In salute e in malattia, ma i bambini?

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di  Melina Bianco Dirigente Ministero Istruzione Professore Università Lumsa – Da anni, in campo socio-educativo, mi occupo di “stranieri”.

Se solo fino a qualche settimana fa mi avessero detto che quel senso di “non appartenenza”, sul quale ho trascorso anche nottate (nel tentativo di meglio comprenderlo), avrebbe investito di lì a poco l’intero pianeta, sotto inedite e beffarde spoglie, probabilmente avrei sorriso. E anche sonoramente.

Ma il dato è inconfutabile.

L’esperienza emergenziale da COVID -19, in queste difficili settimane, impone a tutti una ri-significazione dello stare al mondo, tanto nelle relazioni che nei gesti quotidiani.

Il senso profondo di smarrimento, di paura, di disorientamento, in cui questa impietosa situazione sanitaria mondiale ci ha catapultati, così, improvvisamente e senza preavviso, ci ha resi tutti “nuovi” e tutti “stranieri” al tempo stesso. Stranieri a noi stessi. S’intende.

Le ansie “confusive” prendono corpo. Gli “scarti” e le fobie persecutorie di essere “espropriati” della propria cultura, cedono inesorabilmente il posto a pensieri ormai “spaesati” per tutti. Indistintamente.

Quasi che, o come se, nel vivo di questa singolare e in gran parte inedita “dis-sociazione esistenziale”, la pregnanza semantico-culturale di “estraneo/straniero” mirasse, dritta e caparbia, verso l’eliminazione della barriera tra il Sé e l’Altro, tra l’uguale e il diverso, rinviando all’ancestrale cassa di risonanza del “siamo tutti nella stessa barca”, e, comunque, tutti in acque “inter-nazionali”, senza frontiere, né dimensioni “esistenziali” di riparo assoluto, senza condizioni e margini di totale sicurezza per nessuno.

Al netto di ogni singola e legittima opinione, tutto ciò sta facendo, ponderatamente, riflettere.

Vien da chiedersi, cionondimeno, quale (e quanto) spazio occupino i bambini in tutto questo riflettere.

I bambini, si, proprio i bambini. Loro che, da sempre, non si pongono il problema dell’essere stranieri o meno.

Loro che si considerano tutti bambini e, in virtù di questo e solo di questo, tutti uguali e tutti diversi.

Loro, capaci di ridere fino alle lacrime delle proprie “buffe” diversità.

Ciò detto e premesso, appare imprescindibile la necessità di iniziare a ritagliare supplementi di indagine e di riflessione attenta circa i vissuti dell’ultim’ora di questi bambini, vissuti tanto inesplorati quanto fragili, in un momento al limite del surreale, nel quale la dimensione del quotidiano “accade” all’interno di nuove categorie, quelle del “tempo sospeso”.

L’impatto emotivo che i più piccoli stanno vivendo, probabilmente, andrà a incidersi nella loro “carne” e lascerà il segno per intere generazioni.

Edizioni straordinarie, conferenze stampa, aggiornamenti puntuali e severi su dati, numeri e statistiche, a tutte le ore e in tempo reale, richiedono già a noi adulti, continui ri-maneggiamenti emotivi e complesse ri-negoziazioni interiori, anche nello sforzo di tenere tutte insieme le diverse (talvolta conflittuali) posizioni familiari.

Ma i bambini? Appunto, i bambini?

Distacco sociale forzato, reclusione domestica full day, compleanni e festeggiamenti in videochat, didattica e catechismo a distanza. E ancora.

Abbracci e tenerezze virtuali con nonni, cugini e familiari stretti, sani o affetti da patologie più o meno gravi. Solo a distanza. Per meglio proteggerli, per meglio proteggersi. Tutti quanti. E ancora.

Pacchetti e regalini appositamente confezionati, scambiati vicendevolmente e lasciati furtivamente dietro l’uscio di casa (nei casi di convivenza nello stesso condominio), o com-partecipati mediante videochiamate o semplici telefonate (nelle situazioni di lontananza).

E ancora. Modalità ininterrotte di autoisolamento, spesso nella medesima abitazione, in piani diversi o in ambienti improvvisati nottetempo, da parte di genitori impegnati in attività lavorative a grosso rischio, con baci e carezze ai propri “cuccioli”, se non proprio digitali, comunque anche questi a distanza, seppur da un capo all’altro del corridoio.

Tutte scene vere, vissute e viste con gli occhi nelle ultime settimane. E chissà quante altre, ancora, se ne vedranno.

Difficile da spiegare ai bambini. Davvero difficile. Né possiamo far ricorso, con proposito consolatorio, alla variabile tempo. Nessuno, nemmeno virologi ed esperti di fama internazionale si sentono, al momento, nelle condizioni di poter anticipare previsioni.

E’ vero. In molti casi, i bambini riescono meglio e prima di noi nello sviluppo di strategie adattative e ri-adattative. E con la didattica a distanza, seppur tra mille difficoltà, lo stanno dimostrando.

Ed è altrettanto vero che ogni loro sorriso, così come ogni loro sofferenza, in noi adulti sortisce l’effetto, quasi per incanto, di stroncare, sul nascere, qualunque insidioso tentativo di cedimento verso forme, alternate, di tristezza e generico pessimismo.

Da un lato, lo si fa quasi istintivamente, perché si sente il bisogno di preservarli.

Dall’altro, premurosamente, perché (e ce lo ripetiamo anche cantando), ci si preoccupa di proteggerli sempre, “dalle paure e dalle ipocondrie”.

Ma quali e quante ferite emotive porteranno i bambini con sé, da questa lunga e impegnativa esperienza.

Quali “memorie traumatiche” abiteranno al loro interno nei prossimi anni.
Ci auguriamo poche, pochissime, nessuna.

E quante ne porteranno i meno fortunati. Quelli che, a parità di emergenza, vivono chiusi in spazi ristretti, anche malsani, spesso con handicap, patologie o svantaggi particolari, senza adeguata assistenza, senza wi-fi, senza giocattoli, con genitori violenti o assenti perché in carcere, o perché dipendenti da alcool o sostanze psicotrope.

Altro che doppie vulnerabilità. Doppie, triple. Avremo di che pre-occuparci nei prossimi anni.

Nuove povertà educative, nuove emergenze pedagogiche, nuove sfide formative.

E’ indispensabile iniziare a prendersene carico, ed è importante iniziare a farlo subito, già in fase di emergenza, per arginarne tempestivamente i rischi, interrompendo vecchi malesseri e limitando il sorgerne di altri, con nuovi circuiti di sofferenza, sia fisica che emotiva.

Servono pensieri “energici”, nuovi orizzonti di senso. Servono sforzi congiunti. Servono risorse. Servono rotture e “tradimenti” di alleanze simbolico -culturali “superate”. Servono nuovi “spazi” mentali, nuove frontiere socio-educative, nuove aperture, nuove intenzionalità comunicative.

Con un obiettivo strategico, stavolta, da non mancare: quello dell’autentico dià-lògos, quello dell’oltrepassamento tenace e infaticabile di ogni barriera che voglia ancora frapporsi tra le persone (tutte) e ogni concreto gesto di solidarietà e di con-divisione.

Serve tutto ciò e tanto altro ancora. Per l’avanzamento reciproco, gli uni verso gli altri, per la ri-attivazione della speranza e per poter ri-costruire, insieme, la Vita, ri-partendo proprio dai bambini.

Non più stranieri a noi stessi, dunque, ma veri dialoganti.

Con noi stessi. Con tutti.

In salute e in malattia.

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