Il vincolo quinquennale resta. La discontinuità, anche. Lettera

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Inviato da Alessandro Amante (Gruppo: No al vincolo!) -L’ordinanza ministeriale relativa all’inserimento delle domande di mobilità è uscita. Con un atto di prepotenza, quasi a voler ristabilire i ruoli tra chi comanda e chi viene comandato, ha definito la finestra che è partita nella sua stessa data di emissione, mostrandosi altrettanto frettolosa per quanto concerne la sua chiusura, inspiegabilmente anticipata rispetto a quella per il personale ATA, bandita con la stessa ordinanza.

Con quest’atto il legislatore, freddo ed implacabile, sancisce l’inutilità delle grida d’aiuto lanciate da decine di migliaia di docenti, vincolati da una legge che, per come è stata concepita, è pressoché inumana.

“Se vuoi il lavoro ti devi spostare, altrimenti ti licenzi”, urlano le voci di chi non lavora nella scuola e pretende di poter sindacare su chi ha ottenuto lavoro con elevati requisiti professionali, preceduto da periodi anche decennali di precariato, ottenuto a prezzo di innumerevoli sforzi attraverso ripetute procedure abilitanti, specializzanti e concorsuali, e che, soprattutto, viene retribuito in maniera totalmente inadeguata.

È lecito chiedersi come mai coloro che inneggiano alla posizione privilegiata dei docenti, e in virtù di questa si sentono legittimati ad attaccare la categoria, come mai loro stessi non abbiano usufruito di questa possibilità, in modo da rientrare in questa ristretta cerchia di eletti. Probabilmente non avevano la voglia di conseguire una laurea con tanto di integrazioni da dare in aggiunta, corsi abilitanti, titoli di specializzazione, né di partecipare a qualche procedura concorsuale in cui scontrarsi con un’agguerrita concorrenza per un pugno di posti messi a bando; o magari la ragione è che non erano particolarmente attratti dalla prospettiva di un lungo precariato, spesso a migliaia di chilometri da casa, che li avrebbe spinti ogni anno a pregare perché si liberasse una cattedra, e che questa non fosse in un luogo sperduto dove, sempre e comunque, quel servizio va erogato, o magari perché sono fortunati ed abitano in una di quelle zone d’Italia dove con una laurea è possibile ottenere uno stipendio migliore di quello di un docente, dopo un colloquio ed una stretta di mano.

“Questi docenti, arroganti e nullafacenti, pretendono il posto sotto casa” ribatte qualcuno. Ovviamente nessuno lo fa davvero. I docenti soggetti a vincolo volevano soltanto la possibilità di fare domanda. Fare domanda… Il significato di queste parole, chiare ai docenti, sembra talvolta incomprensibile ai più. Puoi fare una domanda, chiedere, ma non per questo sarai accontentato. Le percentuali per la mobilità, miseramente basse, ed un metodo con cui tali trasferimenti avvengono, totalmente incoerente con il sistema di reclutamento, entrambi creati da questo gigante invisibile chiamato “stato”, permettono, di fatto, solo ad un ridotto numero di fortunato, e spesso anziani, colleghi, di riavvicinarsi alle proprie residenze. Con un po’ di fortuna è possibile, al più, riuscire ad arrivare in un posto che sia raggiungibile con un treno od un pullman. Nessuno ha mai preteso altro. Certo, fa rabbia il fatto che i docenti arrivati dietro di te al concorso, abbiano le cattedre a tempo determinato sotto casa, mentre loro, colpevoli solo di aver svolto un concorso, quasi sempre nella regione dove volevano vivere, sono relegati per cinque anni in una scuola distante 300 o 400 chilometri, che se si è del sud equivalgono anche ad 8 ore di viaggio con i mezzi, quando va bene.

Peccato per loro, l’aver perso la possibilità, più unica che rara, di fare richiesta di un trasferimento in un’annata in cui vi saranno numerosissimi pensionamenti, cosa che non si ripeterà di certo a breve, ed in cui gli organici sarebbero stati aumentati anche per far fronte alla situazione emergenziale, cosa che per lo stato italiano, sembra non riguardare i docenti pendolari, che si spostano ogni giorno attraversando intere regioni, su mezzi stracarichi, e che, nonostante i vaccini, possono fungere da vettori di contagio per le proprie famiglie e gli alunni. Adesso, una volta esaurite le lacrime, e dopo che la disperazione del momento avrà lasciato spazio all’accettazione, simile a quella di un lutto, di essere figli di un dio minore, vessati per il solo fatto di esistere, cosa faranno questi docenti?
Quello che è possibile.

Le donne che possono ancora farlo, l’età media non è certo bassa, mediteranno sulla possibilità di anticipare quel figlio che pianificavano, per far passare un altro anno e dimenticare come la gioia del ruolo si sia tramutata in dolore. Sarà impossibile per gli uomini, poiché in Italia, in barba alla parità di genere, la paternità è fondamentalmente non riconosciuta.
Coloro che sono affetti da patologie dovranno, per questioni di necessità, prendere permessi di malattia per continuare le proprie terapie che, se avessero lavorato nei pressi delle loro città, sarebbero state compatibili con le loro attività lavorative.

Chi ha la sfortuna di doversi prendere cura di un parente affetto da disabilità, cercherà di prendere tutti i permessi possibili per poter garantire a questa persona la giusta assistenza, mentre in condizioni normali avrebbe cercato di incastrare i propri impegni lavorativi, per riservare l’aspettativa a periodi peggiori. Chi non bada ad una persona con gravità riconosciuta, ma spesso reale, farà carte false per avere un aggiornamento e non dover abbandonare il proprio caro.

Qualcuno ne approfitterà per ponderare un ritorno alla formazione e proverà ad ottenere un dottorato, in modo da poter sfruttare il congedo triennale, magari nella speranza di risultare perdente posto.
Molti, quelli nati nelle aree più ricche del nostro paese, quelli che nelle cattedre del nord est ci sarebbero rimasti, si licenzieranno. Non ha senso dover effettuare ogni giorno ore ed ore di spostamento, quando è possibile trovare un lavoro, anche pagato meglio, nella città in cui vivi.

Poi ci sono loro, quelli nuovi, quelli che sanno di lavorare ogni anno dalle proprie graduatorie, quelli che il ruolo lo rifiuteranno in attesa di tempi migliori, magari di entrare con il piano di stabilizzazione di cui tanto si parla. Come e più dello scorso anno quelle cattedre resteranno vuote.

In definitiva il vincolo è il più grande nemico di sé stesso e della continuità didattica, quella continuità didattica per difendere la quale, era nato. La domanda, quella che non interessa ai docenti, ma ai genitori: “Ci saranno i docenti in cattedra il primo giorno di scuola?” La risposta: “No”.

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