“Fare la videolezione per sei ore non è un buon metodo”, l’appello di Gavosto (Fondazione Agnelli). E poi “introdurre obbligo vaccinale per i docenti” [INTERVISTA]

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“Dobbiamo fare di tutto perché in caso di ennesima ondata del Covid si eviti a settembre di ricorrere ancora una volta alla Didattica a distanza. Lo dice Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, alla luce dei risultati sconfortanti della ricerca La DaD nell’anno scolastico 2020-21: una fotografia. Il punto di vista di studenti, docenti e dirigenti, realizzata insieme al Centro Studi Crenos e al Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali dell’Università di Cagliari”. Dopo il lungo lockdown della primavera 2020, prosegue Gavosto, “ancora per tutto l’anno scolastico 2020-21 la Didattica a distanza è stata la principale risposta del sistema educativo italiano ai problemi creati dall’evoluzione della pandemia e dalle misure di sicurezza sanitaria, in particolare, per la scuola secondaria di II grado”.

RICERCA (PDF)

“In attesa di sapere se e quanto gli apprendimenti ne abbiano sofferto – prosegue Gavosto – la nostra ricerca ci dice, fra le tante informazioni, che nella pratica quotidiana della DaD non c’è stato alcun significativo cambiamento metodologico e organizzativo rispetto a prima della pandemia. Quasi tutte le scuole superiori italiane hanno riproposto online e in sincrono la tradizionale didattica basata su lezione frontale, compiti a casa e verifiche, senza un ripensamento dei tempi, delle attività e degli strumenti, che tenesse conto della differenza di fare scuola in classe o a distanza. E senza un vero sforzo di sperimentare strategie per valorizzare di più autonomia e protagonismo dei ragazzi. Ciò forse può in parte spiegare perché gli studenti rivelino la loro fatica a seguire le lezioni in DaD, a tenere alte motivazione e attenzione, a interagire positivamente con professori e compagni, difficoltà tipiche dell’apprendimento da remoto”.

La rilevazione ha riguardato un campione rappresentativo di 123 scuole secondarie di II grado, statali e paritarie, in tutta Italia. In ogni istituto sono stati proposti questionari a studenti (del III e V anno), docenti e dirigenti scolastici, raccogliendo complessivamente le risposte di 105 dirigenti scolastici, 3.905 docenti, 11.154 studenti. Il 91% degli studenti dichiara di avere trascorso tra le 5 e le 6 ore al giorno collegato in video per attività in sincrono, dato confermato da un’analoga percentuale di dirigenti scolastici, secondo i quali il monte ore non è cambiato o ha visto eventualmente una riduzione proporzionale in tutte le materie. Secondo i DS, solo l’8% delle scuole ha operato una ristrutturazione significativa del quadro orario, con maggiore spazio alle materie fondamentali o caratterizzanti dell’indirizzo. Se il quadro orario non è cambiato, lo stesso può dirsi per l’impianto didattico tradizionale, che è stato riproposto in DaD.

Per 9 studenti su 10, lezioni in video, verifiche e compiti a casa sono state le uniche attività proposte da tutti i docenti, senza particolare differenza tra le materie. Solo in 1 caso su 3 sono state proposte anche attività di ricerca che gli studenti potevano svolgere in autonomia e/o in gruppo, mentre in meno di 1 caso su 5 sono state sperimentate le più innovative piattaforme digitali che propongono giochi didattici, app ed esercizi interattivi per personalizzare i percorsi di apprendimento. Docenti e DS confermano l’assoluta prevalenza della video-lezione e il generale quadro di scarsa innovazione didattica. Anche quando la DaD non era proponibile come alternativa a specifiche attività didattiche, come nel caso dei laboratori tecnico-pratici per i quali le indicazioni ministeriali consentivano l’offerta in presenza, più di 2 docenti su 3 si sono astenuti dal proporla, non per timore dell’opposizione di studenti e genitori, ma per una propria valutazione di opportunità dato il rischio pandemico  Non stupisce perciò che anche le relazioni con docenti e compagni in DaD non sempre siano state facili, mentre la fatica di seguire le lezioni si faceva sentire. Se 1 studente su 4 ha trovato più agevole interagire con i docenti in DaD che in presenza, il resto degli studenti ritiene che comunicazioni e interazioni siano peggiorate.

