Il rientro a settembre non sarà semplice. Qualche difficoltà in meno e molti vantaggi con la didattica mista

di Gianfranco Scialpi

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Il rientro a settembre, sembra certo. La condizione è che il virus non riprenda la sua attività di contagio significativo. Nel primo ciclo l’operazione di ripartenza non è semplice. Qualche difficoltà in meno con la modalità blended (diversa dalla Dad) e solo opportunità di un ampliamento formativo.

Il rientro a settembre non sarà un’operazione semplice

Il rientro a settembre sarà certo, anzi probabile. Tutto dipenderà dalla situazione epidemiologica. La situazione d’incertezza è confermata dalla proposizione dei tre scenari ipotizzati dalla Ministra Azzolina: ” il migliore è tornare nella massima normalità come la conosciamo da sempre. Oppure può essere che il coronavirus ci sia ma che non sia aggressivo, allora in quel caso il ritorno in classe sarà a piccoli gruppi: possiamo prevedere allora una metà in presenza e una metà a distanza. La terza è di un coronavirus molto aggressivo, è quella che nessuno si augura”.
Ragioniamo sul secondo scenario limitatamente al primo ciclo. Dal punto di vista organizzativo non sarà semplice. A grandi linee conosciamo molto: piccoli gruppi, entrate e uscite scaglionate, utilizzo di spazi interni e strutture presenti nel territorio…
Purtroppo gli annunci devono fare i conti con la realtà non quella immaginata, ma reale. Un sondaggio pubblicato dalla Cisl-scuola presenta un quadro non incoraggiante, evidenziando le grandi difficoltà che nei mesi estivi dovranno affrontare le scuole insieme con gli enti locali per garantire una ripartenza sicura ed efficiente. Si legge sul sito del sindacato: “Da quanto ci dicono le 3.500 risposte a un nostro questionario – afferma la segretaria generale CISL Scuola – la capienza delle nostre aule consente di ospitare in sicurezza, cioè applicando i criteri di distanziamento fra i banchi, meno di dieci alunni nel 32% dei casi, e un numero compreso tra 10 e 15 nel 52,8%. Solo una minima percentuale delle aule ne potrebbe accogliere un numero maggiore”. Da qui la necessità, spesso indicata come possibile soluzione, di poter utilizzare spazi alternativi alle aule, all’aperto o al chiuso. Ma anche in questo caso le chance non sembrano molte: “La possibilità di utilizzare spazi esterni alternativi all’aula è limitata a meno della metà delle nostre scuole (48%), un quinto della quali non ha questa possibilità (21,5%), o la può avere solo per una minima parte dei propri edifici (30,48%). Se poi si pensasse di rimodulare ad uso aula spazi di diversa destinazione, le cose non andrebbero meglio: impossibile farlo con le mense nel 75% dei casi, va un po’ meglio per le palestre, laddove ci sono, ma la praticabilità di questa soluzione non arriva al 40%. A disporre di spazi ampi come aula magna o teatro, è solo il 26% delle scuole.
Per quanto riguarda le strutture, e a prescindere dallo stato degli edifici, emerge che quasi il 20% degli stessi non ha la possibilità di utilizzare in modo distinto varchi per l’ingresso e l’uscita”. 

Il problema degli over 55 e delle classi pollaio

Altro problema è l’età dei docenti. Si legge su Orizzontescuola.it:”Nella scuola ci sono più di 171 mila docenti su 730 mila che hanno superato i 60 anni: è personale a rischio e quindi siamo preoccupati che non ci siano ulteriori rischi di alimentare un contagio di ritorno a settembre. E’ auspicabile che l’Amministrazione, in questi casi dià la possibilità a questi docenti di poter richiedere l’inidoneità temporanea al servizio per motivi sanitari.
A questo occorre aggiungere che gli Usr, che non hanno funzioni di cambiare la norma, ma solo di amministrarla, hanno formato nuove classi pollaio (a.s. 2020-21) fino a 34 studenti, derivate anche dall’accorpamento di due gruppi già esistenti. La conferma delle classi pollaio, indubbiamente complica l’operazione della suddivisione in piccoli gruppi.
Ovviamente il numero delle risorse, limitatamente al problema del sovraffollamento delle classi, non sarà circoscritto a poche migliaia. Recentemente ha dichiarato il vicesegretario del sindacato ANIEF: “servirebbero almeno 120mila docenti in più e solo così potremmo dire di aver risolto in tutta Italia il problema delle classi pollaio tanto sentito dall’attuale ministro dell’istruzione”

