Incontro tra scuola, lavoro e Università

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A cura di Salvatore Milazzo, Dottore in Giurisprudenza ed esperto di legislazione scolastica – Il capitolo «Processi formativi» del 48° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2014: riflessioni sull’ “incontro” tra scuola e lavoro e sulla situazione delle università italiane.

A cura di Salvatore Milazzo, Dottore in Giurisprudenza ed esperto di legislazione scolastica – Il capitolo «Processi formativi» del 48° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2014: riflessioni sull’ “incontro” tra scuola e lavoro e sulla situazione delle università italiane.

Come ogni anno, sin dal 1967, lo scorso 5 dicembre il Censis, Centro Studi Investimenti Sociali, un istituto di ricerca socio-economica fondato nel 1964, ha presentato l’annuale Rapporto sulla situazione sociale del Paese.

Tale documento è da sempre considerato uno dei più autorevoli e completi strumenti di interpretazione della realtà sociale italiana.

Tra le riflessioni e le statistiche ogni anno evidenziate, particolare attenzione meritano, in questa sede, i dati rilevati nel capitolo <<Processi formativi>>, deputato prevalentemente all’analisi delle tematiche più rilevanti in materia di istruzione e università.

Nello specifico, degne di nota, nonché fonti di preoccupazione, sono le statistiche inerenti la sfera del rapporto tra scuola e lavoro, nonché quelle riguardanti l’accesso al sistema universitario italiano, statale e non statale.

La tematica del rapporto tra mondo dell’istruzione e dell’università e realtà lavorativa è ormai al centro di innumerevoli dibattiti sociali e culturali sul sistema scolastico e formativo, grazie, soprattutto, tra l’altro, ai vari documenti che le istituzioni europee1 e nazionali2 continuano a produrre, al fine di porre fine alla concezione, maggioritaria in Italia, secondo la quale tra esperienze lavorative e istruzione vi sia una linea di demarcazione netta, destinata a non venire mai superata.

Come è noto, per ciò che concerne il sistema di alternanza scuola-lavoro, che costituisce il canale privilegiato per la creazione di proficui contatti e scambi tra il sistema di istruzione e il mondo del lavoro privato, dall’ultimo monitoraggio Indire è risultato che:

“Gli studenti coinvolti in percorsi di alternanza scuola lavoro sono in totale 227.886, l’8,7% del totale degli iscritti. Per quanto riguarda l’alternanza nei diversi ordini di studio, la percentuale degli studenti in alternanza, sul totale degli iscritti, è più alta negli istituti professionali (28,3%), seguono gli istituti tecnici (6,3%) e i licei (2,4%) …

Sebbene gli esiti dei dati del monitoraggio siano confortanti, se analizziamo in profondità i dati si scopre che i percorsi in alternanza realizzati nelle diverse realtà scolastiche presentano caratteristiche assai diverse, in termini di lunghezza dei percorsi, articolazione interna, tipo di stage, utenza, risorse coinvolte, modalità di valutazione e certificazione, costi. Le esperienze di alternanza attivate negli istituti scolastici sono caratterizzate da una grande differenziazione dell’offerta, che solo in parte risente delle diverse realtà socio-economiche, ma che sembra molto centrata sul modello organizzativo proprio a ciascuna scuola. Tutto ciò sembra richiamare la necessità di azioni, strumenti, indicazioni che rendano unitarie le diverse esperienze realizzate nei singoli territori“.3

Sulla stessa scia si muovono le considerazioni offerte dal Rapporto Censis, secondo il quale nonostante la rapida diffusione(si è passati dai 45.879 studenti coinvolti nel 2006-2007 ai 227.886 del 2012-2013), i percorsi di alternanza coinvolgono però appena il 9% degli studenti di scuola secondaria superiore. Per ciò che concerne i percorsi di istruzione tecnica superiore (Its), secondo il predetto Rapporto si è giunti oggi a circa una settantina Fondazioni, 240 percorsi tra già realizzati, in attuazione e in corso di attivazione, e circa 5.000 studenti.
“I referenti delle 41 Fondazioni intervistate nell'ambito di una indagine del Censis si dichiarano in maggioranza molto (31,7%) o abbastanza (56,1%) soddisfatti degli esiti occupazionali dei primi diplomati.”4

Alla luce delle predette risultanze e dell’attenta analisi fornita dall’INDIRE, la domanda principale che bisogna porsi e se detti percorsi di alternanza siano da considerarsi solo dei buoni propositi o, diversamente, se si possa (e si debba) intervenire per fare in modo che, con un maggiore collegamento strategico alle realtà produttive del Paese, non si riesca a trasformarli in un volano dell’occupazione giovanile.

