“Il mio successo? Grazie anche alla solida formazione ricevuta all’Istituto tecnico”. INTERVISTA all’avvocatessa Vescovini che difende i cittadini dalle truffe bancarie

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Ammette che il suo successo professionale di oggi affonda le radici anche nella solida formazione scolastica ricevuta alla scuola superiore. Letizia Vescovini ha 46 anni, e ha frequentato tanti anni orsono l’Istituto tecnico commerciale “Giuseppe Luosi” di Mirandola, la città dei Pico e del terremoto del 2012 di cui ricorre quest’anno il decennale.

Dalla laurea in giurisprudenza vive a Modena, è sposata, ha una bambina di otto anni e fa l’avvocatessa in uno studio legale di cui è titolare. Nella sua veste di avvocatessa specializzata in diritto bancario è stata inserita dal Sole 24 tra i migliori studi legali dell’anno 2021, grazie all’apprezzamento dei suoi assistiti, esplicitato soprattutto in merito alle vertenze contro le banche coinvolte nel brutto affare della vendita dei diamanti, per il quale in tanti, in giro per l’Italia, hanno visto prima sfumare molti tra i quattrini investiti su sollecitazione degli istituti di credito e poi un lume di giustizia nelle prime sentenze conquistate dalla Vescovini, la cui firma appare spesso negli articoli e negli approfondimenti del settimanale Plus, allegato ogni sabato al quotidiano economico.

“La scuola per me – ammette – è stata importante perché ho acquisito un metodo e mi ha permesso di capire quale fosse la mia inclinazione. L’innamoramento per il diritto e per il senso della giustizia è nato tra i banchi di scuola, grazie al mio insegnante, l’amore è arrivato all’università. E lì che ho capito che avrei voluto fare l’avvocatessa”.

E’ stato faticoso arrivare fin qui?

“Il lavoro e l’impegno, specie per una donna, non finiscono mai. Per seguire in modo accurato devi sempre studiare, specie in un settore liquido, come quello bancario, dove ci sono sentenze ogni giorno. Anche se ci sono norme che tutelano la parte debole, dall’altra parte le lobbies bancarie hanno grandi mezzi per far sì che ci sia una dottrina benevola, quanto a pubblicazioni giuridiche favorevoli alle banche. Si lavora su un terreno molto scivoloso e per questo difficile. Ma si vince ugualmente”  

Impegno più gravoso per le donne. Perché?

“Perché comunque la donna, se ha una famiglia, si sente di doverci essere di più. Se mia figlia sta male a me fa piacere stare con lei, ma se c’è un atto che scade proprio quel giorno devo lasciarla con mio marito o con la tata. Magari sai che l’impegno per una vertenza è per diverse ore al giorno, ma non riesci mai a capire quanto tempo ci voglia davvero per una soluzione. E così talvolta ti rendi conto che la passione ti ha presa e hai lasciato altre cose e se sei donna ti vengono i rimorsi”.

E’ quello che avrebbe voluto fare nella vita?

“La passione che ho per questo lavoro è tanta, anche se in qualche momento magari ti vien voglia di fare un lavoro che abbia meno scadenze. Ma questo succede a chiunque, nel lavoro che fa, e tanto vale, allora, fare il lavoro che ti appassiona e che ti fa superare i momenti più difficili”.

Lei dice che la scelta è maturata a scuola. Quando ha avuto chiaro quel che voleva fare?

“Quando studiavo diritto a scuola, mi piaceva molto. La convinzione di voler fare l’avvocato è arrivata all’università, l’innamoramento invece si era compiuto già alle superiori. All’università ho poi visto che mi piaceva e così, dopo la laurea, ho fatto la pratica forense e quando ho dovuto fare la scelta tra la carriera di notaio o quella di avvocato ho scelto questa strada, per l’idea che ho di giustizia verso la parte debole. Mi pareva che la professione di avvocato fosse quella più vicina a me e a quest’idea di giustizia”.

Quali consigli si possono dare a uno studente che avesse in mente di intraprendere un giorno questa carriera?