La maggior parte degli studenti denuncia un maggiore senso di affaticamento (65%) dopo una giornata di scuola in DaD e una maggiore difficoltà a mantenere l’attenzione (73%). Anche in questo caso, i docenti confermano le opinioni degli studenti, affermando che la DaD ha causato peggioramenti in molte dimensioni rilevanti della relazione didattica: a soffrirne di più sono state attenzione, motivazione e coinvolgimento degli studenti.

Gli studenti dichiarano di avere affrontato verifiche e interrogazioni in DaD con minore ansia rispetto a quelle in presenza e con un rendimento migliore, ma ciò forse dipende anche dal fatto che in DaD farsi suggerire o copiare è relativamente più facile, come riporta il 70% di loro. Ma una cosa sono i voti, altra gli apprendimenti. E la ricerca lo conferma con un dato che deve fare riflettere, soprattutto nella prospettiva di ciò che la scuola italiana dovrà impegnarsi a fare per recuperare quanto gli studenti hanno perduto in questi due anni. Se da un lato, infatti, 2 studenti su 3 affermano che i loro voti non sono cambiati rispetto a quelli che avrebbero ricevuto in presenza, dall’altro, alla domanda se in DaD hanno imparato di più o di meno, solo il 57% in media risponde di avere imparato all’incirca quanto avrebbe fatto a scuola. Questa percentuale cala ancora di più (46%) per gli studenti che non hanno grande fiducia nei propri mezzi e nelle proprie capacità di apprendimento (bassa percezione di autoefficacia). Sembra, dunque, che siano gli stessi studenti a pensare che la DaD abbia penalizzato in particolare chi tra loro aveva già fragilità dal punto di vista scolastico.

Sull’aumento della dispersione scolastica come possibile effetto di medio-lungo periodo della DaD, docenti e DS convergono nel valutarne diversamente il rischio per la propria scuola o per il sistema scolastico nel suo complesso. Infatti, la previsione che l’abbandono cresca nella propria scuola è presente in meno di un terzo delle risposte, mentre la percentuale cresce moltissimo (52% per i docenti, addirittura 68% per i DS) quando riguarda il sistema scolastico italiano. Solo nel caso degli istituti professionali, si pensa che il rischio di abbandono scolastico nella propria scuola sia simile a quanto potrebbe avvenire nel resto del Paese.

Ancora degna di nota è, infine, la dissonanza fra docenti e DS a proposito delle competenze in possesso dei primi per svolgere le attività di didattica a distanza. Mentre l’85% dei docenti dichiara di avere competenze più che sufficienti o del tutto adeguate per le esigenze didattiche richieste dalla DaD, i DS sembrano porre l’accento assai più sui bisogni formativi dei propri professori ancora da colmare.

“Da questo punto di vista – sottolinea Adriana Di Liberto (Centro Crenos – UniCa) – l’indagine rivela che la formazione dei docenti è stata svolta soprattutto per migliorare le competenze nell’uso delle piattaforme informatiche, ma molto meno per sviluppare competenze relative alle metodologie didattiche e di valutazione specifiche per un contesto DaD. Inoltre, la formazione è stata effettuata perlopiù con risorse interne, con il probabile risultato che si sia operato in modo più efficace laddove le condizioni di partenza erano già migliori che altrove. Vi è quindi il rischio che anche il modo in cui è stata impostata e gestita l’organizzazione della DaD nelle scuole superiori Italiane possa influire negativamente sulle già troppo ampie disuguaglianze educative del nostro Paese”.

Dottor Andrea Gavosto, il quadro che fuoriesce dalla vostra indagine è sconsolante. Intanto, dal punto di vista metodologico, qual è la novità che va evidenziata?

“L’indagine ha il pregio rispetto ad altre di avere intervistato studenti, insegnanti e dirigenti scolastici. Abbiamo ottenuto nello stesso momento tre punti di vista. Ciò che che emerge è innanzitutto il fatto che il calendario delle lezioni non è stato modificato di fronte alle nuove esigenze imposte dalla pandemia: le cinque, sei ore di lezioni tradizionali, sono diventate cinque, sei ore di videolezione, cui si sono aggiunte l’assegnazione di compiti e la verifica. Emerge che non c’è stato un cambio di registro rispetto all’opportunità data dalla didattica online. E badi che qui non parliamo della fase della primavera 2020, quando si era stati colti di sorpresa: questo sondaggio è stato condotto nella primavera 2021, ad anno scolastico, l’ultimo, ormai al termine”.