Di certo, appare necessario un periodo di confronto con le aziende, ai fini della individuazione dei settori di produzione in via di progressivo sviluppo, seguito da una razionalizzazione dei percorsi di alternanza, da realizzarsi tramite l’indicazione e la implementazione di azioni che evitano il proliferare di percorsi dispersivi.

Bisogna coniugare i bisogni produttivi del Paese con la formazione degli studenti, per evitare il ripetersi dello spreco dello strumento della formazione professionale.

A tal fine inoltre è necessario chiedere con fermezza l’emanazione del Regolamento sullo “status” degli studenti in regime di alternanza5, nonché far iniziare la formazione in alternanza degli stessi docenti.

L’attivazione di un tavolo tecnico ministeriale con i rappresentanti di categoria potrebbe inoltre consentire l’individuazione dei settori nei quali risulta più opportuno incentivare i percorsi di alternanza-scuola lavoro, favorendo le convenzioni tra istituti scolastici e imprese.

Differenti le considerazioni da farsi in tema di orientamento in ingresso vere le istituzioni universitarie italiane.

I dati CENSIS evidenziano con nettezza la progressiva diminuzione, tra il 2008 e il 2013, degli iscritti alle università statali, con una percentuale vicina al 13,6%, per quanto riguarda le minori immatricolazioni. L'andamento decrescente ha riguardato tutti gli atenei tranne quelli del Nord-Ovest, dove gli immatricolati sono aumentati dell'1,3%. Nelle università del Nord-Est la contrazione dell'utenza studentesca è stata più minore: -2,3% di iscritti.

Al Centro il numero degli universitari immatricolati si è contratto del 18,3%. Negli atenei meridionali del 22,5%.

Una considerazione immediata che viene all’occhio è perdita incessante di attrattività degli atenei del Sud. Ciò è certamente indice della presenza di criticità socio economiche strutturali note, inserite nell'ambito di realtà territoriali segnate da derive di sottosviluppo economico di lungo periodo.

In tali contesti, una spinta alla crescita occupazionale non può che provenire dagli interventi propulsivi atenei stessi.

Oggi più che mai è necessario che essi si aprano alle realtà private e ai soggetti istituzionali pubblici, attraverso l’incentivazione di sistemi di placement, di stage e tirocini, da attivarsi e durante il percorso universitario e post laurea.

In tal senso, a mero titolo esemplificativo, nell’ambito del rilancio della Pubblica Amministrazione, convenzioni tendenti ad avvicinare il mondo universitario alle varie articolazioni dello Stato, centrali e territoriali, specialmente per ciò che concerne le lauree ricomprese nel settore dell’economia e in quello dello studium iuris, potrebbe consentire lo sviluppo di sistemi di efficienza necessari a contrastare la deriva burocratica dell’azione amministrativa.

Ancora, andrebbe ripensata l’impostazione stessa di diversi corsi di laurea, sempre più impaludati in un modo di pensare la formazione universitaria che altro non può considerarsi se non di stampo ottocentesco, fino a sfociare, in alcuni casi, a ciò che un autorevole ex Ministro definì come “inutili amenità”.

Un maggiore peso, indubbiamente, deve essere altresì dato agli studi economici, applicabili a tutti i settori, nonché all’implementazione delle nuove tecnologie, nell’ottica di una progressiva moltiplicazione di cd. start up innovative.

Fondamentali saranno tutti quei programmi di scambio internazionale di conoscenze e competenze, imprescindibile per il progredire della ricerca scientifica, da riprogettarsi nell’ambito di forme avanzate di coordinamento interuniversitario, da stabilirsi a livello globale.

Solo così, insieme a nuove politiche europee di crescita economica, sarà possibile, in ottica di lungo periodo, riavvicinare il sistema della formazione all’universo lavorativo.

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