Insegnamento ad altissima usura psichica, necessaria tempra forte e stabile vita relazione

di Vittorio Lodolo D'Oria
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Se un giovane mi dicesse che vuole intraprendere la professione insegnante, non esiterei a parlargli dell’alta usura psicofisica che tale lavoro comporta.

Non per spaventarlo ma perché si chieda consapevolmente se ha le forze e la tempra giuste per non cadere vittima delle malattie professionali che, nell’80% dei casi di inidoneità all’insegnamento, presentano una diagnosi psichiatrica.

Tuttavia questa confidenza dovrebbe essere patrimonio comune di tutti gli aspiranti docenti. Da qui la necessità di riconoscere ufficialmente, con appositi studi epidemiologici, le vere malattie professionali degli insegnanti che non sono unicamente le disfonie a differenza di ciò che si è soliti pensare. Le tre grandi dimensioni che influenzano la sfera psichica sono quella professionale, quella extra-professionale e quella genetica.

Per i docenti la dimensione professionale è ad altissima usura psichica e se anche quella genetica fosse in qualche modo compromessa, le conseguenze potrebbero essere devastanti. Ecco che diviene opportuno per un aspirante docente porsi due domande circa l’anamnesi familiare e la propria vita di relazione.

La storia di Aurelia – intervallata dai miei soliti commenti e considerazioni – ci aiuta a comprendere bene la questione e l’importanza del riconoscimento ufficiale delle malattie professionali degli insegnanti.

La storia

Gentile dottore, le scrivo questa mail per spiegarle il mio caso ed avere un suo parere in merito.

Mi chiamo Aurelia, sono nata nel 1956 e faccio l’insegnante. Purtroppo ho avuto una storia clinica abbastanza complessa e pesante dal punto di vista psichiatrico. A 17 anni è esordita con un’anoressia nervosa per circa un anno seguita da crisi bulimiche. La stessa non è stata diagnosticata subito perché negli anni 70 era conosciuta poco e io personalmente ero depressa e rifiutavo qualsiasi cura. Ho poi avuto lunghi periodi di depressione e attacchi di panico e anche, a 22 anni, un ricovero con lavanda gastrica per un tentato s…. in seguito a una delusione sentimentale. Sono arrivata alla terapia farmacologica verso i 30 anni a seguito di un episodio maniacale che mi ha costretto per un periodo a prendere farmaci molto pesanti per evitare il ricovero. Dal CPS di zona sono passata a un centro specializzato dove si sono avvicendati diversi medici. Soffro di depressione maggiore e disturbi d’ansia con ricorrenti crisi non solo stagionali. Ho seguito a tratti una terapia psicanalitica, con scarsi risultati. Un equilibrio molto difficile. Tutto ciò svolgendo il lavoro di insegnante di scuola primaria…

Riflessioni

L’anamnesi patologica remota e prossima di Aurelia è particolarmente significativa dal punto di vista psichiatrico. Non è invece fatto alcun cenno all’anamnesi familiare paterna e materna ma, assai probabilmente, potrebbe anch’essa risultare “positiva” a un attento esame. Dobbiamo quindi subito chiederci se una persona psichicamente così fragile può, senza ombra di dubbio, intraprendere la professione docente che, di suo, espone a un’altissima usura psicofisica nonostante non lo si sappia.

La storia (segue)

Dal 90 al 2000 sono passata al sostegno per cercare di diminuire lo stress e, da allora a oggi, sono impegnata come alfabetizzatrice con gli adulti stranieri. Non ce la faccio più. Due anni fa ho avuto un breve ricovero in psichiatria lo scorso anno scolastico e sono stata a casa praticamente quasi tutto l’anno, da novembre a giugno. Nel corso dell’anno però ho registrato alcune difficoltà di ordine procedurale a redigere certificati di malattia di mese in mese, redatti dalla mia psichiatra. Una burocrazia allucinante che mi ha stressato ulteriormente oltre il fatto che per la reperibilità non ho potuto muovermi per tutto l’anno. Pertanto ho richiesto per l’anno in corso un part-time. Lo stress lavorativo e ambientale è sempre alto ma almeno faccio solo 3 giorni alla settimana, anche se non so se riuscirò a farcela economicamente per molto tempo ancora. Nel frattempo ho richiesto l’invalidità civile. All’accertamento mi hanno riconosciuto il 67/% di invalidità e niente 104. Il mio obiettivo è quello di avere un prepensionamento o almeno un abbreviamento degli anni restanti, visto che devo lavorare fino a 67 anni e ne ho già 60. So che bisogna passare dalla richiesta di inidoneità lavorativa, ma credo di aver capito che con un punteggio inferiore al 75% non se ne parla, e in segreteria a 36  ore settimanali non voglio proprio andare. Oltretutto chissà dove mi mandano. Io lavoro in un paese ma la Direzione è da tutt’altra parte.

