Il teatro dell’assurdo di un concorso pubblico in Italia per assunzioni in ruolo insegnanti. Lettera

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inviata da Nicoletta Petrotto Waiting for… Guerra! Questa la parola utilizzata per sbloccare la prova concorsuale per la classe di concorso AB 24 il pomeriggio di giorno 16 marzo. –        Iniziamo bene!- Penso.

Mi presento con il mio bagaglio culturale da giovane docente, pochi anni di esperienza alle spalle ma tanta passione. Mi ripeto che lo studio per questo concorso è stata un’occasione per rispolverare la mia amata letteratura inglese, la storia di un Paese che mi ha sempre affascinata. Il sogno di trasmettere quanto brilla nei miei occhi mi ha dato la forza di andare avanti e di affrontare qualsiasi sfida con la giusta carica di ottimismo. Anche questa andrà bene! – Mi ripeto.

Ed eccomi qui, pronta, mentre celti, romani, anglosassoni, re Henry II, la grande Elizabeh I, la regina Vittoria cercano di farsi spazio tra i meandri della mia mente, Blake invoca the lamb, mantenendo vivo il fuoco della tyger che c’è in me, un flusso interminabile di parole viene liberato da Joyce e dalla mia amata Woolf.

La prova inizia: 100 minuti a disposizione, 50 domande a risposta multipla.
–        Attenta! qui si parla di CEFR! – urla la folla mista di personaggi storici e letterari dentro di me.
–        Va be’ ma sono le prime domande! ci sarà spazio anche per voi!

Levels, sub levels. CEFR CEFR…CEFR everywhere!

Per chi non lo sapesse il CEFR (Common European Framework of Reference for Languages, in italiano Quadro Comune Europeo di Riferimento per la conoscenza delle Lingue) è un sistema descrittivo che serve per valutare le abilità conseguite da chi studia una lingua straniera. Un modello che viene condiviso da tutti i paesi d’Europa, applicabile alla valutazione del livello di qualsiasi lingua parlata e/o appresa nella nostra parte di mondo civilizzato. Un manuale, potremmo dire, da consultare per poter esprimere una valutazione quanto più corretta possibile.

Non avrei nulla, o quasi nulla, da contestare, se non fosse stato chiesto a noi, aspiranti docenti, di conoscere a memoria tutti i vari livelli, i vari sottolivelli, con annesse sfumature che, così come chiarito dallo stesso CEFR, molto spesso sono del tutto opinabili, soggette all’influenza del contesto di applicazione, nonché di studio, di una lingua straniera.

Uno strumento tecnico, che poco si presta ad un ambiente scolastico; infatti viene utilizzato principalmente da enti privati accreditati dal MIUR per il rilascio di certificazioni linguistiche.

Alla quindicesima domanda sul CEFR i nomi di Defoe, Byron, Shelley, Dickens, Gaskell, Lewis Carrol, Thomas More, Eliot, Beckett, insieme a tanti altri, iniziano a farsi minuscoli nella mia mente.

–        Mi spiace ragazzi, qui non c’è spazio per voi!

La mia mente si svuota di tutti i sogni e le fantasie letterarie riscoperti le settimane precedenti. Ciò che rimane sono loro: levels and sublevels, lettere e numeri privati di qualsiasi significato; significanti aridi, astratti e disumanizzanti.

La lingua è importante! La letteratura sembra non interessare a nessuno, nemmeno al MIUR! Uno spazio marginale, una media di cinque domande su cinquanta, sono state riservate a chi questa lingua l’ha voluta, l’ha costruita, modellata, plasmata secondo i canoni della propria epoca. In ogni lingua risuonano echi di rivoluzioni, tragedie, drammi, balli, guerre di secessione, indipendenza, sapientemente raccontati e descritti dalle parole di tali artisti. La lingua, grazie a loro, ha assunto una sua identità, che evidentemente non interessa, non deve interessare.

Sarebbe come se da domani si decidesse di studiare le opere di Van Gogh, Manet, Renoir, Caravaggio, Schiele, Degas senza avere la minima idea di chi fossero.

Secondo il MIUR ciò che conta non è la mano che si cela dietro al pennello, basta osservare la tela nella sua astrattezza e atemporalità.

Quindi, secondo quest’ottica, non serve più chiedersi, interrogarsi sulle intenzioni, sulle motivazioni che hanno portato a determinate scelte.

Ciò che conta è la tela, ciò che conta è la lingua!

Mi sento inerme di fronte a tutto questo!

Alle domande sul CEFR si alternano quelle sulle metodologie. Le metodologie didattiche, quanto sono importanti! Peccato che in pagine e pagine di sigle e definizioni nessuno parli di quelle scuole di provincia abbandonate e dimenticate dal Ministero della Verità di orwelliana memoria, più che dell’Istruzione.

Lo studente al centro del processo di apprendimento, la lezione tradizionale che viene sostituita da attività collaborative, esperienze, dibattiti.

Questa sembra essere la chiave di lettura delle innovative metodologie proposte, ciò che ne emerge è un concetto di scuola ideale. Chi non ha mai insegnato, dopo aver studiato un’interessantissima sfilza di nomi e strategie di insegnamento, potrebbe concludere affermando che la scuola sia il migliore dei mondi possibili!

L’esperienza di classi difficili da gestire ci insegna che esiste un abisso tra la teoria e l’applicazione di una regola.  Non esiste una soluzione unica, a volte non esiste nemmeno una soluzione, ce la si deve inventare!

Nella realtà esistono docenti alle prime esperienze buttati nella mischia di classi in cui la figura del docente risulta totalmente privata del suo ruolo.  Si prova ad applicare le teorie di Krashen, perché questo ci hanno insegnato! Nessuno ci insegna l’empatia, nessuno ci insegna ad essere duri e cattivi, quando serve, nessuno ci consiglia di adottare un linguaggio più schietto e poco formale, per cercare una connessione con i nostri alunni, perché è quello il linguaggio che alcuni studenti, di queste scuole dimenticate di tante province italiane, conoscono! E sapete, funziona più delle teorie di Krashen!

Cerco di trovare un senso ad un concorso che attendevo da anni, ma non ci riesco.

Nel frattempo penso ai miei alunni che mi staranno aspettando, incrociando le dita per questo esame che, dai miei occhi, avevano capito quanto per me fosse importante.

Passano quegli interminabili 100 minuti e la mia mente è libera, libera da concetti astrusi che non ho scelto, che non mi rappresentano, che non avrei mai voluto affrontare.

Ripongo in un antro della mia memoria tutti i miei amici scrittori, le mie amiche scrittrici ed il sogno di poter trasmettere l’amore per la letteratura, sfogliando assieme ai miei alunni le pagine ingiallite dei miei libri. Di certo non li butterò via, continuerò a trasmettere, da precaria, l’amore per il sapere, per la letteratura, per le lingue straniere, per la vita!

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