Il problema delle cattedre vuote al nord e dei docenti senza cattedra al sud

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L’apertura delle scuole e l’ avvio del nuovo anno scolastico si apre all’insegna dei problemi, delle proteste e delle accuse contro il governo e i diversi provvedimenti legislativi a livello educativo e scolastico.

In modo particolare, l’ attenzione e le critiche sono orientate verso la mobilità nazionale e verso il misterioso algoritmo del ministero che sta costringendo migliaia di docenti a trasferirsi nelle regioni del nord.
Per il Sud, terra di transito per docenti migranti, si prospetta un anno orribile, anno di sacrifici, di disagi, di difficoltà, di promesse mancate e di diritti negati.
Si potrebbe dire, senza alcuna retorica, che il popolo meridionale per uno strano, oscuro e imperscrutabile disegno, sia condannato alla precarietà perenne, all’ illusione di un lavoro che, seppur necessario e importante, non rassicura e non fa dormire sonni tranquilli.
Per la maggior parte dei docenti meridionali appena laureati, le scuole del nord hanno sempre costituito l’ inizio della propria esperienza professionale, l’inizio del primo importante lavoro a livello educativo e didattico. L’esodo più significativo si ha intorno agli anni ottanta quando, senza alcun problema, ci si spostava per una supplenza di pochi giorni che, puntualmente, diventava un incarico fino alla fine dell’anno scolastico. Per i meno fortunati l’esperienza continuava, comunque, presso altre scuole della provincia.
Oggi la situazione e i problemi sono un po’ diversi. Non si tratta di giovani all’ inizio della carriera, ma di docenti, per la maggior parte madri di famiglia, che hanno già maturato una pluriennale esperienza didattica e che, per mantenere il posto di lavoro, sono costrette a lasciare i propri affetti più cari, ad allontanarsi dalle relazioni umane e professionali che hanno caratterizzato e determinato la propria crescita e la propria formazione culturale.
Non è, dunque, attraverso la semplice imposizione di un algoritmo che si può migliorare la scuola, salvaguardare l’istituzione scolastica e ridisegnare il futuro dell’ educazione. Non è attraverso l’egemonia delle idee che si realizza il cambiamento, né tantomeno attraverso l’esercizio di un potere politico chiuso che non riesce a tener conto dell’ importanza e del valore delle variabili umane in educazione.
Non è questo il modo migliore per edificare, valorizzare e rendere utile e feconda la funzione docente, per promuovere un’
organizzazione scolastica capace di confrontarsi e rispondere a una pluralità di domande, di sapersi conformare a bisogni e ad esigenze sempre più complesse che richiedono una adeguata valutazione di procedure e sperimentazioni, non sempre opportune ed efficaci, applicate ai processi educativi.
L’ impegno, quindi, deve essere orientato verso un’ idea di scuola capace di dare un senso meno frammentario e conflittuale alle sue scelte, che apre la strada alla comprensione e condivisione di percorsi nuovi che riescano sapientemente a conciliare aspetti umani, economici e organizzativi.
Per fare della scuola il vero motore del cambiamento, come ha sottolineato il ministro dell’ istruzione Stefania Giannini nel suo messaggio augurale per l’inizio del nuovo anno scolastico, e porla al centro di ogni comunità, aperta alle realtà che la circondano, alle famiglie, al territorio, occorre abbattere steccati artificiosi che scaturiscono da mere analisi e valutazioni di carattere numerico, quantitativo che attenuano e alterano notevolmente la passione e l’impegno educativo. Bisogna, pertanto, cercare di superare il tradizionale e burocratico concetto di organico, per parlare, in ambito educativo, di risorse umane e professionali che si caratterizzano e contraddistinguono non solo per la formazione in uno specifico ambito disciplinare, ma anche per il senso di appartenenza ad una determinata realtà sociale e culturale. L’insegnamento e il
lavoro scolastico sono anche e soprattutto manifestazione diretta o indiretta del legame con la propria terra, impegno spontaneo e motivato di comunicazione e conoscenza di tradizioni che appartengono al proprio vissuto esperienziale e, per questo, non possono avere la stessa motivazione e la medesima efficacia in ambiti e ambienti differenti: in una realtà nota e familiare, in un contesto di motivazione, serenità, impegno, cooperazione e assunzione di responsabilità, si possono ottenere risultati migliori.
In questa prospettiva, non è giusto, bello né tantomeno produttivo, vedere ambienti geografici costretti a privarsi di importanti risorse culturali, ormai ben radicate nella propria storia, e di capitale umano esperto e competente. Da tempo si avverte l’esigenza di una scuola riformata e ristrutturata, adeguata agli standard internazionali professionali di formazione, retribuzione, reclutamento e, soprattutto, l’esigenza di una scuola veramente impegnata a realizzare una più matura coscienza scolastica e una più razionale distribuzione dei docenti su tutto il territorio nazionale. Ciò che è mancato e continua a mancare ai diversi interventi normativi sulla scuola proposti dai vari governi, è la pianificazione di concrete ed efficaci scelte formative a medio-lungo periodo in grado di garantire ai docenti adeguate opportunità occupazionali funzionali e rispondenti alla complessa e sempre più articolata geografia scolastica. Infatti, non può ritenersi equo e giusto un sistema che lascia, da un lato, una quota troppo corposa di cattedre vacanti, dall’altro una quota troppo corposa di
docenti senza cattedra.
In un’ era di globalizzazione e omologazione forzata, la creazione di un sistema scolastico capace di tener conto anche delle vicende umane e familiari dei suoi operatori, è, dunque, segno di grande responsabilità. La forza del cambiamento, dell’innovazione e della sperimentazione, a volte, può anche essere espressa dal coraggio di fare qualche passo indietro.
Fernando Mazzeo (Pedagogista – Docente Scuola Secondaria di primo grado)

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