Il sistema italiano è più “pesante” di quello finlandese perché ancora prova a offrire agli studenti una visione storicistica e contenutistica del mondo. Lettera

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Inviata da Germana Cubeta –  La decisione della madre finlandese di lasciare l’Italia perché non ritiene che il sistema d’istruzione sia adeguato per i suoi figli sta facendo discutere e, come spesso succede in questi casi, ha diviso il Paese in due.

Ho letto con dispiacere che alcuni italiani si sono scagliati contro il nostro sistema scolastico, sostenendo a spada tratta quanto osservato dalla signora. Ho anche letto alcuni commenti che mettevano in discussione la preparazione offerta dalla scuola italiana, soprattutto per quanto riguarda le lingue straniere. Lavoro in questo settore da venticinque anni e non ritengo accettabile permettere che una breve esperienza personale, come quella della signora finlandese, possa gettare discredito sull’intero sistema e sulla categoria degli insegnanti. Vorrei esprimere il mio parere, non per alimentare la polemica in corso, ma perché mi sembra ingiusto denigrare uno dei sistemi d’istruzione più antichi e complessi del mondo.

Comprendo che la scuola finlandese, al momento, sia considerata una delle più innovative per aver scardinato la tradizionale suddivisione dei saperi, per la sua visione libera dei tempi e ritmi di apprendimento e per avere saputo offrire degli spazi comodi e rilassanti. Tuttavia, in questa architettura così attraente, a mio avviso, manca proprio quello che in Italia è ancora
considerato un punto di eccellenza, ovvero la complessità dei saperi e l’approfondimento dei contenuti.

Noto con rammarico che in qualsiasi settore la forma si sta imponendo a vantaggio del contenuto, ma ritengo inaccettabile, per il bene delle future generazioni, che questo avvenga anche nel sistema d’istruzione.

La scuola, oltre ad essere un luogo accogliente, non dovrebbe mai perdere di vista il suo ruolo principe che, anche se mi sembra ovvio da evidenziare, è quello di trasmettere cultura e conoscenza.

Mi dispiace che l’opinione pubblica non si renda conto che per apprendere in modo approfondito siano necessari impegno, fatica e sacrificio e che non basti un bel contenitore per fare la differenza. Prova ne è che la maggior parte degli studenti italiani, che negli anni hanno avuto l’opportunità di confrontarsi con i sistemi esteri grazie a progetti di scambio come l’Erasmus, hanno sempre registrato risultati eccellenti. Di contro, non mi stupisce che gli studenti stranieri nel
nostro Paese possano trovare il sistema difficile e rimangano sopraffatti dal carico didattico.
Studiare non è mai stata un’attività semplice e non penso che lo sarà mai. Un insegnante non può limitarsi a intrattenere in modo ludico gli studenti perché ciò contribuirebbe ad alimentare le derive di una società sempre più fluida che sta creando confusione e incertezza.

Acquisire delle abilità richiede tempo e concentrazione, tuttavia nella società odierna si tende sempre più a evitare qualsiasi forma di stress a favore di un benessere che rischia però di essere effimero. Il concetto di scuola inclusiva, infatti, non può essere inteso come una semplificazione perversa che porta a un abbassamento delle conoscenze e delle competenze.

Sono indignata con chi si è scagliato, in modo acritico, contro il sistema perché, pur vivendo in una società globalizzata, ogni realtà territoriale, anche all’interno dello stesso Paese, è diversa.
Ma soprattutto, non riesco proprio a comprendere il punto di vista di coloro che attaccano la complessità. È vero che a differenza delle scuole finlandesi quelle italiane presentano problemi strutturali e, talvolta, non offrono degli spazi di apprendimento ameni, ma sono convinta che il suo tentativo di resistere agli attacchi di chi pensa di sostituire il contenuto con la forma sia ammirevole e non possa essere messo in discussione da chi critica qualcosa che non riesce del tutto a comprendere. Il sistema italiano è più “pesante” di quello finlandese perché ancora prova a offrire agli studenti una visione storicistica e contenutistica del mondo. I docenti italiani hanno un’ampia formazione umanistica e la mettono a servizio degli studenti in un’ottica di continuità e di significato.

Per quanto riguarda i commenti sulla scarsa capacità della scuola italiana di insegnare le lingue straniere, mi sembra giusto ricordare che, in Finlandia, l’inglese si apprende non solo a scuola ma anche in contesti informali, che spaziano dai programmi televisivi, che non sono doppiati, ai settori lavorativi e ricreativi.

Pertanto, non mi stupisce che le opportunità degli studenti finlandesi di essere esposti alla lingua inglese sia maggiore di quella italiana. Vorrei precisare, anche in questo caso, che lo studio dell’inglese in Italia prevede un approfondimento grammaticale, logico e sintattico che, senza esprimere giudizi di merito, non avviene in altri Paesi.

Mi sembra di aver letto che la signora finlandese oggetto di questa polemica sia un architetto, proprio per questo è bene ricordare che la buona riuscita di un progetto si può apprezzare a lavoro completato e non in itinere.

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