“Il mio consiglio principale è quello di specializzarsi. Nelle piccole realtà, facendo l’avvocato generalista, si fa fatica ad avere i conti in ordine alla fine del mese. Non è più come una volta, ci si deve specializzare. Consiglio quindi di costruirsi delle buone basi fin dalla scuola su tutto il diritto civile: le stesse specialità hanno le basi sul diritto civile. Avendo delle buone basi occorre studiare e lavorare tanto su delle specializzazioni. Vedo molti che si stanno specializzando sul mondo della privacy, anche il diritto tributario apre delle strade e anche il diritto amministrativo o quello dell’Unione europea”.

Torniamo a scuola. Che ruolo ha avuto la scuola nel suo avvenire?

“E’ stata importante perché ho acquisito un metodo e mi ha permesso di capire in breve tempo quale fosse la mia inclinazione. Sicuramente partire con delle basi buone scolastiche è sempre fondamentale, soprattutto nelle professioni tradizionali. Però ci sono dei lavori nuovi dove la scuola non è al passo con le nuove professioni”.

Per esempio?

“Penso al mondo delle start up, al mondo di internet, a tutte quelle cose nuove che più che sulla preparazione si basano sulle idee. In questi casi è meno rilevante la preparazione scolastica. Quando ti trovi a fare un lavoro più praticato e battuto le fondamenta sono invece importanti”.

Si parla molto di orientamento in uscita, oggi, e anche di alternanza scuola e lavoro come strumenti pensati soprattutto per favorire negli studenti la costruzione di un indirizzo, il proprio. Quali strumenti cerano allinizio degli anni 90, quando lei si avviava verso la fine degli studi superiori?

Molti non lo sanno, ma “anche allora si faceva alternanza scuola e lavoro. Io ero andata a fare lo stage in una società in ufficio acquisti. L’esperienza è servita molto per farmi capire che non era quella la mia strada, ci avrei messo poco di me. Così come di fronte all’offerta di lavoro di una banca la rifiutai perché non volevo perdere la mia libertà. Ci sono tante cose che mi hanno spinta a escludere l’assunzione. Magari spesso rimpiangi di non avere la stabilità, ma vedermi rinchiusa in una scatola, ecco, questa cosa io non l’ho vista come opportunità ma come una sorta di annullamento. Inoltre a scuola, in occasione di un’uscita, siamo stati portati dall’insegnante all’università a seguire una lezione di diritto commerciale con il professor Bione e lì capii che quello era il mio mondo. Siamo stati pure portati in carcere a Modena ad assistere a uno spettacolo teatrale dei detenuti. Anche in quel caso la scuola è riuscita a orientarmi verso la giustizia, la giustizia applicata”  

Il ruolo dei social è oggi determinante per il successo di un professionista, di un giornale, di un prodotto. Alcune scuole stanno iniziando a puntare, sul piano delle competenze trasversali degli studenti, sull’uso professionale dei social. Che cosa ne pensa, lei, che usa i social per comunicare sugli argomenti di nicchia su cui sta avendo tanto successo in tutta Italia?

“Penso che i social siano le nuove forme di comunicazione ed è fondamentale comunicare quali siano le proprie competenze perché i soggetti interessati possano sceglierti. Sono dell’idea che l’utilizzo dei social sia piuttosto intuitivo e forse sarebbe più utile dedicare tempo ad una solida formazione di base che richiede senza dubbio più tempo e la presenza di un buon insegnante”.

Visto che ci siamo, ne approfitto per una domanda: in che cosa consiste la vicenda dei diamanti?

“E’ una vicenda ancora aperta. Per un certo periodo le banche avevano venduto dei diamanti definendoli da investimento e come bene rifugio. Investimento che avrebbe garantito una buona rivalutazione del capitale e il capitale stesso. In realtà quelle pietre valevano il 25 per cento di quel che era stato pagato. Il resto era un insieme di costi di organizzazione che caricava la società che dava i diamanti alle banche da distribuire. Le sentenze che hanno riconosciuto i diritti del cliente hanno riconosciuto l’affidamento del cliente, che sentendosi offrire questa opportunità ci credeva. Il cliente, del resto, non andava in banca per comprare dei diamanti, se avesse voluto acquistare dei diamanti sarebbe andato in gioielleria. Le pietre, intanto per via della marea di pezzi immessi sul mercato, hanno perso ulteriormente valore per eccesso di offerta. Il cliente da parte sua, che va a rivendere la pietra va da un orefice, ottiene ancora meno. Sono state perse cifre consistenti, anche trecentomila euro”.

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