A settembre rischio di grande disorganizzazione

Moltissimi docenti hanno espresso la loro contrarietà a proseguire anche per il prossimo anno con la didattica a distanza. Sicuramente sarà così per la secondaria di secondo grado. Almeno questa è l’intenzione del governo. Per il primo ciclo si intende invece ripartire con la didattica in presenza.
Il rischio è arrivare a settembre non sapendo cosa fare, in una condizione di grande disorganizzazione. Da Ravenna arriva la prima conferma di una sofferenza legata al personale scolastico, che potrà riguardare altre realtà locali nel reperire anche  risorse e strutture.
Si legge sul portale del Corriere Romagna: ” Siamo molto preoccupati – commenta la segretaria generale provinciale della Flc Cgil, Marcella D’Angelo – i numeri che ci hanno consegnato dall’Ufficio scolastico, non assicurano condizioni di sicurezza per l’avvio del prossimo anno scolastico. L’organico che è stato concesso alla nostra provincia dal Ministero è infatti quasi identico a quello dell’anno in corso, quindi in una situazione pre-covid. E se è stato al limite del sufficiente per l’anno scolastico attuale, diventa drammaticamente inadeguato per il prossimo. Con questi numeri, la sicurezza e il distanziamento sono un’utopia. Non tenendo conto degli alunni bocciati, avremo dei casi limite per sovraffollamento delle aule sin dalla scuola primaria per finire alle secondarie di secondo grado.”

La soluzione che può ridurre la complessità organizzativa si chiama didattica mista

Occorrerà rientrare a scuola. La ripresa delle lezioni sarà un imperativo categorico e forse rappresenterà il segnale più importante di un ritorno a una  normalità che non potrà essere quella antecedente a  fine febbraio-inizio marzo, in quanto occorrerà imparare a convivere con il Covid-19, fino a quando non sarà disponibile un vaccino.
Quindi l’attenzione non potrà essere concentrata solo sul rientro, bensì dovrà porre attenzione anche alle condizioni sulla sicurezza e alle soluzioni migliori per evitare un sistema allo sbando, in balia della disorganizzazione.
A mio parere una soluzione per la scuola del primo ciclo sarà rappresentata dalla didattica mista o modalità blended (diversa dalla Dad). La soluzione ha dei vantaggi didattici, ma anche organizzativi: riduzione delle ore in presenza, quindi meno pressione sulla scuola fisica, declinata in un minore impegno a reperire differenti spazi  e strutture.
Concentriamoci, però su tanti benefici della pratica didattica nel virtuale e come questa può migliorare la qualità del processo di insegnamento Una seria riflessione però necessita di ricerche scientifiche. Al momento l’unica che si conosce è “Emotion Revolution: Emozioni e Didattica a Distanza durante l’emergenza Covid-19″, condotta da Microsoft Italia con il contributo di PerLAB e Wattajob, dove ovviamente sono esaltati gli aspetti positivi. E’ auspicabile che a breve venga prodotta una ricerca da enti o società non coinvolti direttamente nel digitale e che metta in evidenza i contributi alla formazione (sicuramente ci sono stati) e i problemi.