Insisto, il quadro è sconfortante

“Lei si attendeva qualcosa di diverso? Devo dire che avevo sperato in qualcosa di diverso. Per le superiori non c’è stata innovazione. Lo ha ribadito anche il ministro Bianchi l’altro ieri a Bologna. Il problema è che i ragazzi ci dicono che non sono contenti, che si sono stancati di più, che si sono distratti e che in definitiva hanno imparato di meno”.

E più affaticati

“Era più facile prevedere le difficoltà di connessione ma c’è il dato sulla stanchezza: il 73 per cento degli studenti intervistati in classe dichiara che si distrae e si stanca meno che online. In definitiva la didattica a distanza fatta così risulta poco efficace”

Come sono state descritte le relazioni degli alunni tra di loro e con i loro prof?

“Solo uno su quattro ha trovato più facile dialogare con gli altri in DaD rispetto che in classe. Spesso si sostiene che la timidezza si possa meglio superare da dietro a un monitor, in realtà non è vero. Era meglio in classe”.

La ricerca ha indagato il grado di stress suscitato dalla DaD

“Lo stress era legato alle verifiche scritte e alle interrogazioni. Molti hanno trovato più conveniente e si sono dichiarati più contenti di fare le verifiche in dad. Ma poi il settanta per cento dice che copiare e farsi suggerire sia stato più facile con la dad. Ed è chiaro che se tu docente fai la verifica tradizionale di tipo nozionistico è più facile copiare da Wikipedia. Uno dovrebbe ripensare le verifiche e impostarle sul ragionamento e sui collegamenti. Io docente voglio sapere cosa tu abbia capito, non quello che hai letto. Peraltro, con un po’ di esperienza si comprende se uno studente sta sbirciando. Poi a maggio, con il ritorno in aula c’è stato un profluvio di interrogazioni e verifiche in aula. Questo è un segnale preoccupante perché un docente si deve organizzare meglio durante l’anno e non attendere la fine delle lezioni per avere una valutazione”.

Non si può disconoscere che la scuola e gli insegnanti in questi due anni di DaD abbiano fatto un salto di qualità clamoroso sul piano dell’uso delle tecnologie. Tuttavia, voi sostenete che questo non è stato accompagnato da un equivalente cambio di passo sul piano della riorganizzazione della didattica. E’ così?

“Esatto. Questo è un punto fondamentale. Non c’è stato un cambio di metodo. Fare la videolezione per sei ore non è un buon metodo. Non lo è in assoluto ma diventa particolarmente difficile per i ragazzi. Gli esperti dicono che occorrerebbe alternare la lezione con altre fasi, come il far parlare loro e creare gruppi di lavoro. Pensare che i ragazzi possano stare attenti per sei ore si sa bene che non funziona. Sei ore in sincrono, tra l’altro. C’è un bel libro intitolato Didattica a distanza, scritto da Barbara Bruschi e Alessandra Perissinotto per Laterza, che parla proprio di un 20-20-20, tra lezione, discussione di gruppo e lavoro di gruppo per ricerca ad esempio di materiale sulla rete”.

La ricerca fa emergere come durante la didattica integrata i laboratori in presenza, consentiti dalla normativa poiche insostituibili in molti istituti, siano stati disertati da un gran numero di docenti.

“La didattica a distanza non può sostituire i laboratori e per questo la legge da settembre scorso consentiva di svolgere i laboratori in presenza, ma la stragrande maggioranza dei docenti ha deciso di non farli per rischio di contagio. E questo nonostante non ci fossero stati sollevati problemi da parte delle famiglie e dei ragazzi. I docenti si sono rifiutati, però questo è un problema. Ci sono laboratori che non possono essere svolti a distanza”.

Potevano rifiutarsi?

“Evidentemente sì, visto che lo hanno fatto”.

Comunque non si può disconoscere che ci fosse un timore grande e obiettivo, per il contagio.

