Iniziamo a costruire la scuola post Covid-19. Lettera

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Inviato da Mariagrazia Masulli – Il ministro Bianchi, prima del rientro il 10 gennaio, dichiarava: “Abbiamo affermato un principio importante per tutti i bambini e ragazzi di questo Paese, che è avere la scuola in presenza. Abbiamo visto nello scorso periodo quanto fosse difficile gestire la scuola a distanza”

Ma cosa si sta chiedendo, oggi, alla scuola, a chi nella scuola opera e ai nostri alunni?

Alla scuola viene chiesto di inventarsi ciò che non è stato fatto in due anni: spazi ancora insufficienti che non garantiscono quei distanziamenti richiesti; aerazione dei locali che, probabilmente, salva dal contagio da CoVid ma provoca polmoniti; mascherine Ffp2 garantite e ancora non pervenute. Giusto per citare comuni criticità di scuole che conosco. E ho volutamente sorvolato sulle irrisolte difficoltà di connessione quando si attiva la DDI perché mi avrebbero fatto scadere nella banalità.

Al personale ormai è chiesto di tutto: portare la contabilità, per ogni singolo alunno, delle giornate di isolamento, di quarantena, di sorveglianza, di autosorveglianza; essere preposto alla verifica della documentazione di ammissione e riammissione che ogni alunno, ormai quasi quotidianamente, produce; avere contatti quotidiani con le famiglie.

Ai nostri alunni, che hanno finora pagato il prezzo più alto in termini di esperienze e socialità sottratte, non stiamo trasmettendo sapere e fiducia ma quella sensazione di precarietà definita dal conclamarsi di un “altro positivo che ci costringe a casa”. Ogni contatto stretto (a scuola, al prescuola, e postscuola, a casa e in qualunque altro luogo di pseudo socialità…) diventa un’interminabile fila fuori dalla farmacia per sottoporsi a tampone antigenico che “riabilita” alla frequenza. Ormai al ritmo di almeno una volta a settimana.

Ai Dirigenti non può essere chiesto più nulla perchè credo siano allo stremo delle forze.

Un delirio collettivo nel quale siamo schiacciati tutti.

“Rimettere al centro la scuola” non credevo avesse la finalità di snaturare del proprio ruolo chi, nella scuola, avrebbe il compito di educare ed istruire e di sottoporre tutti, personale e alunni, asintomatici e vaccinati, a tampone ogni qualvolta entrano a contatto con un positivo.

Ci avevano fatto credere che, grazie alla vaccinazione, si sarebbe arrivati ad una convivenza pacifica con il virus. I dati ci dicono che abbiamo quasi il 90% degli italiani vaccinati o guariti dall’infezione e tantissimi che si stanno proteggendo in maniera naturale causa l’aumento esponenziale dei contagi. Dobbiamo smetterla, quindi, di utilizzare protocolli e regole inderogabili un anno fa ma inadeguati oggi.

Credo che dalla scuola si possa partire. L’obbligo vaccinale ha prodotto una copertura sul 95% del personale scolastico e percentuali molto alte anche negli alunni. Iniziamo, allora, a considerare l’idea che con questo virus dobbiamo convivere e provare a concepire le regole diverse da quelle finora utilizzate.

Regno Unito e Spagna, ma anche altri Paesi, ci stanno già pensando e stanno preparando i piani per passare da pandemia a endemia. Sarà necessario iniziare a curare le varianti del Covid in un modo più simile a quello che si fa con l’influenza e trattare il Sars-Cov-2 come una qualsiasi altra malattia respiratoria.

Non entro in dissertazioni che, non avendo la competenza di argomentare, lascio agli addetti ai lavori. Ma, con questa copertura vaccinale, mi sembrano maturi i tempi per smettere la conta degli asintomatici e di chi non finisce in ospedale (o viene conteggiato perché in ospedale ci va per altro) e, con l’adozione di protocolli aderenti l’evoluzione della situazione, provare a riappropriarci del nostro ruolo di educatori e formatori del Futuro di questo Paese.

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