Tanti rilievi critici sulla Dad

In attesa di questa ricerca è possibile individuare alcuni problemi che hanno messo in evidenza alcune criticità difficilmente confutabili. Mi riferisco ai problemi di tenuta della Rete e in particolare del calo di velocità di connessione in ambito domestico. A questo occorre aggiungere la tipologia di connessione e la disponibilità di dispositivi non sempre adeguati e le insufficienti conoscenze tecnico-informatiche degli studenti o delle famiglie.
Senza dimenticare l’eccessiva intermediazione dei genitori che hanno reso, soprattutto gli alunni della scuola primaria, meno autonomi nel processo di insegnamento/apprendimento. Conclude questa rassegna la critica che ha riguardato la relazione inevitabilmente diversa da quella fisica. Quest’ultima indubbiamente riveste un’importanza assoluta soprattutto per i bambini della scuola dell’infanzia e della primaria.
Ovviamente dove la Dad ha visto la migrazione dell’intera classe nel virtuale in modalità di lavoro sincrono (classe pollaio online), favorita anche da alcuni “ambienti” (Meet, Zoom, Skype) senza organizzare gli incontri in piccoli gruppi, tutti i problemi didattici, legati anche alla personalizzazione e di relazione si sono ampliati.

Molti però sono i vantaggi di un ampliamento nel virtuale del processo di insegnamento/apprendimento

Altri rilievi necessitano di un approfondimento. Nessuno intende ripartire solamente con la Dad. La soluzione ha rappresentato la migliore risposta che l’istituzione poteva dare in una situazione d’emergenza. Non si è potuti attingere a un patrimonio pregresso, quindi si è proceduto provando, scartando, individuando e combinando tra loro soluzioni metodologiche e operative ritenute più efficaci.
Il digitale è e rimane uno strumento neutro (stesso discorso per la didattica in presenza), non richiama ipso facto un approccio o una metodologia specifica, Può essere usato quasi passivamente (un esempio le Lim, intese come videoproiezione di contenuti presi da Youtube) oppure attivando  metodologie finalizzate alla significativa costruzione di conoscenze (Ausubel). E’ l’insegnante che può attribuirgli una patente didattica, arricchendolo con le sue conoscenze e competenze professionali che però necessitano di essere adeguate a un contesto che non potrà mai trasferire tutta la fisicità presente nella didattica in presenza.
A settembre se il virus rimarrà in letargo, la pratica didattica online potrà essere riproposta per sei-otto ore settimanali con gli insegnanti over 55, affiancando quella in presenza. Potrebbe essere proposto un modello, dove l’alunno apprende in classe, attraverso l’insegnante che in questo modo può gestire quasi interamente il processo di apprendimento (strutturazione, tempi, ampliamento e controllo) liberando poi l’alunno o lo studente online. Qui egli può divenire il padrone del suo apprendimento, scegliendo tempi, soluzioni, risorse, caratterizzati da rallentamento, riflessione e integrazioni continue. Ovviamente questo lavorone necessità di supporti autoregolativi che richiamano la metacognizione. Si può fare tutto questo iniziando gradualmente dalla prima classe primaria.
Con i dovuti adattamenti, iniziando da un minore numero di ore, la modalità blended può essere attivata anche nell’ultimo anno di scuola dell’infanzia. In rete molte scuole dell’infanzia propongono spunti e soluzioni per una didattica online.

Breve conclusione

Quindi la soluzione blended è perfettamente compatibile con una scuola che dovrà riconfigurarsi dal punto di vista organizzativo. Però questo non può essere il motivo portante di un cambio didattico con la proposizione della didattica blended. Occorre essere resilienti: cogliere nella crisi un’opportunità di crescita (G. Galilei, W Churchill). L’avvio del nuovo anno scolastico non con la Dad, bensì con la modalità mista consentirebbe al sistema scuola di rimanere protagonista attivo nel processo di avanzamento dell’online nell’offline, inevitabile secondo il filosofo L. Floridi che ha coniato il termine onlife, arricchendo il virtuale con un profilo pedagogico, il solo che può liberarlo da quella strumentalità spesso fine a sé stessa, imposta dal mercato.

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