“Il tempo pieno? È adatto solo ad una categoria di alunni: i bravi, per gli altri è una iattura. Vi spiego perché”. Matematica? “Se ne fa troppa”. INTERVISTA a Silvia Contangelo

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“Il tempo pieno? È adatto solo ad una categoria di alunni: i bravi”. La maestra Silvia Contangelo, in servizio presso la scuola primaria dell’Istituto comprensivo di via della Tecnica a Pomezia, non ha dubbi: il tempo pieno, così come è strutturato ora – dice – è spesso una iattura per i bambini. “Io ho lavorato al tempo pieno per quindici anni”, precisa, e “purtroppo, ho dovuto scegliere questa modalità per i miei figli e ancora non mi perdono.

Ora, da otto anni, sono insegnante unica e devo dire che il tempo antimeridiano non é comparabile con il tempo pieno, per i risultati che permette di raggiungere” La maestra prosegue: “Avendo sperimentato, in 32 anni di servizio, ogni genere di sistemazione oraria – moduli verticali, orizzontali, antimeridiano, antimeridiano con un rientro, con due rientri, tempo pieno, tempo pieno modulare – mi sono fatta una mia idea: il tempo antimeridiano con un rientro – 30 ore – è l’ideale. Il tempo pieno è un tempo scuola assolutamente inefficace per la maggior parte dei bambini. Soprattutto da quando sono state eliminate le compresenze, vero punto di forza, che permettevano di dividere la classe in gruppi di livello con la possibilità di recupero, consolidamento e potenziamento e da quando, devo dirlo, lo si sceglie non per la sua peculiarità ma come parcheggio per genitori indaffarati. Infine, spiace considerarlo, da quando viene scelto, in modo dissennato, per i bambini disabili più impegnativi.

Così il tempo pieno, con classi sempre con numeri importanti, mille problematiche, continue interruzioni della giornata scolastica – cambio insegnante, mensa, ricreazione – non è per niente funzionale al raggiungimento degli obiettivi. La mancanza di consolidamento quotidiano e il fatto che i bambini non imparino progressivamente ad organizzarsi e a gestire il lavoro a casa, li rende impacciati e scarsamente autonomi nei gradi di scuola successivi.

Il tempo pieno, dirò qualcosa di forte, è adatto solo ad una categoria di alunni: i bravi. I multitasking: quelli che chiacchierano col compagno, disegnano, si passano i bigliettini, vanno al bagno tre volte in un’ora e quando li chiami spazientita sanno l’argomento meglio di te! Quelli che hanno migliaia di gigabyte di memoria e in quindici minuti di studio memorizzano tre pagine con annessi nomi e date. Quelli che mentre cominci a spiegare l’argomento nuovo a pag 50 ti dicono:”Ho finito anche pag 51, ora che faccio?”. Quelli che quando spieghi gli anfibi ti portano una ricerca non richiesta con i collegamenti trasversali tra storia, geografia e scienze, perché sono curiosi e non stanno fermi un attimo. Quelli che escono da scuola alle quattro del pomeriggio, fanno due attività sportive e l’indomani sono carichi di energia anche se è venerdì e hanno una settimana alle spalle che neanche un manager di una multinazionale. Ecco, io penso che il tempo pieno attuale sia adatto solo a loro”.

Per tutti gli altri? “Per tutti gli altri – conclude la maestra – per i normali, quelli con qualche difficoltà, quelli che non reggono i ritmi di un lavoro serrato il tempo pieno è una iattura: imparano poco e male nei primi due anni, non c’è il tempo per esercitarsi a scrivere, a leggere, a fare le operazioni. Arrivano in terza malfermi e ci mettiamo sopra il peso delle discipline orali. E’ un inferno e la convinzione che i compiti, dopo otto ore a scuola, colmino le lacune, è paradossale: è solo una ultima inutile vessazione. Diverso sarebbe il discorso con un tempo pieno articolato in altro modo: materie curricolari fino alle 13:00, pomeriggio studio assistito con due insegnanti e con possibilità, una o due volte a settimana, di laboratori di approfondimento, attività artistiche, musicali o motorie. Negli anni ottanta era, più o meno, così. Siccome funzionava, smantelliamo tutto e costruiamo una scuola disfunzionale e dispersiva”.

Maestra Silvia Contangelo, lei ha conoscouto direttamente la scuola primaria a tempo pieno?

“Ci ho lavorato sul tempo pieno, per 13 anni, ad Ardea, qui in zona. Le lezioni duravano fino alle 16:30”

Che cosa non andava?

