Il potenziamento non funziona? Cisl: prevedibile, ma non si scarichino le responsabilità sui Dirigenti Scolastici

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CISL – Per espressa volontà del Legislatore, con l’anno scolastico 2016/2017 le disposizioni sul “mitico” e da tempo atteso organico dell’autonomia (“ posti comuni, per il sostegno e per il potenziamento dell’offerta formativa ”) sono divenute pienamente vigenti ed entrate, come si dice, a regime.

Dopo gli imbarazzi interpretativi e le incertezze applicative della fase transitoria di una Legge definitivamente approvata solo a ridosso dell’avvio dell’anno scolastico 2015/2016 (tant’è che si era ragionevolmente ipotizzato uno slittamento all’a.s. successivo ostinatamente negato dalle intransigenti ragioni della maggioranza parlamentare), erano in molti a ritenere che la straordinaria risorsa professionale aggiuntiva dei 48.812 posti del cosiddetto organico di “potenziamento” potesse effettivamente concorrere a realizzare sul piano pedagogico, organizzativo e didattico gli obiettivi del Piano dell’Offerta Formativa, pur nel rispetto delle “priorità” declinate dal comma 7.

Ma la realtà dei fatti ha dimostrato – purtroppo – che le cose non sono andate nel verso auspicato, con la conseguente e generalizzata frustrazione della generosità e dell’impegno con i quali la comunità professionale aveva ritenuto di poter finalmente esercitare le prerogative dell’autonomia.

A dire il vero già una lettura attenta e coordinata della Legge 107/2015, resa oltremodo faticosa dalla scelta redazionale di articolarne il corposo contenuto nei 212 commi di un unico articolo, induceva a prevedere che l’utilizzo parsimonioso delle risorse professionali rese disponibili dall’organico potenziato avrebbe garantito prioritariamente il perseguimento di obiettivi di contenimento della spesa per supplenze (come in realtà è avvenuto) piuttosto che un effettivo ampliamento qualitativo e quantitativo dell’offerta formativa. Non occorreva, infatti, una particolare destrezza ermeneutica per assemblare gli effetti perversi del “ combinato disposto ” dei vari commi che, relativamente all’utilizzo delle suddette risorse, ponevano insormontabili vincoli di natura organizzativa, dovendosi assicurare prioritariamente la copertura dei posti vacanti e disponibili, garantire la sostituzione dei docenti assenti per la copertura di supplenze temporanee fino a dieci giorni, il tutto con l’impossibilità, in caso di assenza del docente del potenziato, di ricorrere al conferimento di supplenze brevi e saltuarie.

Altrettanto prevedibili le conseguenze derivanti dai criteri che presiedevano al pur massiccio piano straordinario di assunzione a tempo indeterminato di personale docente; l’obiettivo di uno “svuotamento” delle graduatorie, ancorché non raggiunto, ha infatti sensibilmente condizionato le tipologie professionali messe a disposizione delle scuole. Queste, in sede di predisposizione del PTOF, si sono diligentemente esercitate nell’individuazione del “fabbisogno dei posti per il potenziamento dell’offerta formativa” (comma 14, punto 2, lett.b) a richiedere tipologie professionali coerenti con gli obiettivi opportunamente programmati, nella convinzione, rivelatasi errata, che bastasse “chiedere” per vedere soddisfatte le condizioni programmate di agibilità organizzativa e didattica.

Gli altalenanti e non di rado ambigui indirizzi operativi forniti dall’Amministrazione, gli imperscrutabili esiti dell’algoritmo utilizzato per la gestione informatizzata della mobilità, contrassegnati da macroscopici e grossolani errori, il conseguente ricorso a interventi risarcitori per scongiurare un vasto contenzioso che avrebbe visto il MIUR sicuramente soccombente, la macchinosa procedura della cosiddetta “chiamata per competenza” esercitata in una stressante corsa contro il tempo, hanno fatto il resto.

Risultato: l’inusitato ritardo nell’assegnazione alle classi dei docenti, una girandola di avvicendamenti di supplenti fino all’”avente diritto” che ha riguardato non solo la copertura dei posti comuni ma anche e soprattutto dei posti di sostegno.

Legittime e comprensibili, dunque, le preoccupazioni e il risentimento di studenti e famiglie, ma altrettanto comprensibile l’indignazione della comunità professionale per essere colpevolizzata a causa di una situazione obiettivamente caotica, rispetto alla quale non può esserle imputata alcuna responsabilità.

Inevitabile, ma ingiusto e segno di scarsa onestà intellettuale, che qualcuno arrivi a far carico al dirigente del mancato soddisfacimento di tante attese alle quali, nelle condizioni descritte, assai difficilmente si riuscirebbe a dare risposta.

Nel frattempo, si ripropongono ingenerose campagne mediatiche, tanto esigenti e rigorose nei confronti della scuola (e del sindacato) quanto talvolta indulgenti ed evasive rispetto ai ritardi, alle leggerezze spesso intrise di civetteria e alle omissioni, nonché all’approccio ideologico che da troppi anni i governi che si sono alternati alla guida del Paese hanno riservato alla scuola e alle sue vere esigenze di riforma.

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