“Inaccettabile il taglio di 9.600 cattedre dal 2026”, “docenti in più per calo demografico potenzino didattica”: PD critico su riforma Bianchi

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“Condivido le preoccupazioni per l’ultimo decreto sulla scuola. Mezz’ora dopo la sua emanazione ho dichiarato che tutti noi del Pd ci aspettiamo che spariscano alcune questioni”. Manuela Ghizzoni, responsabile Scuola del Partito democratico, nel raccogliere le tante perplessità manifestate nel corso di un acceso incontro pubblico sui temi dell’istruzione, non ha risparmiato critiche al recente provvedimento del governo sul reclutamento e sulla formazione degli insegnanti. Il decreto è in Senato in attesa della conversione parlamentare in legge “e ora abbiamo sessanta giorni di tempo, e saranno molto impegnativi. Ce la faremo a far mdificare il decreto? Io non lo so, si vedrà”.

L’incontro si svolge presso la Polisportiva di Modena Est su iniziativa del Pd locale e ha come titolo “Prendiamoci cura della scuola”. Ma intanto è la scuola a prendersi cura di tutto il resto. Lo si fa presente in sala alludendo esplicitamente, con dati alla mano, all’accoglienza nelle nostre aule di tanti studenti ucraini, profughi di guerra. Criticità, politiche inadeguate, investimenti inadeguati, trattamenti inadeguati per i docenti, e però… E però, spiega la moderatrice, “c’è una forza interna nella scuola grazie a docenti coraggiosi e a dirigenti scolastici temerari, a genitori attenti, a comunità territoriali presenti, e ovviamente grazie alle amministrazioni comunali che fanno tanto”.

E’ la scuola che ha conosciuto l’esperienza dei patti educativi territoriali che a Modena e in Emilia hanno fatto grande la scuola, come ricorda Memi Campana, del Mce, Movimento di Cooperazione Educativa. Il docente sottolinea e rilancia l’importanza della parola cura, nel suo significato relazionale e ricorda i “tre anni scolastici che hanno interessato i nostri ragazzi. Non sono lunghissimi ma sono molto significativi nella crescita di un ragazzo”. Significativi e difficili, spesso devastanti. “Ma cosa vuol dire, prendersi cura della scuola nel post pandemia?”, si chiede Cristina Contri, presidente del Mce. “Prendersi cura della scuola – è la risposta che si dà lei – richiama quattro aspetti. Prendersi cura degli spazi, del sapere, della formazione dei docenti e della relazione educativa. Abbiamo 58.544 edifici, due terzi dei quali sono stati costruiti prima del 1975, il 55 per cento di essi è a rischio sismico, tanti non hanno la palestra, uno su due non ha la mensa, pochi hanno i cortili. Prendersi cura degli spazi non è solo sicurezza. La pedagogia va messa in relazione con gli spazi, lo aveva detto molti anni fa Loris Malaguzzi, ma ho paura che tutti i soldi del PNRR saranno messi qui. Quanto al sapere, occorre selezionare le cose essenziali e importanti, al di là del fantomatico programma. Dobbiamo insegnare qualcosa di importante a tutti. Prima di tutto la lingua, come cosa centrale che serve alla persona. Dopo 50 anni le tesi di De Mauro sulla lingua sono attuali. Dare la parola a tutti non perché diventino degli artisti ma perché non siano schiavi. Significa creare un’alleanza tra cultura scientifica e cultura umanistica”. E la formazione? “Se si vuole cambiare la scuola bisogna investire sulla formazione iniziale e in servizio degli insegnanti. La scuola è un mestiere artigianale occorre che gli insegnanti abbiano una cassetta degli attrezzi con cose pratiche: come si gestisce una classe? Come si valuta? Non come si punisce: ma come si valuta. Come tradurre in realtà qualcosa che io voglio insegnare? Come faccio a contrastare la resistenza di chi non vuole imparare? Come faccio a far imparare a chi non vuole imparare? Prendersi cura della formazione dei docenti significa fare interventi di tipo pedagogico”.

Gli animi si accendono, ci si appassiona, parlando di scuola, come ai vecchi tempi. Si nota qualche lacrima, un po’ di rassegnazione, che diventa rabbia tra un intervento e l’altro. Sul banco degli imputati il precariato degli insegnanti, l’alto numero di alunni per classe, la dispersione scolastica che ora sembra coinvolgere anche la scuola media, la formazione dei docenti, la gestione del Covid nelle nostre aule, i disagi piscologici cui sono andati incontro migliaia di alunni, piccoli e grandi a causa del distanziamento, delle restrizioni, della didattica d’emergenza. Ma sono state esposte anche delle proposte, come quella di ridurre a 20 il numero degli alunni per classe fin dalle elementari, come ha chiesto una maestra dell’Associazione Città e Scuola: “è qui che iniziano i problemi, già alle medie è tardi, si faccia qualcosa, il nostro è un appello”.