“Le classi sono sovraffollate, sono scelte spesso da famiglie con difficoltà di un certo tipo, spesso l’utenza viene da un disagio anche sociale. Ci sono spesso bambini con pochissima educazione e poco strutturati da parte delle famiglie. E le famiglie dal canto loro sono ingenuamente convinte che mandare i bambini al tempo pieno possa sostituire tutto ciò che la famiglia non può dare a livello educativo. Spesso sono mamme che lavorano e che stanno dunque pochissimo a casa e non possono dedicare molto tempo ai bambini. Il tempo pieno in generale ha inoltre un’organizzazione oraria fallimentare”.

Ci faccia capire meglio

“Il tempo pieno, almeno come è pensato ora, prevede che mattina e pomeriggio ci siano delle lezioni. Se c’è da fare grammatica o storia o matematica al pomeriggio, si fanno. E si fanno anche se il bambino ha già alle spalle ore e ore di scuola. Il tempo pieno non prevede compiti a casa. Almeno questo è previsto dalle linee guida, come più volte ripetuto a livello ministeriale. Dopo otto ore di scuola si ritiene che non si debba fare scuola a casa. Quindi i bambini non consolidano. I bambini hanno una lezione frontale, non c’è un tempo di scuola assistito. Manca il tempo del consolidamento”.

Faccia un esempio

“Se spiego l’aggettivo qualificativo, quanto tempo ho per far fare degli esercizi ai bambini?”

Lo dica lei

“Pochissimo. Perché le discipline sono tante e quindi non c’è il tempo di fare i compiti a scuola. Il consolidamento non si riesce a fare. E il giorno dopo si va avanti senza che il bambino abbia consolidato nulla”.

Lei dice che il tempo pieno non prevede compiti a casa. In realtà sono tante le famiglie che denunciano come i bambini del tempo pieno quando tornano a casa devono riprendere a studiare…

“L’unica deroga a questo fatto che non si diano i compiti è che si diano a partire dalla terza classe e solo per le discipline orali. Ma poi manca l’esercizio sulla scrittura, l’analisi grammaticale, l’analisi logica logica. Finisce che i bambini arrivino al venerdì stremati. Otto ore sono tantissime. Ogni insegnante che entra fa le sue lezioni, come alle medie. Dopo di che quello che il bambino riesce ad apprendere è tutto il suo bagaglio, cioè quello che riesce a ritenere. Faccio un esempio. Il bambino che ha difficoltà ortografiche – l’italiano è una lingua complessa – necessita di consolidamento. Ma il consolidamento non c’è e allora il bambino si porta fino alla quinta gravi errori di ortografia: le acca, le doppie, l’accento, l’apostrofo, i suoni difficili, i digrammi… Non c’è tempo di consolidare, andrebbe fatto quotidianamente e in modo continuativo”.

Questo accade immagino anche con la matematica…

“Questo accade anche con matematica: tutto l’esercizio sui numeri e sulle operazioni, sulla geometria. Non c’è il tempo di velocizzare le operazioni, è un allenamento mancante. Mettiamoci anche che spesso non si può chiedere di imparare le tabelline, ci si prova con difficoltà perché i bambini sono stanchi. Questo porta a non sviluppare quelle abilità di base su cui poggia il resto del sapere”.

Nulla da salvare?

“Non è il tempo pieno vada male per tutti ma ci dovrebbero andare un certo tipo di bambini, bambini che sono pronti, con una buona capacità di comprensione e di memorizzazione. Soprattutto, il tempo pieno è deleterio per i bambini con dsa o lenti o con problemi di memorizzazione che necessitino di tempi lunghi di esercizio. Al tempo pieno dovrebbero andare i bambini dotati, in modo da ottimizzare il tempo che fanno a scuola, e che non necessitano di consolidamento. Invece l’utenza del tempo pieno è variegata e questo porta all’uscita dalle classi quinte di bambini non preparati, inadatti ad affrontare la scuola media, che non hanno imparato un metodo di studio, che a volte leggono con difficoltà, impegnati in prima media nella decodifica dello scritto e che quindi non riescono a studiare. Si crea uno svantaggio generalizzato per tutti i bambini che non sono adatti a seguire questo tipo di scuola.

Lo svantaggio sarà recuperabile?

“Questo svantaggio non si recupera più. Saranno bambini che faranno con difficoltà la scuola media e che rischiano di perdersi alle superiori”.

E i genitori cosa ne pensano? Conoscono questi aspetti della scuola a tempo pieno?

