Il Parlamento abolisce le sanzioni stabilite dal Regio Decreto. Adesso decideranno le scuole

di Anna Angelucci
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Educare significa, a volte, anche sanzionare. Sanzionare, ovvero punire nelle forme adeguate, un comportamento scorretto, un comportamento che trasgredisce una norma su cui scuola e famiglia hanno lavorato insieme ai bambini e agli adolescenti affinché capiscano che alcuni comportamenti non sono accettabili.

Che non sono accettabili nelle relazioni umane, prima ancora che nelle organizzazioni sociali.

Il Parlamento, in un emendamento alla nuova legge che disciplina l’insegnamento dell’educazione civica, ha abrogato gli articoli 412, 413 1 414 del Regio Decreto 1297/1928, ancora in vigore nelle scuole elementari, estendendo anche alla scuola primaria il Patto educativo di corresponsabilità già in vigore nelle scuole secondarie.

Cosa prevedevano quegli articoli? La possibilità per i maestri di comminare (in ordine di gravità) ammonizioni, note sul registro, sospensione dalle lezioni, esclusione dagli scrutini, sospensione dalla scuola con perdita dell’anno scolastico. Tutte misure cui rarissimamente si ricorreva, ma che tuttavia, soprattutto per quanto riguarda l’ammonizione e la nota sul registro, possono segnalare una responsabilità dello studente rispetto a un comportamento sbagliato. E un coinvolgimento delle famiglie rispetto alla presa in carico di questa responsabilità.

Secondo il Parlamento e secondo il MIUR, occorre rafforzare la collaborazione tra le famiglie. Su come, concretamente, questa collaborazione vada rafforzata si rimanda ai regolamenti dei singoli istituti e ad altre norme che le scuole, ciascuna nella sua autonomia, potranno assumere. Del resto, nello Statuto degli studenti e delle studentesse, introdotto da Luigi Berlinguer nel 1998 nella scuola secondaria, già da vent’anni le punizioni in quanto tali sono state abolite e le sanzioni, invece che essere stabilite dal Ministero dell’istruzione sulla base di ormai improponibili regi decreti, sono affidate alla regolamentazione d’istituto.
Tutti plaudono alla scelta parlamentare, dal Ministro al Comitato dei genitori democratici, ai responsabili dei dirigenti scolastici della Flc-Cgil, al presidente dell’ANP, Antonello Giannelli. Tutti vagheggiano un maggior coinvolgimento delle famiglie.

Bene. A questo punto il problema, se pure risolto su un piano giuridico, si apre su un piano sostanziale. Cosa faranno le singole scuole? Come si regoleranno? Certamente, essendo chiamate a redigere ciascuna un proprio regolamento anche in merito alle sanzioni disciplinari, si verificheranno inevitabili differenze.

Come già accade nella scuola secondaria, dove questa norma è stata inserita dal DPR 249/1998 poi novellato dal DPR 235/2007, ovvero nello ‘Statuto delle studentesse e degli studenti’, anche le scuole primarie si muoveranno su un piano di maggiore o minore severità nel graduare le sanzioni, ma soprattutto nel configurare la cornice dei comportamenti da considerare non accettabili. Ancora una volta, come accade da vent’anni con l’applicazione in tutti gli ambiti della ‘autonomia scolastica’, si configurano all’interno del sistema scolastico differenze significative. Non solo sul piano dell’organizzazione o dell’applicazione delle norme, ma anche sul piano dell’articolazione dell’offerta formativa e delle scelte educative.

Era opportuno introdurre questa nuova norma nella scuola, abrogando l’antica? Lo spirito che anima lo ‘Statuto delle studentesse e degli studenti’ è fortemente collaborativo, poiché implica una riflessione condivisa sui diritti e sui doveri auspicabile negli adolescenti, ma che forse non può essere ‘patteggiata’ altrettanto significativamente con i bambini piccoli.
Non intendo dire che ai bambini piccoli vadano imposte norme comportamentali in modo autoritario e senza spiegazioni. Intendo dire che forse, nel processo educativo della prima età, alcuni punti fermi, che non variino da scuola a scuola, ci vogliono. Soprattutto oggi, in questa generale abdicazione sociale al riconoscimento e al rispetto dell’altro da sé.

