Il valore della politica a scuola: così si insegna ai giovanissimi ad andare a votare

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Anna Rosa Besana e Rossella Gattinoni – Docenti di Lettere in un liceo della Brianza – Cosa può fare la scuola per avvicinare i giovani alla politica e motivarli all’esercizio di un diritto fondamentale quale è quello di voto? La domanda pare legittima, in considerazione delle imminenti elezioni europee.

Leggendo i dati delle ultime settimane, qualche segnale positivo si intravede, a voler vedere il bicchiere mezzo pieno: se prendiamo il dato generale relativo all’astensionismo che dovrebbe superare addirittura i 20 milioni di italiani (secondo il sondaggio DEMOS), appare confortante sapere che in Italia due giovani su tre sono pronti a partecipare al voto (dati eunews che commenta lo speciale sondaggio Eurobarometro,) così come lo è il trend in crescita registrato già per le europee del 2019. Il dato si inserisce, probabilmente, nella fiducia che gli under 30 dimostrano per l’Europa rispetto alle altre fasce d’età e che li vede attivi su tematiche quali ambiente ed ecologia, promozione e difesa della pace, inclusione e lavoro; questioni a cui i giovani sono particolarmente interessati e che vorrebbero ascrivere all’impegno politico non solo delle singole nazioni ma dell’organismo europeo in toto.

La scuola, da parte sua, sta facendo molto per la crescita di giovani consapevoli del mondo in cui vivono, attraverso programmazioni e progettualità ad ampio raggio, compresi esperienze come Erasmus che favoriscono, già a partire dai primi anni delle superiori, lo sviluppo di un’identità europea. Anche l’insegnamento di Educazione Civica, al di là di tutte le criticità più volte messe in luce, trasmette conoscenze fondamentali per una pacifica convivenza, per il rispetto dello Stato di diritto e per la formazione di cittadini responsabili e consapevoli e, quindi, in grado di comprendere il valore del lavoro comunitario e delle politiche europee.

E questo lavoro è particolarmente prezioso quando è svolto in zone depauperate sia economicamente che culturalmente e dove è più facile che i giovani maturino sfiducia nei confronti dello Stato. L’insegnante educa all’importanza della partecipazione alla vita politica dello Stato mediante il voto, al rispetto delle Istituzioni e di chi le rappresenta pur nella diversità di vedute, a non gettarvi discredito, ma a giudicare, questo sì, liberamente e criticamente, l’operato di queste. Così, si contrasta la tendenza a un giudizio spesso negativo, intriso di luoghi comuni quasi a ripetere formule standard, di cui l’opinione pubblica è imbevuta e che, talvolta, la stessa classe politica alimenta, d’altra parte lei stessa non aliena da una verbalizzazione violenta e offensiva che spinge i cittadini a diffidare della politica. La fiducia, per converso, porta con sé il desiderio vivo di partecipazione.

La vita di comunità della scuola è essa stessa, oltre che acquisizione di saperi, educazione alla convivenza nel rispetto di diritti e doveri, nell’esercizio della riflessione critica, nell’aiuto reciproco, nell’incontro con l’altro da sé, nell’apertura al mondo. L’arte dell’insegnamento è, di per se stessa, politica nel senso più alto del termine, per intenderci quello che rimanda all’universo greco, per cui tutti i cittadini devono formarsi per plasmare il proprio futuro, indipendentemente dall’origine, e occuparsi, ciascuno secondo le proprie possibilità, della vita dello Stato. Come disse Pericle “un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile”.

Se rovesciamo l’ottica e guardiamo il punto di vista di quei giovani che non vogliono interessarsi di politica e hanno dichiarato che non andranno a votare (l’11%) o sono indecisi (9%,) è opportuno interrogarsi sui motivi di questo scetticismo. Fornisce alcune risposte il Rapporto Eures 2024, in cui si fa notare come il taglio dei parlamentari italiani, pagato all’antipolitica, ha colpito quasi esclusivamente gli under 35, con un drastico calo dei giovani eletti, che tra il 2018 e il 2022 hanno subito un decremento dell’80%, passando da 133 a 27, determinando un’influenza sempre minore dei più giovani negli organismi politici. Dunque, anche l’attrattiva della professione di politico perde appeal, oltre ad approfondirsi il gap generazionale tra il giovane che vota e i suoi interlocutori politici.

In conclusione, un paio di riflessioni, di carattere didattico e politico. Se riconosciamo alla scuola il compito della formazione, come si è detto, anche politica, la dispersione scolastica gioca un ruolo non indifferente. Secondo i dati EUROSTAT, l’Italia è il quinto Paese per abbandono precoce degli studi, ben lontana dall’auspicato 9% fissato dall’Europa per il 2030. Così siamo maglia nera per NEET (Not in Education, Employment, or Training), seconda solo alla Romania. Alle gravi conseguenze che l’abbandono della scuola porta, c’è, in questo contesto, l’allontanamento dalla comunità che meglio, e non solo in termini culturali, è adatta a sviluppare il senso della cittadinanza e della vita collettiva attiva. La dispersione acquista un carattere reale e uno implicito portando con sé, oltre alla povertà economica, il mancato sviluppo di competenze di base, non escluse quelle di cittadinanza. Un livello di istruzione basso è uno dei tratti che accomuna chi sceglie di non andare a votare, come emerge da una recente inchiesta di Edjnet.

Se ci riferiamo alla politica in senso stretto, invece, viene da chiedersi come mai l’attivismo delle associazioni giovanili raggiunge punte molte alte per gli under 25, ma poi i giovani sembrano nutrire scetticismo nei confronti della politica.

Superato il fascino dell’ideologia che ha caratterizzato le scelte nei decenni passati, i partiti non sembrano aver trovato ancora un modo adeguato di parlare all’universo giovanile.

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