“Ci sono genitori che se ne accorgono e chiedono il passaggio al tempo antimeridiano, ma sono le mamme che hanno tempo. In questo caso i bambini fanno 27 ore settimanali, ci sono i compiti ogni giorno, che non devono essere tantissimi, ma quotidiani e continuativi. L’esercizio costante porta a padroneggiare le abilità di base, leggere e scrivere senza errori, comprendere un testo scritto. Memorizzare un argomento di studio, esercitarsi nella riesposizione orale. E quindi sviluppare un lessico adeguato, una capacità di porsi a livello orale e farsi capire. Questo diventa un modello adatto a tutti, anche a un bambino con delle problematiche di vario tipo”.

Insisto. Il tempo pieno avrà pure delle qualità…

“Il tempo pieno è adatto per bambini che hanno una mente pronta e capacità proprie individuali di affrontare le conoscenze. Si corre come treni perché il materiale è tantissimo. Ogni anno assistiamo a un aumento e a un costante approfondimento degli argomenti. La scuola primaria si sta secondarizzando”.

La scuola primaria sta diventando una scuola media, sembra di capire. Ma come mai succede questo?

“Forse si vorrebbe far arrivare i bambini più preparati alla scuola media ma non rispettando i tempi dello sviluppo cognitivo e quindi diventa un fallimento. Si vorrebbero bruciare le tappe. Si vorrebbe che i bambini fossero dei vasi da riempire. Ma esiste un tempo che è necessario per la sedimentazione delle informazioni e la necessità di dare spazi e tempi adeguati a tutti nel rispetto delle tappe dello sviluppo cognitivo. Eppure ci potrebbe essere un modello di tempo pieno virtuoso nel quale le lezioni terminano alle 13 per tutti e dove al pomeriggio c’è lo studio autonomo assistito, con l’insegnante in classe che aiuta i bambini nello studio e nel lavoro laboratoriale, che quindi non propone nuovi argomenti ma consolida ciò che si è fatto al mattino”.

Si potrebbe fare. O no?

“Per farlo si dovrebbe tornare indietro di qualche che anno, sfrondando le proposte didattiche che attualmente sono eccessive, ridondanti, fuori dalla portata dei più piccoli e tornare al consolidamento delle abilità di base”.

Nessuno fa nulla?

“Il focus è sulla scuola media e superiore. Arrivati lì, ci si chiede: cos’è che non va? Non si guarda al ciclo precedente, dove nascono realmente i problemi. Se un bambino esce dalla scuola primaria con una lettura stentata, con un’incapacità di esprimersi correttamente, con un metodo di studio che non è stato dato, non recupera nella scuola media, E nella scuola superiore continuerà ad arrancare, e spesso lì si ricorre alle certificazioni. E così, ragazzini sanissimi, che hanno ricevuto un insegnamento con scelte metodologiche completamente sbagliate diventano bambini da certificare e questo porta al proliferare di certificazioni, ad abbassare il livello delle classi, poiché quando in classe ci sono cinque certificazioni, dietro l’alibi dell’inclusione si abbassa il livello dell’intero gruppo classe. Questo porta infine a una penalizzazione fortissima della possibilità di raggiungere gli obiettivi”.

Non si potrebbe evitare di correre, e provare semplificare?

“Sì, questa sarebbe la chiave giusta. Occorrerebbe semplificare, sfrondare i programmi, tornare all’essenziale”.

Faccia un esempio anche su questo aspetto

“Per esempio occorrerebbe tornare a dei contenuti nelle discipline orali che fossero alla portata di bambini piccoli. Non è necessario sapere cos’è il paleobiologo, ma essere capaci di orientarsi su una linea del tempo. Inoltre, si pensi alla matematica: se ne fa troppa ormai il programma della prima media è sceso in quinta o un po’ in quarta primaria. Non si capisce che il bambino ha bisogno di schemi di riferimento, si richiede una comprensione a un’età in cui non è in grado di comprendere tutto, la comprensione piena può avvenire più tardi. E occorrerebbe limitare l’orario di lezione all’antimeridiano entro le 13 e dare l’opportunità ai bambini di studiare autonomamente e fare i compiti al pomeriggio”.

Ma un tempo si faceva così. O mi sbaglio?

“Non si sbaglia. Fino agli anni ‘80 era così, poi hanno voluto cambiare. Già nel 1991 si è passati alla scuola dei moduli. Ed è stato il primo shock, dopo una successione di riforme, che ha reso la scuola primaria confusa, inefficace, incapace di dare basi. L’attacco è su tutta la linea. Sicuramente la riforma Gelmini, che all’epoca fu attaccata pesantemente, è stata l’unica che riproponendo l’insegnante unico ha dato l’opportunità di ripresentare un modello del passato efficace perché il bambino piccolo 6-11 ha bisogno di un punto di riferimento fermo, non è in grado di seguire stili di insegnamento diversi, discordanti, che creano situazioni di confusione e di incertezza. Le differenze sono abissali.

