Il mio tempo ai tempi della digitalizzazione del lavoro. Lettera

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Inviato da Gaetano Vergara – Come lavoratore della conoscenza, non mi spaventa tanto l’idea di essere sostituito da un robot o da un algoritmo che faccia al mio posto le operazioni più manuali e ripetitive che attengono alla mia attività lavorativa, quanto il pensiero che qualcuno monetizzi il tempo libero che deriva dalla digitalizzazione senza che io ne tragga alcun vantaggio.

Il digitale è un mezzo di per sé innocente che va im-piegato a vantaggio dell’uomo. Non è dannoso di per sé, può essere dannoso un suo uso distorto, acritico o non consapevole. Un po’ come l’acqua, che la puoi usare per bere, per lavarti, per sguazzarci dentro o per affogare.
In questi termini la digitalizzazione del lavoro dipendente può essere perfino intesa come uno strumento di liberazione, un modo per affrancarsi dall’alienazione e dalle catene (non solo quelle di montaggio…).

Se, per esempio, posso creare un test autocorrettivo che mi fa risparmiare il tempo e la scocciatura di passare in rosso decine e decine di errori dei miei alunni, non può che farmi piacere, visto che il tempo che dedico a un’attenta realizzazione di una prova digitale contenente le chiavi di risposta è ampiamente compensato dal tempo che risparmio nella correzione. Oltre al fatto che, a lavoro concluso, ho maggiore agio nell’analizzare gli errori singoli e quelli ricorrenti e concepire strategie per mettere a punto quello che non è arrivato ai ragazzi nel processo di apprendimento. Inoltre, credo che anche gli alunni si avvantaggino dei test autocorrettivi, dal momento che possono ricevere il risultato della loro produzione in modo più rapido e oggettivo.

E poi, restando nell’ambito dei vantaggi offerti dal mezzo, può risultare utile anche la possibilità di registrare lezioni per proporre una visione asincrona e replicabile, oppure usare lavagne interattive, preparare presentazioni multimediali, creare spazi di condivisione, aprire le mura di casa e di scuola alla realtà esterna, avere a disposizione un mare sterminato di dati in cui imparare a navigare, organizzare cacce al tesoro online…

Insomma, entro certi limiti, ben venga la digitalizzazione dell’insegnamento e di altre attività lavorative di tipo intellettuale.
L’importante, però, è che il tempo che si risparmia e la possibilità di replica delle attività salvate si trasformi in tempo libero per il dipendente salariato e non in ulteriore profitto per il datore di lavoro o in una diminuzione (ulteriore) dei posti di lavoro disponibili.

Se i padroni della ferriera vogliono per loro la capra dell’algoritmo e il cavolo del nostro tempo, ci dobbiamo far sentire e affermare con forza i nostri sacrosanti diritti. Cosa che nel mondo della scuola siamo piuttosto incapaci di fare.

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