E tocca a Manuela Ghizzoni, già parlamentare attivissima sui temi dell’istruzione e della ricerca, a rispondere alle decine di quesiti provenienti da semplici cittadini e da studenti: come Nicolò, alunno del liceo classico Muratori di Modena, molto critico anche sul Pcto. O come quel genitore, presidente del consiglio d’Istituto di un istituto cittadino, che ha chiesto l’abolizione delle norme introdotte dalla Gelmini: “siete stati al governo, perché non le avete abolite”? O come tanti altri che si dicono delusi e preoccupati per il fatto che i soldi del Pnrr che saranno dedicati alla scuola sono pochi, trovandosi così la scuola all’ultimo posto delle attenzioni del governo, ma anche perché saranno spesi in edilizia e in digitale, quando “si sa – insiste un docente – che per i bambini il digitale non solo è inutile per gli apprendimenti ma è addirittura dannoso, come confermano gli esperti”

“Non è vero che il Pnrr ci ha messi all’ultimo posto, come scuola”, commenta Manuela Ghizzoni. “Un miliardo e mezzo sui divari territoriali, ad esempio, non sono una cosa trascurabile. Come pensiamo di spenderli questi soldi? Ma potremmo sbagliare se non legassimo l’obiettivo di attenuare i divari ad altri obiettivi. Per esempio all’abbassamento del numero degli alunni per classe. Però devono entrare anche altre cose: penso ai Lep, i livelli essenziali delle prestazioni. La scuola, tanto per fare un esempio, deve stare a non più di un certo numero di chilometri da dove abitano le famiglie, e dev’essere raggiungibile dai mezzi pubblici: già qui, in Emilia Romagna, non si rispettano questi Lep. Poi penso anche ai due miliardi investiti per i nidi. I termini scadevano ai primi di febbraio e i bandi sono andati deserti. Chiediamoci perché i Comuni non ce la fanno”

Ghizzoni si concentra poi sul decreto relativo al reclutamento e alla formazione dei docenti, sottolineando i tanti aspetti che l’hanno vista contraria fin da subito. Come la formazione: “non può essere anticipata nella laurea triennale, toglie quel tempo di riflessione per diventare e apprendere le competenze ma è base per entrare in classe”. La fase transitoria è pensata male, dice: “Penso a coloro che si laureeranno a luglio, che fine fanno? Ci convince ancora meno la formazione continua in servizio. Mi ero letta le bozze del decreto. Il testo è poi molto cambiato. Per esempio una sorpresa che contestiamo è la norma relativa al taglio, dal 2026, delle cattedre di potenziamento: è inaccettabile. Altro errore è che il processo di formazione in servizio non sia stato inserito nell’atto di indirizzo” del rinnovo contrattuale dei docenti. “Avremo sessanta giorni per parlarne, ma una cosa la voglio dire, e rispondo allo studente, vedo che la scuola appassiona: se uno studente nel Pcto lavora, allora quello non è un Pcto, se lo si fa è illegale. Se il ragazzo viene abbandonato dal tutor, questa è una scorrettezza. Ricordo a tutti che quando la ministra Fedeli attivò il Bottone rosso”, per segnalare le scorrettezze nella gestione dei Pcto, “arrivarono tante segnalazioni. Il Pcto deve partire dalla sicurezza. Bisogna valutare la propensione alla formazione dei Pcto”.

Infine le notizie sulla denatalità e i tagli futuri disegnati nel Def: “Il Def ci ha preoccupati”, conclude Ghizzoni”. La tabella che è circolata è stata redatta sulla base dell’andamento demografico. Stiamo di fronte a un preoccupante calo demografico. Quest’anno abbiamo 100 mila alunni in meno rispetto allo scorso anno. L’anno prossimo saranno 126 mila in meno rispetto al 2022. Ma i docenti in più, secondo noi, dovranno rimanere a scuola per potenziare l’attività didattica. Il Mef non è d’accordo con noi del Pd. Ce la possiamo fare? Sì se i gruppi parlamentari sono con noi. Ricordo che il contingente Covid si è realizzato su nostra richiesta”.

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