Intanto c’è l’opportunità dell’unitarietà dell’insegnamento: far capire al bambino che la conoscenza è unica, si può sfaccettare sul piano scientifico, artistico, umanistico ma resta unica e dello stesso fenomeno si riescono a cogliere diversi aspetti. Se ad esempio sto spiegando un argomento di italiano, il discorso può coinvolgere altri argomenti anche attraverso un semplice testo o una lettura: posso proporre un testo di italiano dove ci servono conoscenze di tipo storico o scientifico e così diventa una conoscenza unica, necessaria per la fascia in cui andiamo a lavorare. La conoscenza non va segmentata, perché il bambino non deve fare il matematico o lo storico, il bambino deve avere una idea generale della conoscenza. Ci sarà tempo, alla media di primo e secondo grado, per gli approfondimenti: la scuola della specializzazione e della parcellizzazione delle conoscenze non è la scuola primaria”.

Maestra Silvia, nel frattempo come li difendiamo questi bambini?

“Con la formazione vasta e approfondita degli insegnanti, intanto dal punto di vista culturale e poi dal punto di vista tecnico e didattico”.

Nota scarsa formazione nei docenti?

“Io sono tutor di ragazze che vengono dall’università. Il livello culturale è basso. Le metodologie apprese all’università sono sbagliate. Mi deve credere: sono completamente sbagliate”.

Perché sbagliate?

“Perché non rispettano i tempi di apprendimento dei bambini. Provengono da ambienti accademici in cui il bambino è un’entità astratta, non lo si studia come è nella realtà, e non ci si cura di fare esperienza dei tempi e delle modalità di apprendimento dei bambini. La modalità di apprendimento dei bambini è immersiva, deve esserlo, il bambino apprende se l’insegnante è affabulatore, se è attore, se riesce a narrargli la conoscenza come se fosse una fiaba. Se lo tratto come un liceale il bambino non apprende”.

C’è da dire che anche i libri della primaria spesso non scherzano…

“Sono inquietanti. L’editoria scolastica per la scuola primaria propone tantissimi testi, ogni disciplina è a sé e il materiale di studio è vasto, troppo vasto, non alla portata dei bambini. Non è un lessico adatto ai più piccoli, non sono argomenti alla portata della comprensione dei più piccoli e quindi il lavoro è tanto e inefficace”.

Servirebbe una rivoluzione. Se fosse praticabile come dovrebbe essere?

“La rivoluzione sarebbe far lavorare i nuovi insegnanti per un periodo lungo, ad esempio due anni, far fare osservazione in classi con insegnanti che hanno lunga esperienza e che hanno in mano il mestiere. Recuperando le metodologie del passato che davano risultati si potrebbe invertire la tendenza. I neoimmessi in ruolo dovrebbero fare un lungo periodo di osservazione”.

Si dà la colpa alle tecnologie e invece si trascura la scarsa formazione dei docenti. E’ così?

“E’ difficile far capire che quello che hai studiato non va bene. Capisco l’atteggiamento di chi ha studiato tanto e poi capisce che il suo insegnamento si rivela inefficace. Ma è difficile mettersi in discussione. Diciamo che la colpa è del tablet, del videogioco, ma non è quello. Il bambino è sempre lo stesso. Se però noi sbagliamo e gli diamo degli input che non arrivano, poi ci dobbiamo tutelare dal nostro fallimento e ce la prendiamo con le famiglie sfasciate e con la tecnologia. Però con quegli stessi bambini che trascorrono il tempo su Tik Tok, se tu trovi la metodologia giusta, il risultato arriva, è garantito. Ma la metodologia non può essere quella dell’imbuto perché non ci sono i tempi di recepire nozioni sganciate dal percorso esperienziale del bambino”.

Sullo sfondo c’è il ruolo dei dirigenti scolastici, chiamati a sostenere l’efficacia dell’attività didattica

“Non invidio i dirigenti scolastici. Le famiglie sono continuamente inviate in visita anche quando il bambino è sano. La famiglia è cosciente che è la metodologia ad essere sbagliata e così il dirigente scolastico si trova tra l’incudine e il martello, cioè tra l’utenza e la scuola, ed è un corto circuito in cui vanno di mezzo i bambini”.

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