ribadisce la centralità dell’alunno nel processo di apprendimento, la cui finalità è la maturazione integrale nella sua specificità, che deve sapere, saper essere, saper fare attraverso lo sviluppo delle competenze, in seno al patrimonio di conoscenze e abilità che ciascuno ha appreso, interiorizzato e messo in atto.

L’obiettivo principale della scuola rimane quello di preparare uomini in grado di far fronte a problematiche nuove, che abbiano capacità imprenditoriali, creatività e spirito di iniziativa, una scuola che deve formare i cittadini sulla base delle otto competenze in chiave europea, in grado di comunicare nella madrelingua e nelle lingue straniere, di possedere competenze matematiche e di base in scienza e tecnologia, di avere una corretta competenza digitale e di essere in grado di imparare ad imparare, di possedere competenze sociali e civiche come anche avere uno spirito di iniziativa e imprenditorialità al fine di possedere consapevolezza ed espressione culturale.

Nell’azione didattico educativa che la scuola pone in essere si fa sempre riferimento ad “insegnanti che non insegnino solo un sapere codificato, ma modi di pensare, metodi di lavoro e abilità per la vita e per lo sviluppo professionale nelle democrazie modern”. La scuola può e deve costituire la chiave di volta per favorire la realizzazione di un progetto formativo integrale della persona, efficacemente connesso con la realtà attuale e in grado di adeguarsi alla sua complessità e in tutto ciò l’identità dell’IdR continua ad essere una risorsa per la formazione in dialogo con l’altro.

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