E’ importante riferirsi alla letteratura scientifica internazionale nell’ambito della psicologia dello sviluppo, che insegna che ci sono dei NO che aiutano a crescere, che un bambino ha bisogno di essere contenuto all’interno di “argini psichici” che sono frutto dell’educazione familiare e scolastica, e che talvolta si consolidano anche con rimproveri e punizioni adeguate. Come si cresce, se non si sperimenta da bambini che ci sono limiti certi oltre i quali non si può andare? Che ci sono regole certe da imparare e rispettare, che sono le stesse a prescindere dalla scuola che si frequenta? Che i propri desideri, i propri istinti, i propri impulsi vanno regolati all’interno di comportamenti ben definiti, che non nuocciano a sé stessi e agli altri? E che su certi comportamenti non si può transigere, non si può variare da scuola a scuola, pena la confusione mentale del bambino, l’amplificazione del suo senso di onnipotenza, e il possibile sviluppo successivo, nell’età della preadolescenza, di atteggiamenti bullistici?

Senza freni e soprattutto nella diversità degli atteggiamenti degli adulti e delle istituzioni, più o meno chiari e condivisi, aumentano eccessivamente, da una parte, i comportamenti narcisistici e onnipotenziali, e dall’altra, paradossalmente, possono aumentare le fragilità e le debolezze delle persone in crescita. Come è buona regola nelle famiglie non avere posizioni contraddittorie rispetto all’educazione dei piccoli, allo stesso modo sarebbe stato opportuno che alcuni punti fermi, essenziali, rispetto ai comportamenti e alle regole nelle scuole primarie fossero gli stessi da Bolzano a Canicattì.

Concludo sottolineando un altro aspetto della questione. Il Parlamento e il Ministero dell’istruzione riservano il miglioramento del progetto educativo ad una maggiore intensità dei rapporti scuola-famiglia, ad una maggiore comunicazione e sinergia. Ma lo sanno che da alcuni anni è stato introdotto il registro elettronico con una legge che si chiama “dematerializzazione dei rapporti-scuola-famiglia”? Lo sanno che da quando esiste il registro elettronico, che consente ai genitori con una semplice password di controllare da casa o dall’ufficio il rendimento dei propri figli a scuola, questi rapporti si sono drammaticamente scarnificati?

Infine, l’abolizione delle sanzioni disciplinari ‘monarchiche’ avviene con un emendamento alla nuova legge che regolamenta lo studio dell’educazione civica a scuola. 33 ore obbligatorie nell’anno scolastico, con voto in pagella. All’educazione civica sembrerebbe essere demandata una parte importante della formazione scolastica, quella davvero della formazione del buon cittadino. Peccato che per questa disciplina il Parlamento non abbia previsto nessun aumento del monte ore delle lezioni. Peccato che l’educazione civica, con il suo voto in pagella, dovrà essere fatta nei ritagli di tempo e a scapito di tutte le altre discipline scolastiche, perché il monte ore globale resta invariato.

In una scuola come quella italiana, in cui tutto ormai sembra tutto ridotto ai soli aspetti formali e burocratici, in cui si pensa che l’autonomia scolastica consenta la soluzione di tutti i problemi mentre invece non fa altro che acuire, giorno dopo giorno, le differenze tra scuola e scuola, in cui si continuano a fare riforme senza investimenti, quale serio progetto educativo si può ancora pensare di perseguire? I docenti non hanno più ore per fare lezione, gli studenti sono costretti a saltabeccare qua e là tra gli argomenti più disparati, tra cui d’ora in poi anche l’educazione civica. E se non rispettano le poche regole ancora vigenti a livello sociale e di buon senso, potranno essere puniti in una scuola sì e in un’altra no, in una scuola in un modo e in una scuola in un altro. Intanto corre l’obbligo del “successo formativo”, introdotto vent’anni da Luigi Berlinguer, mentre l’unica cosa davvero importante e degna di essere perseguita da un Paese civile e cioè l’”accesso formativo”, diventa sempre più difficile per tanti studenti.

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