Il professor P ha maturato un certo ritardo

di Lalla
ipsef

Umberto Grassi – La mattina in cui professor P decise di scomparire era già troppo tardi: da diverse ore il mondo aveva ricominciato a scorrere coi suoi tram mattutini, le saracinesche alzate, i lampioni appannati. Dietro la stazione che il professor P attraversava ogni giorno per recarsi al suo binario il treno aveva ripreso la sua corsa, e sugli ultimi binari i controllori sorseggiavano un caffé caldo parlando del tempo e di come sarebbe stato l’inverno.

Umberto Grassi – La mattina in cui professor P decise di scomparire era già troppo tardi: da diverse ore il mondo aveva ricominciato a scorrere coi suoi tram mattutini, le saracinesche alzate, i lampioni appannati. Dietro la stazione che il professor P attraversava ogni giorno per recarsi al suo binario il treno aveva ripreso la sua corsa, e sugli ultimi binari i controllori sorseggiavano un caffé caldo parlando del tempo e di come sarebbe stato l’inverno.

La mattina in cui il professor P finì per scomparire, il suo treno partì alle 7:24, in perfetto orario, come mai aveva fatto prima e lui non poté neppure compiacersene. Nessuno quel giorno si accorse della sua mancanza sul binario numero 6 della nostra nuova stazione. Così come nessuno quel giorno registrò mai il suo nome sul foglio delle presenze nella scuola dove lavorava da diversi anni. Il mondo era tornato alle sue tranquille occupazioni e nessuno aveva mai saputo nulla di quello che era successo. Dal rumore di fondo della città i passi lesti del professor P sottrassero il loro consueto suono senza che per questo la nostra città ne sentisse una qualche mancanza.

Quando quella mattina il professor P si trovò a scomparire, avvertì un certo presentimento: per lui quella infatti non era certo la prima volta che capitava una cosa simile. Molti anni addietro quando era ancora piccolo si era nascosto così bene durante il nascondino che nessuno era mai venuto a trovarlo e quando finalmente aveva deciso di uscire, il cortile era vuoto e tutti se ne erano andati a casa da molte ore. Fu in quel giorno che il futuro professor P pensò che quel gioco non faceva per lui e che forse lui era un po’ il tipo adatto a stare fuori da tutti i giochi. Di quell’episodio se ne sarebbe ricordato parecchi anni dopo davanti al cestello rotto della sua vecchia lavatrice. Quella mattina mentre la caricava sulla macchina per portarla alla discarica stracolma della nostra nuova città, pensò a quando lui e sua moglie l’avevano comperata insieme a tutto l’arredamento della casa. Erano passati dieci anni da quando si erano sposati, cinque felici, gli altri in cortile, come ai tempi della scuola, ad aspettare che lei tornasse a cercarlo dopo che per un motivo o un altro se ne era andata. Per questo quel giorno, mentre il professor P depositava la vecchia lavatrice nella nostra discarica, pensò di farlo con delicatezza e quando il vecchio arnese fu a suo agio sulla collina dell’immondizia, il professor P lo ricaricò sulla sua auto e decise di tenerlo con sé anche se non funzionava.

La mattina in cui decise di scomparire il professor P pensò a tutto questo ed ebbe un presentimento. Ma a noi che leggiamo soltanto ora la cronaca della sua scomparsa cosa ne è mai veramente importato di cosa abbia pensato? Anche noi infondo quella mattina eravamo tra quanti stavano tornando alle loro comode occupazioni e forse se avessimo saputo tutto questo della vita del nostro professor P avremmo anche apprezzato che i suoi passi smettessero di suonare al nostro fianco. Per questo non dobbiamo dimenticare che la mattina in cui P finì per scomparire si era alzato con lo stesso entusiasmo di ogni giorno e che nonostante più volte gli fosse sembrato che nessuno sentiva i suoi passi anche quella mattina lui aveva qualcuno a cui pensare: pensava ai suoi studenti, alla lezione che aveva preparato per loro, per ciascuno di loro, senza curarsi del tempo e della fatica e meno che mai dello stipendio di insegnante che gli bastava appena per l’affitto e le poche spese. Se guardava indietro, mai gli era capitato di pensare all’attività di insegnante come ad un mestiere. Per questo quella mattina il professor P si era alzato con lo stesso immutato entusiasmo e per questo poco prima di scomparire era ai suoi studenti che aveva pensato. Forse a qualcuno quella poteva sembrare una vita da poco, quasi senza prestigio. Ma il Professor P aveva scoperto da tempo che il prestigio che il mondo non sa riconoscere è quello che ognuno deve sapersi prendere. E a lui pareva addirittura di essere alle volte un ladro, o almeno così gli era sembrato ogni volta che la bellezza che traeva dai suoi alunni gli sembrava superiore a qualunque insegnamento potesse trasmettere e a qualunque stipendio potesse percepire. Ma questa era una cosa che il professor P teneva per se e che gli dava forza nelle sue domeniche solitarie, trascorse a passeggiare sulle sponde del fiume che attraversa la nostra bella città.

