Il professore cambia scuola: quando insegnare è sinonimo di imparare a (con)vivere [FILM]

di Elisa Torsiello

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Il film, uscito in Francia un anno e mezzo fa con il titolo Les Grands Esprits, segue le vicende di Francois Foucault (un ottimo Denis Podalydès), insegnante di lettere al prestigioso liceo Henri IV di Parigi che, una volta trasferitosi in una scuola di periferia, si ritrova costretto a cambiare i propri metodi di insegnamento, perché ritenuti inadeguati e fallimentari.

Una sincera passione per il proprio mestiere brucia nel cuore di Foucault. Una necessità incessante di condividere il proprio sapere che il protagonista creato da Ayache-Vidal condivide con un altro professore, quello portato sullo schermo nel 2008 da Laurent Cantet nel film La classe – Entre les murs. Francois Foucault, proprio come François Bégaudeau, si mette alla ricerca del metodo di insegnamento migliore per un gruppo di giovani dal comportamento non sempre inappuntabile. Entrambe le pellicole assimilano inoltre la propria linfa vitale dall’intonaco di mura scolastiche impregnate di gioia di vivere celata da uno strato di disagio e incomprensioni; realtà difficili ma pronte a essere abbattute da una tecnica di apprendimento empatica e capace di adattarsi a ogni singolo caso.

Stimolante, coinvolgente e profondamente didattico, il momento in cui il professore convince i propri alunni a leggere “I miserabili” di Victor Hugo, non è solo il turning-point cruciale del film, ma anche e soprattutto il cuore pulsante dell’opera. In quei pochi minuti si raccolgono le difficoltà che ogni insegnante, nelle vesti di imbonitore deciso a invogliare il proprio “pubblico” ad assistere allo spettacolo dell’apprendimento, affronta ogni giorno. Il regista si mette dunque nei panni dei professori, analizzando i problemi che li assalgono e interrogandosi su cosa voglia dire oggi “insegnare” all’interno di un sistema che, sulla spinta di un profondo rinnovamento (come ben incarnato da Foucault) tenta di mettere in prima linea i bisogni e difficoltà dei propri studenti, piuttosto che liquidarli sottolineandone le incompetenze.

A differenza dei suoi colleghi Foucault capisce che non sono gli studenti a doversi adattare a lui, ma il contrario, lasciando così emergere un’umanità inaspettata verso giovani problematici che nessuno sa come prendere. Interessante, in questo senso, l’approfondimento sul difficile passaggio dall’infanzia fino all’età adulta fornito dalla piattaforma Keaton tramite il percorso “Crescere, che fatica!”.

Da acido schernitore, Foucault diventa complice dei propri alunni; analogamente a quanto narrato nel classico L’attimo fuggente, o ne La Mélodie di Rachid Hami, anche ne Il professore cambia scuola sarà dunque un insegnante a cambiare per sempre la vita dei propri studenti, stimolandone un’intelligenza e una creatività lasciate finora latenti.

Dare e non imporsi; ascoltare e non urlare; adottare un approccio assertivo piuttosto che dittatoriale; ecco il vero segreto di un insegnamento elastico e disinteressato ai più disparati pregiudizi sociali e razziali, perché il riscatto sociale, così come il diritto alla migliore istruzione possibile e alla sicurezza di un futuro migliore, non hanno confini o barriere.

Mettere in discussione i propri pregiudizi, fino ad annientarli, è un tema che il cinema francese ha dimostrato di sapere affrontare con decisione e humor (si pensi al campione di incassi Giù al nord). Eppure, più che una commedia, il film di Vidal sembra altro. La camera a mano (la cosiddetta “handycam”) con i suoi movimenti repentini, gli zoom in avanti e le leggere panoramiche donano al film sia dinamicità che un’aura di autenticità tipica non solo del documentario, ma anche di generi da lui derivanti come quelli del “mockumentary” (prodotti di finzione che, sulla scia della serie televisiva The Office, o del film District 9, “si travestono” da documentari). Seppur vantando una natura diegetica finzionale, Il professore cambia scuola si avvicina al genere documentaristico anche grazie a una fotografia improntata su una luce naturale e poco manipolata da filtri o digitalizzazione, e a un ampio uso dei dialoghi, a discapito di una colonna sonora mai invadente o dominante. Si tratta di un approccio alla storia, e di una strutturazione dell’impianto visivo tipico di un modus operandi sviluppato dal regista sin dai tempi dei suoi studi nel campo delle scienze sociali e della comunicazione. Ponendosi come obiettivo la trasposizione di storie quanto più ancorate alla realtà, Ayache-Vidal precede ogni sua opera – anche quella più tragicomica – da studi e viaggi conoscitivi. E così, quando nel 2013 inizia a scrivere Il professore cambia scuola, il regista compie un’attenta ricerca all’interno dell’ambiente educativo, fino a immergersi per tre anni nel mondo degli istituti di periferia. Alla luce di quanto affermato, non sorprende scorgere nella produzione cinematografica di questo autore un lascito neorealista (movimento che ha tra le sue opere più importanti “Ladri di biciclette”, recentemente restaurato dalla Cineteca di Bologna) che lo spinge a coinvolgere attori non professionisti (in questo caso gli studenti) e lasciar così spazio alla natura più autentica dei propri personaggi.

I ragazzi qui immortalati non sono più marionette poste in mano al regista, ma testimoni reali di un sistema spesso dimenticato in cui, a insinuarsi tra i banchi di scuola insieme ad ambizioni e sogni inascoltati, vi sono le più tipiche problematiche delle banlieues. La superiorità con cui il professore guida le proprie lezioni, sia ostentando le proprie conoscenze, che denigrando gli insuccessi dei propri allievi, lascia ben presto spazio a un atteggiamento più empatico e comprensivo. Un mutamento di pensiero che trova sullo schermo un suo corrispettivo fisico e prossemico. Tra il professore e i suoi alunni si instaura all’inizio una distanza fisica invalicabile; sarà solo quando l’attitudine dell’uomo inizia a mutare che lo vediamo avvicinarsi ai giovani, condividendo con loro sempre più inquadrature e spazi di azione.

Scevro di personaggi stereotipati, canovacci precostruiti e luoghi comuni, Il professore cambia scuola da racconto di una piccola realtà come quella provinciale di Stains si eleva a racconto universale. Un attacco sociale, capace di smuovere l’interiorità degli spettatori e stimolare la riflessione a suon di risate e sarcasmo pungente, acuito dall’attenzione monocentrica su Foucault, un uomo che all’autocompiacimento ha lasciato spazio alla solidarietà e all’amore per gli alunni, prima ancora che per l’insegnamento.

Non ho mai insegnato nulla ai miei studenti; ho solo cercato di metterli nelle condizioni migliori per imparare.” Un concetto schietto, sincero, firmato Albert Einstein e perfettamente in linea con il nuovo film diretto e sceneggiato da Olivier Ayache-Vidal, Il professore cambia scuola, di cui è possibile organizzare una matinée per gli studenti tramite la piattaforma Keaton.

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