“Certo, ritenevano che ci fossero dei rischi pandemici. Ad ogni modo meno di uno su tre ha svolto attività di laboratorio in presenza. Il 73 per cento di coloro che non lo ha fatto ha reso una dichiarazione di opportunità, il 6 per cento di timore per eventuale opposizione di studenti e genitori. Il terzo dei docenti che invece lo ha invece ha dichiarato di non aver quasi mai incontrato problemi”.

Questo dato è confermato anche dai dirigenti scolastici?

“Interrogati sul tema, i dirigenti confermano che i laboratori non sono stati svolti. Criticano gli enti locali, lamentano che gli studenti erano assenti, e spiegano che i docenti non erano d’accordo nel farli. Il quadro è quello. Io capisco che, non essendo stati ancora vaccinati, i professori avessero tanti timori. Ma si sappia che le conseguenze specie per gli istituti professionali non sono trascurabili”.

Faccia qualche esempio di laboratorio trascurato

“Meccanica, il lavoro sulle macchine, la lavorazione del cibo nel settore alberghiero, si pensi agli odontotecnici… ma gli esempi sono tantissimi”

Almeno qualcosa di positivo rimarrà da questi due anni tanto impegnativi per l’intera comunità scolastica?

“Se ci saranno delle nuove ondate a quel punto l’auspicio è che non ci si trovi nelle stesse situazioni dell’autunno scorso con la dad. Occorre pensare alle bolle, ai turni, a ridurre il numero di allievi per classe”.

Però rispetto al passato c’è la novità dei vaccini e dei tanti vaccinati

“Sul piano dei morti e degli ospedalizzati la situazione è migliorata, certo, ma il virus non deve circolare. Se i contagi dovessero riprendere, sarebbero adottate le restrizioni del caso e a quel punto ci riporremmo il problema. Ben duecentomila docenti risultano ancora non vaccinati e dunque rischieremmo di esporli. In Spagna, Portogallo, Inghilterra il contagio è ripreso e la variante Delta è molto contagiosa”.

Vuole mandare un messaggio ai docenti che non si sono vaccinati?

“Il vaccino oltre che essere una protezione di sé stessi è un atto di responsabilità civile, di prendersi cura ad esempio dei bambini immunodepressi. Chi può deve vaccinarsi”.

Forse tanti dubbi sono stati creati da una comunicazione sanitaria istituzionale non sempre puntuale e univoca in merito agli effetti collaterali dei vaccini anti Covid.

“C’è stata una comunicazione poco efficace, ha ragione, ma i rischi sono molto contenuti rispetto ai benefici”.

Pensa davvero che i docenti non vaccinati non possano entrare in aula a settembre?

“Guardi, o si introduce l’obbligo di vaccinare, e non so se esso sia fondato sul piano costituzionale, oppure questi docenti non potranno stare più in aula, per il loro bene e per quello degli altri e dunque tantissimi credo non potranno rientrare in aula, non potranno essere a contatto con i ragazzi”.

E’ una sua supposizione, immagino

“Sì, ma il generale Figliuolo ha appena detto che non possiamo tornare in aula se ci sono duecentomila docenti non vaccinati. Il governo probabilmente ha i mezzi legali per vaccinare i docenti costringendoli, come si sta facendo per i sanitari. Lo stesso Pietro Ichino sostiene che basta estendere ai docenti la normativa sui sanitari. Duecentomila docenti che non si vaccinano propongono un problema sanitario e legale Il governo non lo consentirà mai perché sarebbe contrario alla politica sanitaria dell’ultimo anno e mezzo”.

E a questi docenti cosa faranno fare?

“Questo non lo so”

Torniamo alla vostra indagine. Lei prima diceva prima che occorrerebbe evitare di vedere riproposti gli effetti negativi della dad, magari ricorrendo ai turni. Come li immagina lei i turni, nella pratica?

“Ad esempio, facendo lezione mattina e pomeriggio con classi dimezzate, oppure con una parte della classe che sta in aula mentre l’altra parte segue da casa. Ma nel secondo caso si riproporrebbero gli effetti della dad, quelli che vorremmo si evitassero. Purtroppo non so quanti progressi siano stati fatti in merito alla riorganizzazione del servizio di trasporto pubblico. E’ più di un anno che ne discutiamo ma vediamo che almeno finora la DaD è l’unica soluzione adottata, ma non basta”.

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