Insegnamento helping-profession a rischio usura e arriva senza preavviso

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All’orizzonte si comincia a intravedere la fine dell’Anno Scolastico e noi torniamo a occuparci della precaria salute degli insegnanti e della loro malattia professionale prevalente. Sappiamo che nell’80% dei casi questa presenta una diagnosi psichiatrica proprio in virtù del fatto che quella dell’insegnante è una helping-profession a rischio di usura psicofisica.

La testimonianza di Anna, di seguito riportata con le consuete cautele, fornisce numerosi spunti di riflessione di cui vogliamo far tesoro rispettando l’ordine in cui ci vengono esposti.

Buongiorno dottore,

scrivo la mia storia non senza difficoltà e un po’ di vergogna.

Sono una docente di lettere presso una scuola media del centro Italia ed ho quarantanove anni.  Il mio percorso lavorativo è stato faticoso. Mi sono laureata in una grande città, amavo la letteratura, ma non avrei mai immaginato di fare l’insegnante. Ho viaggiato e insegnato per anni (con le figlie piccolissime) per tutte le scuole della provincia. Sono stati anni di sacrifici e ora il dolore di non poter stare più in classe per un forte malessere. Questo malessere è presente da anni, ma solo ora ne ho preso coscienza. Ho sempre trascurato, sottovalutato l’ansia che mi prendeva quando entravo in classe, nei consigli, nelle riunioni scolastiche. Prima riuscivo bene o male a gestire la situazione, oggi cerco ugualmente di farlo (di nascondere il mio malessere a tutti) ma dentro sto morendo lentamente.

Prima di andare al lavoro sento una grande tristezza, prima di entrare in classe provo ansia e durante la lezione mi è capitato più di una volta di avere un attacco di panico (sudavo freddo).

Sono da tre anni in questa scuola; il primo anno avevo una classe prima che ho portato fino alla fine dell’anno. Ero esausta, stavo male e così decisi (il secondo anno) di lasciare ed andare in assegnazione sul Sostegno. Questo ha suscitato uno “scandalo” a scuola, fra i colleghi (io di Lettere che andavo via, gettando la spugna). 

La classe mi ha cercata, i ragazzi volevano che io tornassi, non capivano cosa avessi e così sono tornata (questo anno scolastico) e li porterò agli esami di terza media. Devo farlo, loro contano su di me, ma io, dottore, sto male: mi viene spesso da piangere, mi sento soffocare al pensiero di dover continuare così anche in futuro. Mi manca l’aria, non tollero più la campanella a scuola (il suo rumore mi scuote), mi irrigidisco quando gli alunni si avvicinano a me (ma non sono loro, non hanno colpa), sento la confusione, le voci, le grida e tutto mi rimbomba in testa. mi viene solo da piangere e le mie figlie se ne sono accorte, ma io fingo e chiudo tutto dentro di me come ho sempre fatto. 

Vorrei fuggire ma non posso, però devo fare qualcosa altrimenti è la fine per me.

Per anni mi sono sentita una visionaria, ora il dolore è forte.

Ho pensato di fare domanda per essere impiegata in altri compiti, ma ho tanta confusione in testa e ho timore, mi sento sola, disperata.

Spero dottore che lei possa darmi un consiglio e sostenermi in questo passo così difficile. 

Grazie per avermi ascoltato

Riflessioni e spunti

  1. Il primo dato in nostro possesso è l’età di Anna: 49 anni compiuti. Un’età decisamente delicata per la donna che si trova nel periodo perimenopausale. In questa fase infatti il rischio di esposizione alla depressione si quintuplica rispetto alla fase fertile. Tale rischio tornerà ai consueti livelli solo al termine della menopausa. L’elemento è particolarmente significativo poiché accompagnato all’alta usura psicofisica dell’insegnamento.
  2. Anna non avrebbe “mai immaginato di fare l’insegnante” e alla fine della lettera ribadisce di essere “una visionaria”. Vale qui la pena ricordare quanto sostiene Farber (psicologo americano) a proposito degli insegnanti. Lo studioso attribuisce alla “componente onirica degli insegnanti” gran parte della responsabilità del loro malessere, poiché detti sognatori si scontrano con l’amara realtà uscendone a pezzi.
  3. La crisi è maturata lentamente in diversi anni, però mentre in passato, come ammette lei stessa, ne ha trascurato e sottovalutato i sintomi, oggi non riesce più a gestirli ( “…dentro sto morendo lentamente …”). Non sappiamo cosa abbia reso edotta la docente circa la sua reale situazione, ma ciò che a noi interessa è quel periodo “al buio”, in cui manca la consapevolezza del disagio che cresce a dismisura senza che l’insegnante ponga in atto una strategia di difesa che potrebbe arginare l’acuirsi del malessere.
  4. La sintomatologia presentata è quella di sempre: ansia, crisi di panico, sudori freddi, affanno, mancanza d’aria, tristezza (depressione), crisi di pianto, irritazione, confusione, irrigidimento. Vi è infine la più subdola delle manifestazioni che rappresenta l’humus per la crescita del malessere generale: la dissimulazione. Questa è infatti il vero nemico della persona, poiché la risposta al malessere può venire solamente dalla condivisione del disagio coi colleghi e in famiglia. Al contrario Anna lo dissimula a scuola e a casa, pur di mostrarsi prestante e in perfetta forma. Questo atteggiamento spingerà sempre più la docente verso la solitudine e la disperazione.
  5. La panacea della fuga: dapprima verso il Sostegno e poi verso l’inidoneità all’insegnamento in seguito all’accertamento medico in Collegio Medico di Verifica. Abbandonare il campo non rappresenta la soluzione che invece deve essere trovata nella conoscenza della professione docente, delle sue caratteristiche e peculiarità, delle conseguenze come helping profession, delle strategie per far fronte alle malattie professionali.
  6. Il fallimentare ritorno in classe in seguito allo “scandalizzarsi” dei colleghi (dai quali tra l’altro dovrebbe provenire l’aiuto) e la pressione degli studenti che rivogliono la loro insegnante. Un ritorno amaro perché improntato ancora una volta alla dissimulazione poiché “fingere” è la sola strategia di adattamento (negativa) conosciuta e applicata.
  7. Il senso di solitudine che attanaglia Anna nel mezzo di una “piazza” (l’aula) in cui si sente sola a dispetto delle tante presenze urlanti e chiassose. Questa sorta di “agorafobia”, che deriva innanzitutto da un rapporto asimmetrico con la giovane utenza, costringerà sempre più la docente smarrita in un angolo, dove è impossibile comunicare e condividere con i pari cui chiedere aiuto.
  8. La docente fa infine alcuni piccoli cenni alla propria vita di relazione, ma sempre con sofferenza e senza nulla dire del rapporto col coniuge/compagno. Una situazione in cui vita professionale e di relazione sembrano concordi nell’opprimere la donna: davvero troppo per poter continuare a fingere senza cercare di risolvere la situazione.

Questa testimonianza ci aiuta a conoscere meglio il burnout e l’unica arma di cui disponiamo per contrastarlo è per l’appunto la sua conoscenza, l’ammissione del nostro malessere, le sue manifestazioni iniziali, i segni clinici e soprattutto la risposta da attuare. Tra le strategie di adattamento positive vi sono innanzitutto la condivisione del disagio, la gestione del tempo libero, le sane abitudini alimentari e sportive. Il tutto rigorosamente accompagnato da una soddisfacente vita di relazione intra ed extra-professionale. Non resta che attrezzarci.

www.facebook.com/vittoriolodolo

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