A tutto questo pensava quel giorno il professor P, ciononostante stava per scomparire come già altre volte gli era successo e, esattamente come in passato, era già troppo tardi. Non c’è nessun aiuto più efficace di quello che ricevi quando vuoi scomparire, pensò per un istante, e questo era un pensiero che gli girava nella testa da diversi mesi. Almeno da quando si era accorto che per il nostro stato lui non era poi tanto diverso da quella lavatrice che ancora conservava in casa. Ma lui funzionava benissimo! Dunque dov’era il problema? Anche quella mattina il professor P ebbe un brutto presentimento: alla macchinetta della stazione dove era entrato per farsi scattare una fototessera, vide restituirsi 7 foto bianche. Evidentemente stava cominciando a scomparire, pensò e scivolò verso il suo binario figurandosi che tutto fosse semplicemente dovuto al malfunzionamento della macchinetta delle foto.

“Razionalizzazione del lavoro” si erano messi a chiamare quanto stava accadendo da poco nella nostra città dove le parole che da lungo tempo non servono più per comunicare hanno comunque un peso. E il professor P un giorno aveva letto sul giornale che la sua vita poteva migliorare perché “razionalizzata”. Si ricordò allora delle mille volte in cui, aspettando il treno mattutino, l’autoparlante annunciava “il treno ha maturato un ritardo di…..” Pensò che infondo anche lui aveva maturato un ritardo e si chiese se per caso non potesse accadere ai docenti così come alle volte accade ai treni: di essere soppressi. “Chissà dove vanno a finire i treni soppressi?” gli era capitato di pensare nelle sue fantasie mattutine rivolte ai campi e ai finestrini dei vagoni.

Fatto sta che da un po’ di tempo il professor P viveva solo di presentimenti e quando un collega di ruolo gli disse che infondo era giusto razionalizzare la nostra nuova scuola, il nostro professor P non si sentì affatto felice. Un giorno qualcuno gli ricordò che lui non aveva fatto nessun passo per conseguire l’abilitazione che l’avrebbe forse salvato dal piano di razionalizzazione. E questo era assolutamente vero. Lui che sapeva bene cos’era il prestigio e pensava di non avere nessun merito per quello che riceveva quotidianamente dai suoi alunni, meno che mai si sarebbe sognato di ricevere un merito o un titolo derivato dai soldi. Per questo non aveva mai pagato i milleseicentoeuro che servivano ad entrare nel mondo degli abilitati. E non per poca voglia e neppure per i soldi che pure erano pochi, ma perché lui credeva in un mondo in cui fosse riconosciuto agli uomini il giusto per quello che sono e non per i soldi che spendono. E forse anche per questo qualcuno di noi quella mattina con una certa ironia avrebbe detto che il professor P aveva davvero, come i treni, maturato da tempo un certo ritardo. E qualcuno, ancora più cinico, si affretterebbe forse a dire che proprio per questo il signor P rientrando ogni sera nella sua vecchia casa, si ritrovava irrimediabilmente solo.

Già perché noi che abitiamo il mondo di chi ce l’ha fatta non ci importa di esserlo per soldi o per errore e crediamo soltanto che il mondo sia diviso in vinti e vincitori, e se qualcuno se ne va per le leggi emanate nella nostra nuova scuola scambiamo l’uomo che è stato coi soldi che ha pagato per esserlo e se non li ha pagati tutti, e la sua vita non ha seguito le rive rette e banali del nostro mondo, lo giudichiamo come una lavatrice cui si sia rotto il cestello. E se anche somigliamo un poco al signor P non rimpiangiamo certo il suo senso di giustizia ma piuttosto di non avere abbastanza soldi per essere egualmente ingiusti come gli altri.

Per questo il professor P ai nostri occhi resterà sempre come un uomo sbagliato: perché nel punto preciso in cui avrebbe dovuto fare qualcosa di importante per la sua vita, lui non l’ha fatto. Nel punto preciso in cui avrebbe dovuto saltare sul carro dei vincitori coi soldi dell’abilitazione, lui ha voluto credere in un mondo in cui nessuno deve pagare per essere quello che è. Nel nostro mondo nel quale presto finiremo per dare un prezzo all’aria che respiriamo e all’acqua che beviamo infondo è quasi un bene che un uomo come il professor P sia scomparso: la sorte gli ha risparmiato una morte certa per asfissia e disidratazione. Perché, se volgiamo dirla tutta, è proprio in questa nostra idea di giustizia che si ripone il nostro errore: in questo nostro chiamarci fuori perché abbiamo saputo prendere nel momento giusto quello per cui avevamo i soldi, in questo nostro modo di pensare a cui qualcuno ci ha abituati che oltre alla motivazione di farle le cose ci voglia anche il contorno di soldi per guadagnarsele, con merito o per errore.

Anche per questo, capirete o vi farà bene crederlo, è giusto che quella mattina il treno delle 7: 24 sia partito senza il signor P. Ma a noi che vi restituiamo la cronaca della sua ultima mattina piace pensare che sia scomparso per scelta. Andandosene ha voluto lasciarci alle nostre comode coscienze senza per questo farci sentire il peso del ritorno quotidiano alle nostre confortevoli case.

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