In Italia tutti scrivono, ma nessuno legge

di redazione
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Inviato da Fernando Mazzeo – I dati OCSE-PISA sulle competenze di comprensione dei test di lettura e il rapporto AIE (Associazione italiana editori) sullo stato dell’editoria italiana 2018 non lasciano spazio a dubbi: gli studenti sono sempre meno formati alla lettura, tra i ceti dirigentiil 38,1% non legge alcun libro e tra gli stessi laureati il 32,3% non legge nessun libro nel tempo libero; l’offerta editoriale è in crescita, ma è in calo il numero di lettori.

La mancanza di politiche scolastiche di educazione alla lettura costituiscono, secondo l’opinione degli editori, il principale
problema di crescita culturale del nostro Paese. Mentre, la modesta propensione alla lettura sta provocando non pochi scompensi in molti
settori della vita sociale che si possono configurare come assenza di dialogo e di senso critico, difficoltà ad acquisire e decodificare
messaggi per comunicare, progressiva riduzione del sapere concreto.

Si può dire, che la nostra società così avara, così varia e così complessa, non offre modelli comunicativi, percorsi di studio, stili
di vita e, soprattutto, significative occasioni di tempo libero che diano spazio alla lettura meditata e sistematica, allo svolgimento
di attività cognitive e di arricchimento culturale della persona per partecipare attivamente e responsabilmente ai valori della cultura:
manca quella motivazione a leggere nel senso tradizionale del termine.

L’invadenza pervasiva della tecnologia, l’assillo di milioni di immagini e informazioni sempre nuove che orientano e dirigono le
nostre scelte verso “la cultura del punto di vista”, stanno togliendo spazio alla lettura, alla riflessione, al raccoglimento,
all’introspezione, alla meditazione, ad un’attività magica che, attraverso il profumo dell’inchiostro, assorbiva e riempiva la vita.

Quante immagini estranee ai valori che contano, quanti sentimenti falsi, quanti modelli vuoti si annidano nel social. Sembrano innocui
e, invece, finiscono per creare un costume, abitudini, modi di pensare completamente sganciati dalla realtà quotidiana.

Pur senza contrapporre la cultura del libro che sarebbe buona ed educativa, alla cultura digitale dell’immagine che sarebbe cattiva e
diseducativa, i dati sconcertanti sulla lettura sono sotto gli occhi di tutti e invitano a prendere atto della necessità dell’ampliamento
delle capacità di approccio alla conoscenza, al sapere e al linguaggio attraverso la lettura.

Per avere una guida sicura quando si attraversano territori molto impervi, occorre battere la lunga strada della formazione, la via
dell’impegno educativo, intraprendere la ricerca di occasioni di vera informazione e di dialogo con fonti certe, non subdole o
ingannevoli, che possano offrire ampi spazi di libertà e creatività.

Purtroppo, l’ immediatezza delle immagini assume, oggi, forza di verità, la vedo, quindi, è vera, e sta indebolendo la forza della
parola che, attraverso il libro, fa leva sulle energie interiori e abitua a mettere in relazione l’esperienza con il contenuto dei libri
che si leggono.

Ora, una sfida ci interpella, un passo decisivo e coraggioso ci attende: distogliere lo sguardo dalle tante immagini in continua e
ansiosa attesa di ricevere licke o di essere condivise e prendere in mano i libri che, anche se sommersi da un momento di grande
difficoltà, rappresentano tuttora dei capisaldi e costituiscono un simbolo importante della nostra vita che ci consente di andare oltre
il chiuso del nostro io, di osservare, di contemplare, di capire, di leggere.

Imparare ad aprire nuove finestre perché entri aria nuova, sentire l’odore di quell’ aria, di quel profumo che genera una circolarità di
informazioni, di emozioni che consentono a noi tutti di sentirci parte significativa non di una generica collettività super tecnologica
che livella e rende indifferenti ai valori, ma segno di una tradizione, di una operosità, di una cultura, quella del libro, che
dobbiamo necessariamente recuperare e rilanciare.

Disconnettersi, spegnere telefoni e computer nel tempo libero per leggere un libro o raccontarsi una storia è un gesto non di condanna
della tecnologia, ma di gioia perché ispirato ad una misura di salvaguardia di uno spazio vitale che permette di recuperare il
contatto personale con gli altri e con la realtà.

Tuttavia, nell’attenzione educativa alla lettura rientra anche l’attivazione di una responsabilità politica che non deve lasciarsi
imprigionare dalle mode, ma deve avere un atteggiamento costruttivo e promuovere l’attività di centri culturali che diano ancora più spazio
alla lettura di libri per elevare e sostenere la cultura che non può essere abbandonata alle pure leggi del mercato o essere condizionata
dai metodi di una comunicazione drogata.

Quanti cammini vengono inariditi per mancanza di politiche scolastiche e culturali adeguate, di momenti educativi incapaci di spingere un
giovane a lasciarsi catturare dal potenziale potere attrattivo della lettura.

I mezzi espressivi fondamentali sono la parola e il segno grafico che, per suscitare interesse ed avere un ampio valore formativo,
devono diventare strumenti di idee, di partecipazione, di vera promozione, capaci di far crescere un modo di pensare più aperto. La
loro forza persuasiva può essere molto grande soltanto se riusciamo a creare canali di comunicazione dove il ruolo di ciascuno strumento, la
parola e il digitale, viene riconosciuto e adeguatamente valorizzato.

Pertanto, a livello educativo, il dominio incontrastato della tecnologia deve essere un po’ ridimensionato per lasciare spazio al
valore intrinseco della parola che è fondamentalmente relazione, coinvolgimento critico, etico ed emotivo che raggiunge in modo del
tutto naturale il cuore dell’uomo.

La lettura, dunque, non solo fa prendere coscienza delle proprie capacità, ma risponde pienamente ai tre più importanti bisogni
dell’uomo: quello affettivo, sociale e culturale.

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