Il “vecchio” prof che esige il “lei” è uno “sfigato”. Meglio il “social prof” che “parla in corsivo”?

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Oggi, entrando in qualsiasi aula scolastica di ogni ordine e grado, è raro che uno studente dia del “lei” al proprio docente. La nuova modalità educativa si basa sulla “nouvelle vague” a carattere amichevole e la relazione tra docenti e alunni è caratterizzata da un nuovo equilibrio.

Da un lato, questa modalità ha voluto rappresentare l’amicizia applicata all’insegnamento, dall’altro ha fatto declinare l’autorevolezza della nostra cultura. Essere amici degli alunni ha generato un effetto eccessivamente accomodante verso alcuni genitori, creando uno stato di irresponsabilità. La ripresa educativa da parte dell’adulto richiede sforzo che va ribadito costantemente. Il docente deve catalizzare l’attenzione basandosi anzitutto sul rispetto e su quel sano timore che è alla base del processo educativo. Nell’era del capitalismo tecnologico, dove si chiede ad Alexa il significato di un termine (addio Zanichelli), può ancora essere preteso il “lei”? Un’alunna di terza secondaria di I grado afferma che se dà del “lei” al proprio prof non si sente libera e che il vecchio prof che esige il “lei” è considerato uno “sfigato”. Per essere un prof trendy e cool, bisogna essere “social prof”. Su TikTok, la “prof del corsivo” ha raggiunto 700.000 followers!

Oggi assistiamo alla costruzione di legami deboli e alla migrazione di rapporti educativi basati sul mancato rispetto verso una cultura educativa in crisi. Se un tempo l’insegnante era una figura rispettata e a volte anche temuta, oggi alcuni studenti si sentono in dovere di avere con i propri docenti un rapporto alla pari, superando la gerarchia dei ruoli. Molti genitori, con l’avvento dei social, si sono coalizzati sui gruppi whatsapp contro il docente di turno, o per una lamentela su un voto, su un trattamento nei confronti dei figli, sui troppi compiti, pretendendo ufficialmente di sostituirsi al ruolo educativo dell’insegnante. Negli ultimi anni, nella scuola italiana, abbiamo assistito ad episodi terrificanti nei confronti dei docenti: minacce verbali, violenze, aggressioni in rete. È possibile che si tratti di bullismo verso coloro che dovrebbe impartire l’educazione? Oppure siamo di fronte a un cambio generazionale e non è facile ammetterlo? Il “mandato educativo” è diventato una triste ingiustizia dell’educazione. Si sono persi i sani valori che sono alla base della comunità scolastica. La prosperità del futuro educativo dipende dalla capacità di insegnare il rispetto. Magari non sarà il “tu” o il “voi” a valorizzare il rapporto con gli alunni, ma se il dare del “lei” crea una distanza, dall’altra parte attribuisce il senso alle parole.

Nel mondo del lavoro, i futuri datori di lavoro non si aspetteranno di essere chiamati per nome, ma ci si aspetterà che gli si dia il giusto rispetto. È importante che gli studenti comprendano che il rispetto e l’autorità non sono sinonimi di autoritarismo. I docenti hanno il compito di insegnare, non di essere amici. D’altra parte, ciò non significa che non debbano essere empatici e che non debbano creare un ambiente di apprendimento positivo. Tuttavia, il rispetto deve essere alla base della relazione tra docenti e alunni. Per raggiungere questo equilibrio, è importante che i docenti si impegnino a essere professionisti competenti e che i genitori siano responsabili delle azioni dei loro figli. Inoltre, è necessario che la scuola fornisca supporto ai docenti e che ci siano regole chiare e coerenti per gli studenti.
Per migliorare la cultura educativa e promuovere il rispetto nella scuola, è necessario che ci sia un equilibrio tra autorità e amicizia, tra competenza professionale e empatia in ambiente protetto e sicuro dove si incoraggia l’apprendimento attivo e creativo. Solo in questo modo potremo creare una scuola in cui gli studenti possano sentirsi motivati e soddisfatti e dove i docenti possano essere rispettati e apprezzati per il loro importante lavoro.

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