Riflessioni

Tutto il percorso professionale di Aurelia si rivela un combattimento annunciato col difficile equilibrio psichico da mantenere. Diverse sono le strategie cui la docente ricorre: passare al sostegno, poi all’alfabetizzazione di stranieri adulti, quindi il part-time, il ricorso a lunghi periodi di malattia, infine il ricovero in psichiatria. Un vero e proprio calvario che si annuncia ancora lungo poiché mancano ancora sette anni all’agognata meta della pensione. A peggiorare la situazione vi è poi stata la vexata quaestio della reperibilità da osservare. Questa può essere superata solo con certificato dello psichiatra ospedaliero, da consegnarsi all’amministrazione di appartenenza, che esenta il lavoratore per condizioni cliniche particolari. L’ultima spiaggia per la docente potrebbe essere invero rappresentata dalla richiesta di visita per l’accertamento medico di inidoneità all’insegnamento. Tuttavia questa soluzione presenta due inconvenienti: la situazione clinica di Aurelia non è così grave da consentire alla CMV di decretare “l’inabilità a qualsiasi lavoro” per fruire della dispensa dal servizio, ma approderebbe a una semplice “’inidoneità all’insegnamento”. Con siffatto provvedimento Aurelia finirebbe proprio per essere condannata a quella realtà cui voleva sfuggire: adibita a mansioni di segreteria per 36 ore settimanali.

La storia (segue)

Insomma vorrei cautelarmi e vedere come muovermi, visto che ho già più di 30 anni di contributi, perché ho iniziato nel 1976 ma ho buchi di 4 anni dovuti proprio al mio malessere, e i buchi delle vacanze estive pre-ruolo. Mi sembra di capire che lo stress da lavoro correlato non venga riconosciuto abbastanza. Sinceramente anche la relazione della mia specialista mi sembra tiepida, e sembra che i medici facciano fatica a scrivere… Cosa fare? Non posso mica andare avanti così fino a 67 anni. Mi sembra di chiedere che mi venga fatta l’elemosina, mi sembra ci sia un misconoscimento di questa patologia. Ma lo stress da lavoro correlato esiste o no? Ma i medici lo sanno? Lei cosa ne pensa? La ringrazio per l’attenzione e aspetto una sua risposta.

Riflessioni

Aurelia sembra un animale sofferente rinchiuso in una gabbia dalla quale non può uscire. Comprende che sono gli stessi medici a non capire la gravità della situazione (infatti nulla sanno dell’usura psicofisica dell’insegnamento) dovendo di volta in volta pietire per un certificato di malattia. Cade infine, come molti, in un inganno sostenendo che lo stress-lavoro-correlato (SLC) non è conosciuto da molti medici. Il riconoscimento delle malattie professionali degli insegnanti è ancora di là da venire (e nulla si fa perché ciò avvenga), mentre i termini “SLC”, “burnout”, “malattie psicosociali” sono semplici allocuzioni cui oggi non è dato alcun riconoscimento.

Commento

Storie come quelle di Aurelia, sempre più numerose e impegnative, possono essere prevenute e risolte solo attraverso il riconoscimento ufficiale delle malattie professionali degli insegnanti e grazie a un’adeguata politica previdenziale che tenga conto della progressiva e consistente usura psicofisica degli insegnanti. All’alba del terzo millennio resta incomprensibile come non si possa ancora provvedere in merito.

www.facebook.com/vittoriolodolo

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