Anief: la tutela del diritto e il lavoratore al centro prima di tutto

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Sono passati oltre 70 anni, ma l’imponente figura di Giuseppe Di Vittorio rimane sempre di estrema attualità: del padre del sindacalismo italiano si è parlato ieri su Radio Techetè, durante la il programma ”Viaggio nel tempo, dal passato al futuro”.

È stata ripercorsa la storia di Peppì (come lo chiamavano affettuosamente a Cerignola), che poco più che bambino muoveva i primi passi da sindacalista nella sua Cerignola al fianco dei braccianti agricoli pugliesi, difendendoli dai soprusi dei grandi proprietari terrieri. Nel corso del tempo, Giuseppe Di Vittorio arrivò a ottenere miriadi di conquiste per tutelare i diritti dei lavoratori a livello nazionale, fino a diventare leader del primo sindacato italiano e nel 1953 presidente della Federazione Sindacale Mondiale. Nell’accostare la sua autorevole figura con il sindacalismo moderno, gli autori del “Viaggio nel tempo” hanno ripercorso la storia dell’Anief e del suo fondatore e presidente, Marcello Pacifico: il giovane sindacato, anch’esso impegnato nella difesa dei diritti dei lavoratori, in questo caso della scuola, in generale di chi opera nella formazione, ha raggiunto infatti la rappresentatività e tantissimi risultati, legislativi e giudiziari, a favore di docenti, amministrativi, tecnici e collaboratori scolastici.

L’INTERVISTA

“Il nostro credo – ha dichiarato Marcello Pacifico – è il rispetto del diritto” in riferimento “alle norme europee” e “dei Diritti Sociali contenuti nella Carta sociale europea: sono tutte norme” che ricordano che “il primo diritti in Italia è quello al lavoro, ma deve essere un diritto anche con un equo trattamento economico”, dunque “senza ledere la dignità della persona umana. Il problema è che purtroppo negli ultimi anni chi fa sindacato, come anche fare politica, viene interpretato dai cittadini come un elemento negativo”. Ciò perché probabilmente “prima di noi non si è riusciti a tutelare i diritti di chi lavora: il sindacato probabilmente si è guastato, però non come istituzione, ma perché le persone che hanno fatto sindacato non hanno prodotto un’attività sindacale come bisognava farla, cioè tutelando i diritti dei lavoratori. Ecco perché in pochissimi anni siamo riusciti a essere una delle maggiori realtà rappresentative come parte sociale, perché ogni giorno cerchiamo di andare a tutelare i diritti di chi cerca un lavoro, di chi un lavoro l’ha perso e di chi nel lavorare vuole migliorare la società ma vuole non perdere la propria dignità umana”.

Secondo Pacifico, i dipendenti “non sono tutelati né nel lavoro privato né nel lavoro pubblico: basti pensare all’alto tasso di precarietà che c’è nella scuola italiana, nella sanità ma anche negli enti locali come se la durata del rapporto di lavoro fa la differenza rispetto al lavoro svolto”. Tutto questo è “in contrasto con le normative chiare dell’Europa” e “porta anche a degli stipendi che sono sotto i livelli minimi: si parla tanto in Italia di reddito di cittadinanza e non si parla dei salari minimi del lavoratore e cittadino italiano”.

Il numero uno dell’Anief, che è anche docente universitario, dopo avere citato “Federico II e i magistri che venivano ad insegnare all’Università di Napoli” ricorda che “oggi combattiamo duramente la fuga dei cervelli e tra i paesi europei abbiamo il più alto tasso di abbandono, non solo scolastico, ma anche di iscrizione universitaria tra i paesi più economicamente sviluppati. Perché non si investe nella cultura”. Il problema, ha aggiunto, è che “con un’economia che è diventata globale il sindacato deve andare al passo coi tempi” rimettendo “il lavoratore al centro di un’economia che deve essere rispettosa” dei diritti, anche “del verde” ed utilizzando “il digitale per ampliare le opportunità della costruzione di una società più giusta, non per andare ad allenare i lavoratori rispetto a un nuovo mezzo di produzione che non è più dentro la fabbrica ma davanti un monitor: pensiamo all’importanza della ricerca”.

“Viviamo in una società – ha detto ancora Pacifico durante il programma – che ha cambiato anche l’informazione, diventata sempre Social: come Anief, siamo stati i primi a cercare di scrivere un contratto integrativo per i lavoratori”, per “fissare i diritti lavoratori per la didattica a distanza: la Dad ha sconvolto le famiglie italiane, ma anche i colleghi, gli insegnanti, perché ha prodotto la necessità di realizzare un tipo di didattica con le scuole chiuse che era diversa rispetto alla didattica frontale in presenza”.

Il presidente Anief ha detto quindi che “se il paese va verso la transizione digitale vuole dire che dove fare delle riforme, per avere nuove figure professionali. Anche nella scuola, dove si deve combattere la dispersione. E bisogna valorizzare la figura del docente”, invece penalizzata da tanti anni di “precariato, da uno troppo stipendio basso, dopo tanti anni di studio e di sacrifici”. E far comprendere a tutti che “per formare il cittadino, un insegnante lavora molto più di 18 ore a settimana, si dedica al suo alunno, alle strategie, alla programmazione” e tanto altro. Allo stesso modo, “il legislatore deve capire che la scuola può essere il luogo dove abbattere le diseguaglianze”. E la questione supplenti rimane irrisolta: “le politiche sul reclutamento sono sbagliate, sin dal reclutamento, da dopo la laurea”, ha spiegato Pacifico.

Il sindacalista ha anche ricordato che “i precari lavorano senza avere avanzamento di carriera: è la prima cosa che abbiamo denunciato nei tribunali, anche quelli d’Europa, che hanno detto ‘no’ alle discriminazioni tra docenti di ruolo e precari: abbiamo avuto dei risarcimenti”. Per noi, inoltre, è giunto il tempo di introdurre “il salario minimo ancorandolo all’inflazione di ogni Paese”. Come lo stipendio va adeguato: non si può più accettare l’attuale gap, con i nostri lavoratori che guadagnano anche la metà di altri colleghi del Vecchio Continente: l’Europa – ha concluso Pacifico – dovrà pensare e stipendi uguali”.

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