Il vincolo di mobilità non garantisce la continuità didattica. Lettera

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Inviato da Vanessa Mastrototaro – Ho 32 anni e sono una docente di lingua e cultura inglese negli istituti di istruzione secondaria di secondo grado, ma specialmente sono una docente vincolata.
Mi sono affacciata per la prima volta alla carriera professionale dell’insegnamento a 25 anni, subito dopo la laurea magistrale.

Da ragazza pugliese ho sempre saputo che la “gavetta” avrei dovuto farla fuori dalla mia regione, e fu così che bagagli in spalla (letteralmente) partì per la prima supplenza nella lontana Lombardia, a Bergamo. Senza nemmeno accorgermene sono passati quattro anni, dove tra ansie, timori e viaggi improvvisati dopo la mail di convocazione, gradualmente ho capito che questo era il lavoro della mia vita. Sulla questione dell’etica professionale, della missione dell’insegnante, del “fai il lavoro che ti piace e non lavorerai mai un giorno nella tua vita” potrei spenderci fiumi di parole, ma non voglio peccare di ipocrisia, al contrario cercherò di essere più onesta possibile.

Certo, ammetto di ritenermi effettivamente fortunata, il tempo passato in classe e per la classe è per me un tempo “di qualità”, e no, non per le “sole” 18 ore contro le 36 di un altro tipo di contratto full time, non è mia intenzione aprire una diatriba sulle inquantificabili ore di lavoro sommerso di un docente di cui mai si parla (inquantificabili perché direttamente proporzionali alla qualità di insegnamento che si vuole trasmettere, alla correzione di verifiche e agli impegni burocratici che fanno parte dei doveri di ogni docente).

Semplicemente, il lavoro dell’insegnante non è un semplice lavoro (e il gioco di parole non è casuale), perché proprio le parole vanno ponderate, esse hanno un peso, e se non adeguatamente pesate e pensate possono aprire delle cicatrici a volte irreparabili nella psiche e nel livello di autostima e autoefficacia degli studenti a cui ci si rivolge.

Questo preambolo non vuole di certo fungere da discorso asfittico e ritrito, ma pone la questione proprio sul lavoro di qualità del docente oggettivamente parlando, che non può minimizzarsi alla mera esecuzione o alla trasmissione di concetti, ma è al contrario un continuo compromesso tra empatia, giusta dose di severità e trasmissione di valori, gli stessi che creeranno le basi per le cosiddette “life skills” e “soft skills” così tanto richieste dal futuro mercato del lavoro.

Purtroppo, la storia di molti docenti è accomunata da un destino che nella maggior parte dei casi non diventa più roseo con l’acquisizione del ruolo dopo anni di precariato fuori sede, ma che vede i docenti costantemente ingabbiati nella scuola di titolarità per effetto del DL 73/2022, il cosiddetto decreto sostegni bis, annoverato anche nel CCNI 2022/2025, e che vincola tutti i docenti trasferiti in fase interprovinciale alla permanenza di tre anni nella scuola di titolarità creando conseguentemente ulteriori disparità tra docenti che richiedono una mobilità all’interno dello stesso comune o della stessa provincia e coloro i quali la richiedono in provincia differente da quella di titolarità.

Detta disparità è ulteriormente acuita dalla percentuale enormemente ridotta delle aliquote disponibili in fase di mobilità provinciale, che sono pari al 25% dei posti disponibili, contro il 100% dei posti disponibili in fase provinciale. Inutile dire che per i docenti che si spostano dal nord al sud del paese il trasferimento è quasi sempre una chimera, prescindendo dalla classe di concorso più o meno fortunata, ma la possibilità quantomeno di poter produrre domanda sarebbe già una speranza per molti docenti che intendono ricongiungersi ai propri cari.

Purtroppo è scientificamente provato che un ambiente di lavoro, seppur gradevole, non è vissuto serenamente dal docente se questo è causa di sacrificio economico e psicologico e per di più a km di distanza dalla propria famiglia. E tutto questo per cosa? Per la continuità didattica che il Ministero dell’Istruzione e del Merito si prefigge di mantenere?

Purtroppo ho potuto appurare con la mia esperienza da docente neo-trasferita, che la sopracitata continuità è una variabile che la maggior parte delle volte non viene rispettata dagli stessi Dirigenti scolastici, sia che questo accada per scarsa volontà da parte di questi ultimi di mantenerla, sia per causa di forza maggiore che costringa gli stessi ad assegnare le classi ad altri docenti titolari interni o a docenti con contratto a tempo determinato.

È una realtà comune a molte Istituzioni scolastiche, e il vincolo di permanenza purtroppo non garantisce la miglioria della continuità didattica, ma anzi presuppone verso l’apertura di soluzioni alternative meno piacevoli, quali congedi straordinari, aspettative e malattie prolungate, espedienti ai quali i docenti hanno diritto di usufruire ma che pregiudicano in modo decisamente più pericoloso la continuità che si ha tanto interesse di preservare.

Quindi la domanda che mi pongo, e che molti docenti si pongono è, ne vale davvero la pena?

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