Il problema della permanenza sui posti di sostegno. Lettera

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Inviata da Michela Giangualano – Di anno in anno aumenta costantemente il numero delle supplenze su sostegno conferite a tempo determinato a personale non specializzato, a personale non abilitato e persino a personale con nessuna idoneità all’insegnamento.

In alcuni casi, soprattutto nel Nord d’Italia, sarebbe possibile assegnare posti di sostegno a tempo indeterminato (al 31 agosto), ma mancano candidati specializzati disponibili a prenderli.

Eppure negli anni molti insegnanti si sono specializzati per ricoprire il ruolo di insegnante di sostegno e sono entrati tra le fila degli insegnanti di sostegno. Solo che appena possibile hanno chiesto il passaggio sui posti comuni per l’insegnamento sulle discipline per cui si sono formati.

Per cercare di frenare l’esodo è stato a suo tempo imposto il vincolo dei 5 anni di permanenza sul posto di sostegno a tempo indeterminato, ma ciò ha esacerbato gli animi e ha sortito l’unica conseguenza di far sentire le persone “costrette” ad un ruolo non gradito, delegittimato a livello sociale, spesso identificato come unica via possibile di accesso all’insegnamento.

Anche il fatto di indire concorsi per entrare esclusivamente su posto di sostegno non è risultato risolutivo. A questi concorsi non partecipano solo i chiamati per “vocazione”; e chi vuole insegnare la propria disciplina di studio giustamente alla prima occasione tenterà un concorso per insegnare la propria materia; inoltre un buon numero di persone tenta in contemporanea entrambi i concorsi (per disciplina e sostegno) e, se passa il concorso su disciplina, dà priorità all’ingresso a scuola sui posti di insegnamento curricolare.

Separare le due carriere già all’interno del percorso universitario, porterebbe l’insegnante di sostegno a non distinguersi più definitivamente dalla figura dell’educatore, quindi non è consigliabile, perché ritengo che dovrebbero mantenersi delle specificità di tipo didattico e disciplinare nel profilo professionale dell’insegnante di sostegno.

Esistono delle soluzioni possibili, quindi, per risolvere il problema della permanenza degli insegnanti specializzati su sostegno sui posti di sostegno, che non umilino la libertà di scelta e di realizzazione personale delle persone? Sì, sono già state proposte al MIUR a suo tempo, ma mai prese seriamente in considerazione. Forse ora sarebbe giunto il tempo di valutarle seriamente.

Una prima soluzione potrebbe essere quella di provare ad elevare il prestigio sociale del ruolo di insegnante di sostegno specializzato a tempo indeterminato, in base alla considerazione che gli insegnanti specializzati normalmente hanno studiato un maggiore numero di anni dei colleghi per ricoprire il ruolo e che, quantomeno con la disponibilità a lavorare a stretto contatto con gli studenti più in difficoltà, solitamente danno prova di maggiore apertura mentale, flessibilità e attenzione all’inclusione – oltre che essere di necessità portati a osservare, ricercare e studiare sul campo ciò che effettivamente può migliorare le competenze sociali e cognitive di quegli alunni che richiedono attenzioni maggiori.

Non è facile, però, aumentare il prestigio sociale di una categoria di persone che in gran parte attualmente ricopre il ruolo di insegnante di sostegno solo negli anni dell’ingresso a scuola e della gavetta, ritengo tuttavia che la leva economica, ovvero un differenziale di stipendio a favore dell’insegnante di sostegno, possa rappresentare un segnale forte per la società, per la comunità scolastica stessa e per operare un cambiamento di rotta significativo a favore di questa figura ormai bistrattata e in crisi d’identità – non si tratta di un’eresia: differenze di trattamento economico già esistono all’interno delle scuole: a seconda dell’anzianità di servizio, dell’ordine di scuola, degli incarichi attribuiti e anche nel caso specifico degli insegnanti di religione.

Una seconda soluzione potrebbe essere quella di ridurre Il tempo di permanenza obbligatorio sul posto di sostegno, preferibilmente portandolo da 5 a 3 anni, in quanto un lungo tempo di permanenza esclusiva su questo ruolo può rappresentare un disincentivo forte a intraprendere la carriera del sostegno, ma anche a proseguirla – viste le nuove norme che impongono un azzeramento del conteggio del numero degli anni su sostegno già svolti, in caso di trasferimento in una nuova sede di titolarità.

Una terza soluzione, un totale cambiamento di prospettiva, è quella di introdurre la possibilità di insegnare su cattedra mista (metà ore su posto comune e metà ore su posto di sostegno nella scuola di titolarità), al termine del primo periodo di insegnamento su sostegno in via esclusiva, a seguito di un passaggio formale operato sotto forma di trasferimento, alternativo al passaggio definitivo su posto comune.

Riguardo alla cattedra mista in passato è sorta l’obiezione che il numero di ore per il sostegno prestato agli studenti disabili gravi da uno stesso insegnante potrebbe risultare ridotto, nel caso fossero presenti in una scuola solo insegnanti su cattedra mista. In realtà trattasi di un caso limite – continuerebbero a esistere figure che lavorano su sostegno per l’intero orario – e di un falso problema, dal momento che in molte scuole già ora – per scelta organizzativa, didattica e di buon senso – spesso si preferisce assegnare l’incarico su sostegno a uno studente disabile grave a due persone distinte. Inoltre posti a orario ridotto già sono presenti tra il personale scolastico, sia su posto comune che su sostegno, a richiesta (per es. per un monte orario di 9 o 12 ore complessive). In aggiunta va sottolineato che la maggior parte degli alunni con disabilità usufruiscono di un monte ore di sostegno compreso tra le 6 e le 12 ore complessive.

In conclusione: perché costringere a scegliere tra posto curricolare e di sostegno? La cattedra mista rappresenterebbe un augurabile primo passo verso l’inclusione e l’effettiva integrazione di tutti. Esperienze di vita reale di insegnanti che hanno avuto la possibilità di lavorare in contemporanea su entrambi i ruoli all’interno di una stessa scuola, grazie a dirigenti illuminati, mostrano come il doppio ruolo sia appagante per l’insegnante, nonché di grande beneficio per gli studenti seguiti, eliminando la sensazione di marginalità che provano molti insegnanti di sostegno.

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