Il virus “politicamente corretto 2.0”. Lettera

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Inviata da Irene Visciano – L’invisibile nemico Covid 19 ha senza dubbio accelerato e acutizzato problemi pre-esistenti che sembravano già da tempo pronti ad una progressiva degenerazione che avrebbe toccato o “stravolto” (per usare un non-eufemismo) diverse sfere del nostro vivere e pensare: moralità/cultura (ormai investite da un eccessivo relativismo), relazioni interpersonali, Famiglia e Scuola.

Ci troviamo di fronte a cambiamenti rapidi e troppo grandi ai quali molti (ma non tutti) non vogliono adeguarsi; il più delle volte il tentativo di sottrarsi a certe dinamiche fallisce (non senza conseguenze personali) oppure viene soppresso precocemente nei fatti e/o nella mente per via della paura, della mancanza di coraggio che caratterizza ormai molte persone non disposte a sottomettersi ma che alla fine per “sopravvivere” scelgono di “adeguarsi o adattarsi” (come spesso si sente dire) al dispotico spirito dei tempi correnti. Viene così meno la forza interiore di affrontare situazioni scomode dove spesso si finisce per tacere od omologarsi alla massa di benpensanti, sempre pronti ad inveire e a categorizzare (con le ormai ben note etichette) chi non abbraccia le loro posizioni.

Anche la scuola ha subito e continua a subire l’inquietante “tirannia del politicamente corretto”, una sorta di “dittatura delle buone maniere” che non permette di parlare liberamente per timore di “offendere”, o in qualche modo “urtare la sensibilità” di chi ci ascolta. Conosciamo bene il decorso che sta avendo tale fenomeno a livello politico, sociale e in modo palese nel mondo scolastico. In quest’ultimo pare infatti sempre più difficile insegnare e “correggere” perché ogni parola è preceduta dall’incertezza di star sbagliando in modalità o contenuti. La diversità (o capovolgimento) di valori e prospettive individuali e culturali tra soggetti non fa che complicare il lavoro dell’insegnante “trasparente e non modernizzato” che quasi sempre viene giudicato e attaccato con aggressività verbale (e non) da alunni, genitori e colleghi prepotenti che esigono sentire la versione dei fatti che prediligono.

Ciò che atterrisce ulteriormente è l’interferenza sempre maggiore di psicologi e pedagoghi nelle attività didattico-educative degli insegnanti, costantemente giudicati, criticati e da “formare” alla nuova scuola digitale, carismatica e di ‘competenza’ che accontenti l’iper-diversificata moltitudine di discenti; una scuola che non corregge ma guida, interviene poco, si china procedendo a piccoli passi alla portata della bassa maggioranza, prestando attenzione a non urtare alunni fragili come cristallo (potenziali futuri “uomini beta” o “fiocchi di neve”, come ironicamente vengono apostrofati in USA, nazione dove da tempo scuole e università sono diventate luoghi di indottrinamento, popolati da una vasta gamma di violenti vittimisti, paladini della “cultura della cancellazione” e della “libertà di parola”, riservata però solo a loro…).

La parola diventa così pesata, deformata o censurata per paura della reazione di chi non vuole sentire un pensiero differente, magari superato nel tempo e quindi scomodo, o più in generale un insegnamento “correttivo” perché ormai correggere (usando brutte parole come ‘errore’) equivale ad offendere. Così nel tentativo di sembrare “giusti” e “tolleranti” (non lo si è mai abbastanza…), il problema permane e nel peggior dei casi si consolida.

Inutile negare l’attuale divisione interna alla scuola, specchio di una società frammentata dove è difficile se non impossibile intrattenere con altri un dialogo costruttivo che non sfoci in rivalità, invidie e diffidenza.

Considerando i martellanti slogan recitati nelle aule da insegnanti/formatori e tutta questa serie di novità imposteci già prima del virus da sistemi alti e di parte, non mi stupisce vedere studenti perennemente annoiati cavalcare l’onda del “vittimismo” e della “deresponsabilizzazione” cantando allegramente parole e discorsi inculcategli da saccenti maestri. Inutile biasimare solo famiglia e società perché al momento anche la stessa martoriata scuola, e i soggetti esterni che vi si intromettono, sta diventano co-partecipe di questa farsa. Si è inginocchiata perdendo autorevolezza, illudendosi di potercela fare raggirando il problema, annullandosi.

A questo punto, mi chiedo: in uno scenario di marxismo culturale come quello che stiamo vivendo, cosa resterà di questa istituzione che teme le sue stesse fondamenta, che ha dovuto tacere e iper- semplificarsi (talvolta azzerarsi) per adattarsi al declino sociale, premiando equamente bravi e scarsi studenti per paura di essere additata come responsabile dell’abbandono scolastico di quest’ultimi?
Ironico pensare a come la mascherina ben si addica a tale contesto di crescente mascheramento socio-educativo…

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