“Indicazioni Nazionali e Nuovi Scenari”, Bruschi: fine ultimo realizzazione curricolo verticale. Necessario monitoraggio qualitativo

di redazione
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L’Ispettore del Miur, Max Bruschi, è intervenuto, con un lungo post su FB, sul documento “Indicazioni Nazionali e Nuovi Scenari”.

Scarica le indicazioni nazionali e nuovi scenari

Bruschi evidenzia, innanzitutto, che il documento non presenta nulla di nuovo e non ha alcuna “forza normativa”.

Il documento offre una “chiave di lettura” delle Indicazioni, presentando spunti sui quali riflettere.

Secondo l’Ispettore, inoltre, il documento sembrerebbe lasciar trasparire la preoccupazione che le Indicazioni non siano state ancora assunte come “terreno di lavoro concreto negli istituti comprensivi” e si è fatto ricorso alla Cittadinanza come espediente per un loro rilancio.

La finalità ultima delle Indicazioni, prosegue Bruschi, è quella di giungere alla progettazione e realizzazione del curricolo verticale, che non deve restare sulla carta ma concretizzarsi nella prassi didattica.

Al fine suddetto, è necessario un lavoro comune coinvolgendo i tre segmenti presenti negli istituti comprensivi: scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado.

Sarebbe stato utile, prosegue l’Ispettore, un monitoraggio qualitativo, non limitato al controllo della costruzione del curricolo verticale ma alla sue efficacia.

Ecco il post dell’Ispettore:

“Che c’è di “nuovo”? La domanda è lecita, visto come è stato presentato da varie testate il documento a cura del Comitato Scientifico Nazionale per le Indicazioni Nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione. Confesso di essere anch’io sobbalzato dalla sedia alla notizia di “nuove” Indicazioni nazionali.. salvo che era una fake. Beninteso, il documento, che si presenta correttamente come una “chiave di lettura” delle indicazioni, se da un lato non ha alcuna forza normativa e non cambia nulla delle IN2012, dall’altro offre alcuni spunti di riflessione interessanti (soprattutto, ma non solo, la parte dedicata all’educazione linguistica, il ribadire la relazione tra storia, geografia e maturazione delle competenze civiche). Al fondo, però, mi sembra di percepire la preoccupazione che, a cinque anni dalla loro approvazione, le IN2012 stentino a diventare, al di là degli adempimenti formali, terreno di lavoro concreto negli istituti comprensivi. Rilanciarle partendo dalla “cittadinanza”, vista la popolarità della parola d’ordine, può essere un utile espediente per ricordarne l’esistenza.

Il rischio è però che si metta in ombra la parte più complessa e utile del lavoro sulle indicazioni. Il documento richiama giustamente, nelle battute finali, quale compito cruciale delle istituzioni scolastiche, la costruzione del “curricolo di istituto verticale, che assuma la responsabilità dell’educazione delle persone da 3 a 14 anni in modo unitario e organico, organizzato per competenze chiave, articolate in abilità e conoscenze e riferito ai Traguardi delle Indicazioni. Le proposte didattiche e le modalità di verifica e valutazione dovrebbero essere coerenti con la progettazione curricolare, evitando di frammentare la proposta didattica in miriadi di “progetti” talvolta estemporanei e non collegati tra di loro e con il curricolo. I percorsi didattici messi a punto dovrebbero essere formalizzati in modelli che li documentino, consentano la verifica e la valutazione e la trasferibilità ad altre classi, nonché la capitalizzazione per gli anni successivi, razionalizzando così le risorse e costruendo progressivamente intenzionali, coordinate e condivise pratiche di istituto”. Sono trascorsi quasi venticinque anni dall’istituzione degli Istituti Comprensivi. Meno, ma comunque si tratta di un tempo ragionevolmente lungo, dalla loro progressiva universalizzazione, dovuta all’alleanza felice (per una volta), delle esigenze di finanza pubblica (dimensionamento) con una intuizione didattico-pedagogica. Cinque anni dalle IN, che pongono al centro del loro impianto proprio la verticalizzazione. Dopo cinque anni, lo confesso, mi sarei aspettato un monitoraggio rigoroso sull’attuazione, quantitativo e QUALITATIVO. Perché un conto è adempiere alla norma e costruire il curricolo di istituto, altro conto è verificare la qualità dello strumento, altro ancora trasformarlo in didattica quotidiana e, di nuovo, valutarne la concreta efficacia.

Mi è capitato di vedere strumenti curricolari eccellenti, solidi, ben costruiti. E di verificare il naufragio non dello strumento, ma della sua applicazione pratica. Perché non esiste verticalità senza lavoro comune tra infanzia/primaria (ma questa koiné viene spesso crearsi) e secondaria di primo grado. La scuola non è una fabbrica in cui i vari reparti possano permettersi di restare isolati, e chi imbottiglia può non aver nessun rapporto con chi inscatola. Occorre lavoro concreto, andando a verificare le zone di criticità. Ne evidenzio due, riscontrate in un numero significativo di IC. Primo, i docenti della secondaria di primo grado lamentano l’assenza di apprendimenti essenziali (magari prosaici: ma essenziali) per il prosieguo degli studi. Che non significa affatto che i docenti della primaria “non lavorino” (anzi…). I docenti della primaria, dal canto loro, manifestano l’esigenza che sia valorizzata una parte dei loro risultati che rischia di essere dispersa o trascurata nel livello successivo. Manca in sostanza un momento di comunicazione (operativa) delle esigenze e di confronto sulle esigenze stesse, che non siano le ritualità collegiali. Secondo, i criteri di valutazione appaiono divaricati. E questo crea degli effetti disastrosi nell’anno nodale di passaggio tra la primaria e la secondaria di primo grado, innanzitutto sulla “motivazione”. Cosa può provare un preadolescente che dall’8 nella prova comune di una disciplina “X” di fine quinta passa improvvisamente al 5 nella prova in ingresso della I “media”, costruita sugli stessi criteri e con la stessa quantità di errori?

In alcune scuole abbiamo ragionato, fuori da qualsiasi protocollo, e cercato dei percorsi possibili. Sono, di natura, un empirico, e dunque mi rifiuto di spacciarli come una panacea. E ho ben presente che le ricette, quando si ha a che fare con esseri umani, non sono mai risolutive. Però provo a metterli sul tavolo.

Primo, creare dei momenti di confronto verticale non sui curricoli, ma sulle programmazioni concrete. Secondo, date per presupposte le “prove comuni”, creare delle occasioni di correzione incrociata, quarta/quinta primaria e prima secondaria primo grado, e confrontarsi sugli esiti e i criteri realmente applicati. Terzo, provare, a determinate condizioni, a “verticalizzare” delle sezioni, tenendo compatto il gruppo classe e istituendo delle interclassi verticali. Quarto (ma primo della lista), tenere il tutto rigorosamente monitorato attraverso alcuni indicatori, pochi e non aggirabili. Mi rendo conto che c’è poca poesia e molta prosa, pochi progetti e molta fatica. Che occorre tempo. Ma chissà.”

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