Il senso della valutazione. Lettera

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inviata da Candida Zambito Marsala – Viviamo in un tempo paradossale: un decreto del Presidente del Consiglio ci impone di rimanere chiusi in casa per evitare il contagio da Covid-19, le strutture ospedaliere hanno cancellato o rinviato tutti gli interventi non considerati “salvavita” sine die, medici e infermieri sono sottoposti a turni massacranti,  molti di noi sono in cassa integrazione o non stanno guadagnando nulla, abbiamo dovuto sforare il deficit e chiudere le frontiere …. direi che così basti per farsi venire una tachicardia da stress.

Invece noi insegnanti continuiamo a lavorare e a credere che dopo la tempesta, la macchina ripartirà meglio di prima. Così ci affanniamo a seguire i nostri alunni in videoconferenza, a monitorare i loro apprendimenti, ad affiancarli anche in questa difficoltà.

Molti di noi hanno (finalmente, oserei dire) imparato a usare il computer, a condividere i materiali sulle piattaforme, a usare degnamente il registro elettronico, a caricare video esplicativi. Ci affanniamo a spiegare Cesare, la quinta declinazione, i verbi ausiliari o il teorema di Pitagora e l’elettricità. Perché? Perché siamo fermamente convinti che la vita andrà avanti e che se la scuola riuscirà a superare quest’altra sfida, forse, nonostante le critiche e le fatiche, avrà dimostrato agli studenti che le difficoltà si superano, se si cercano e si trovano sistemi di comunicazione e di lavoro alternativi, e che, quando tutto sembra perduto, forse c’è ancora una strada da percorrere a cui non avevamo pensato.

Non mi soffermo sulle difficoltà della scuola italiana, le conosciamo fin troppo bene. Non è questo il momento delle polemiche, attrezziamoci come meglio possiamo e lavoriamo.

In questi giorni tra i miei colleghi ho riscontrato una solidarietà mai vista prima: cerchiamo di risolvere i problemi, facendo squadra come mai c’era capitato, ognuno secondo le proprie possibilità e conoscenze. Le chat dei consigli di classe sono bollenti, le videoconferenze impazzano, i video tutorial si moltiplicano. Ma ci manca drammaticamente un pezzo. Ho osservato molti di noi (me per prima) spersi: come si fa a spiegare un argomento, senza vedere i nostri alunni, senza agganciare il loro sguardo, unico chiaro segno rivelatore della loro attenzione e del loro interesse?
Altro punto: ai colleghi preoccupati della valutazione, rispondo: non mi ha mai preoccupato la valutazione, mi sono sempre arrovellata sul modo di accompagnare i miei studenti nel percorso di apprendimento, mi sono sempre chiesta come far superare loro la “sofferenza” insita nell’imparare. Che siano svogliati o solerti, i nostri studenti faticano: faticano a stare attenti, a memorizzare, a superare decine di test, certificazioni, esami, interrogazioni, ma soprattutto faticano a entusiasmarsi, a trovare mordente e motivazione. Io credo che questo tempo paradossale ci debba insegnare che non è importante valutare, ma accompagnare. Mia figlia di quindici anni ieri mi diceva: dovremmo tornare al termine latino comes, riscoprire il ruolo della guida e del compagno di viaggio.

La sua osservazione mi ha folgorata, perché ho capito che mi stava suggerendo la strada. Ascoltiamoli, i nostri ragazzi propongono se gliene diamo la possibilità, dimostrando di aver colto la lezione dei classici molto meglio di noi.

Dobbiamo chiederci: chi stiamo accompagnando e verso dove? Al tempo del coronavirus ha ancora senso imporre interrogazioni o compiti in classe? O forse, essendo cambiata la didattica, anche la valutazione che dovrebbe esserne l’epilogo, dovrebbe mutare? Ho sentito alcuni colleghi dire “dobbiamo cercare modi per evitare che copino, dobbiamo monitorare e controllare”, colleghi che insegnano lettere e che hanno studiato i classici bloccati dalla domanda “Come li interrogo?”.

A questi colleghi rispondo: molti nostri studenti hanno famigliari in ospedale, genitori che non guadagnano, sono senza computer e si collegano dal telefono.

Eppure ci seguono. Dimostrano di essere responsabili: ieri nella mia videoconferenza volontaria per ripassare i verbi, erano in 15 su 21: un successo! Un mio studente, nei saluti finali, mi ha confessato: “Ieri pomeriggio, mi sono talmente annoiato, che alla fine dopo 5 episodi consecutivi della mia serie preferita, ho preso il libro che ci ha consigliato e ho letto. Non è poi così male”.

Quando un ragazzo segue le mie videoconferenze dal cellulare e scrive i testi
che gli assegno e corregge ciò che gli sottolineo, non ha già dimostrato: 1. che sta usando correttamente la tecnologia; 2. che ci sta provando, anche se il suo mondo per il momento non esiste più. Questi sono gli obiettivi veramente raggiunti: la lettura come piacere, la voglia di capire insieme, il desiderio di chiedere se non ho capito. Noi, che fino a ieri li abbiamo dipinti come passivi, forse dovremmo ricrederci sui nostri alunni.

Anche se, nella redazione del testo, sono stati aiutati da qualcuno: ben venga!

Ci lamentiamo di famiglie poco presenti, se, ora, collaborano con i loro figli per il successo scolastico, direi che non possiamo che esserne felici. E poi: dobbiamo incentivare la creazione di reti di solidarietà. Io ho imparato a scrivere, perché mio padre mi ha sempre corretto i temi, mi ha sempre supportato, perché i miei alunni non dovrebbero fare lo stesso? Se affrontano una verifica aiutandosi, urlo: finalmente! In queste classi così individualiste, in cui l’ambizione sfrenata si sostituisce al dialogo, finalmente ci si aiuta per raggiungere un obiettivo comune. Inventiamoci altri modi di valutare: un mio collega del liceo fa comporre agli studenti i book trailer dei libri che leggono e tutte le volte ottiene risultati strepitosi.

Mi sono interrogata a lungo sul senso della consegna “Rifletti su …”. I nostri
alunni non hanno il tempo di riflettere: i più hanno il calcio, lo sci, i compiti in classe, la partita di fornite online, noi che li invitiamo a correre per seguire un programma che neanche esiste più, il tempo che non c’è. Questa emergenza ci offre il tempo di riflettere: scrivere su un argomento, rivedere, correggere. Se i nostri ragazzi imparassero a usare le enormi potenzialità di internet, per confrontare e rielaborare, guadagnerebbero in espressione della lingua e in competenza. Non sono questi gli obiettivi della competenza digitale che anche l’UE ci propone? Se poi sanno due capitoli di storia in meno, mi viene da chiedere: in questo momento, è davvero un problema?
Per la scuola, questo è il tempo della riflessione. Potrebbe essere il momento di svecchiare, oltre che la pratica didattica, anche la valutazione, soprattutto dato che siamo in pandemia. Perché, purtroppo, di Coronavirus si muore e chiedere ai miei studenti di fare il compito in classe, io, proprio non me la sento.

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