In presenza sì, ma a che prezzo? Lettera

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Inviata da Sergio Cortese – Che la scuola debba essere in presenza per poter esprimere tutta la sua azione didattica ed educativa, non serve spiegarlo, ma che il solo fatto di essere in presenza non basta per avere una scuola che funziona, questo forse merita qualche approfondimento.

Il governo ha fissato come obiettivo il ritorno in classe del 75% degli alunni, ma proclamare questo risultato senza considerare in che modo lo si intende ottenere è solo uno slogan, una dichiarazione da fare alla stampa che nulla ha a che fare con l’istruzione e l’educazione dei nostri studenti.

E’ di recente pubblicazione l’ordinanza del prefetto che, per le scuole superiori di Roma, esprime chiaramente che il sistema dei trasporti non è in grado di portare in sicurezza tutti gli alunni richiesti in classe e pertanto, ancora una volta, impone alla scuola di essere lei a risolvere il problema, rispondendo a esigenze esterne che nulla hanno a che vedere con la didattica, anzi. Nello specifico l’ordinanza impone alle scuole di funzionare su 6 giorni sabato incluso, ma ogni classe frequenta solo 5 giorni su 6, e di fare entrare il 40% degli alunni previsti alle 8.00 e il 60% alle 10.00.

Un rapido calcolo mostra che sostanzialmente si stima che il sistema dei trasporti (pubblici e privati) sia in grado di portare in classe in orario ordinario solo un quarto degli alunni, e i restanti per arrivare alla quota prevista dei tre quarti (75%) li si ottiene utilizzando il sabato ed entrando alle 10.00. Se stessimo parlando di un appuntamento dal dentista forse potrebbe anche andare, ma parlando di scuola, ci si è chiesto quali sono le conseguenze? E’ davvero meglio che non fare lezione a distanza?

La prima difficoltà è organizzativa: l’orario scolastico. Per fare un orario, utilizzando una moderna applicazione, ci vuole qualche giorno, ma per fare un buon orario, che tenga conto delle esigenze didattiche oltre che dei vincoli imposti dai docenti che lavorano su più scuole, ci vogliono molte settimane, ammesso che con i vincoli imposti ci si riesca.

La scuola su sei giorni è poi un artificio tecnico che certamente riduce il numero di alunni che ogni giorno devono andare a scuola ma che non è privo di inconvenienti. Se una scuola già lavorava su sei giorni adesso dovrà articolarsi in modo che ogni classe stia in presenza solo cinque, di fatto più ore ogni giorno, viceversa se una scuola lavorava su cinque adesso dovrà utilizzare il sabato. Ma molti studenti (e anche un buon numero di docenti) sono ormai abituati a lavorare su cinque giorni. E’ facile prevedere che i tassi di assenza degli studenti, il sabato, saranno di gran lunga superiori a quelli degli altri giorni.

Ma il problema principale è che nelle scuole superiori gli alunni stanno in classe 6 o 7 ore al giorno. L’ordinanza fissa l’ora di ingresso sulla base delle esigenze delle aziende di trasporti. Ma non si pone il problema dell’orario di uscita. Entrare alle 10.00 significa uscire da scuola alle 16.00 o alle 17.00, senza pausa pranzo. Al massimo 10 minuti di ricreazione. Quattro volte a settimana. Sarà meraviglioso fare un’ora di matematica o di latino dalle 15.00 alle 16.00. Una straordinaria esperienza didattica. Senza contare che per molti studenti significherà rientrare a casa minimo alle 17.00 avendo mangiato, forse, un panino. E con lo studio per il giorno dopo ancora da affrontare. Che scuola è questa? In presenza, certo, ma la si può chiamare scuola?

Il problema dell’affollamento dei trasporti non riguarda solo la scuola, è una questione che riguarda l’intera società civile. Perché è solo la scuola che deve piegarsi a entrare ad orari assurdi? Perché non possiamo spostare gli orari anche dei ministeri, degli uffici pubblici o di specifiche categorie merceologiche sobbarcandoci tutti il peso della sostenibilità del trasporto pubblico?

Invece la soluzione proposta chiede solo alla scuola e non tiene minimamente in conto delle esigenze dell’intera popolazione scolastica. E’ solo un modo tecnico per dire che il 75% degli alunni torna in classe. Ma non si cura veramente della loro formazione. L’organizzazione prevista non sarebbe scuola, e questo è quanto. Certo che tutti vorremmo tornare in presenza ma per fare scuola, non per incontrarci tra i banchi di un’aula. Se i trasporti possono portare solo un quarto degli alunni, e allora un quarto sia. Non facciamo l’errore di considerare la presenza come l’unico ingrediente di un successo formativo. La scuola è un organismo complesso, richiede impegno e attenzione da parte degli alunni, richiede docenti disposti a sobbarcarsi un lavoro di gran lunga superiore al loro stipendio. Gestirla così, sulla carta, solo per poter sbandierare un numero, vuol dire ancora una volta ignorare le esigenze di una categoria a cui da lungo tempo ormai viene sempre chiesto molto e dato poco.

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